Angelo Comunello oltre cent’anni di storia

di Federica Comunello

 Quando mi si è presentata l’occasione di scrivere un articolo su mio nonno Angelo, mi sono trovata in difficoltà sul registro da utilizzare, se quello storico-formale oppure quello più familiare. Ma considerato il fatto che il nonno Angelo è sempre stato una persona di compagnia e amante delle cose semplici, ho pensato che ricordarlo in maniera del tutto personale fosse la cosa migliore.

Su di lui sono state scritte molte cose in questi ultimi anni, anche perché lui ha sempre dimostrato di avere una mente lucida, una memoria di ferro e una grande consapevolezza che tutto ciò che raccontava avrebbe in qualche modo influenzato le generazioni successive.

Raccontare fatti storici accaduti in Italia poi, era la sua più grande passione e guai a chi lo contraddiceva, perché lui era addirittura in grado si mettere in discussione tutto ciò che c’era scritto sui libri di storia! E come si poteva contrariarlo? Del resto lui era l’uomo dell’“esperienza, del vissuto”, e noi la generazione della “conoscenza”. Ma andiamo con ordine.

Angelo Comunello è nato a Rosà, in via Cassola, da una famiglia patriarcale: ben 37 persone risiedevano in un’unica abitazione! Si è poi sposato all’età di 27 anni con Baggio Virginia e nell’arco di 14 anni sono nati ben 10 figli, 7 maschi e 3 femmine. La sua vita può essere brevemente riassunta in questa successione di numeri: nato il 14 gennaio 1907, vissuto durante le due guerre mondiali, padre di 10 figli, nonno di 29 nipoti, bisnonno di 34 pronipoti e morto proprio alla vigilia dei suoi venerandi 105 anni.

Ha sempre svolto l’attività di contadino, ed è sempre stato attaccato alla sua Rosà. Ha vissuto la Prima Guerra Mondiale in maniera diretta, in quanto la casa nella quale risiedeva costituiva un punto di comando dei centralinisti dell’esercito italiano. Le mitragliatrici erano posizionate a pochi metri da casa e sarebbero servite a difendere il territorio da una possibile avanzata dell’esercito tedesco, cosa fortunatamente non avvenuta in quanto l’avanzata tedesca è stata bloccata sul Grappa.

Il servizio militare lo ha svolto a Caporetto, nel Friuli, ma con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale è stato richiamato prima in Piemonte e poi in Sardegna, a svolgere servizio militare lasciando a casa moglie, 5 figli e uno in arrivo. Con la nascita del sesto figlio gli è stato dato il congedo e così è potuto ritornare a casa. Ma com’era la vita negli anni del dopoguerra? Gli anni che seguirono la Guerra si contraddistinsero per le numerose difficoltà legate sia alla gestione familiare che alla mancanza di viveri. Sale e zucchero erano alimenti introvabili e confezionare abiti per coprirsi costituiva un ulteriore problema. Angelo barattava del cibo con alcune persone che di contrabbando avevano stoffe da vendere, spesso ricavate dagli abiti dei militari. Con queste si cucivano dei pantaloni o delle giacche per i bambini.

Il guadagno lo si ricavava dalla vendita delle uova, dei conigli e dei polli e poi dal raccolto (in particolare il frumento con il quale si faceva il pane) che si ricavava dalle terre date in affitto. Mangiare la carne era inizialmente un privilegio della domenica. Angelo ha sempre avuto una grande competenza e sensibilità verso l’allevamento del bestiame, tanto che in paese era conosciuto come il “veterinario”, anche se non aveva il titolo ufficiale. Le persone lo chiamavano ogniqualvolta c’era una mucca partoriente. Egli partiva a qualunque ora del giorno e della notte per assolvere questa funzione. Nonostante la famiglia numerosa e i tanti ostacoli da superare, lui e la moglie non hanno mai perso il coraggio e la fiducia nel futuro, anzi, la loro casa costituiva spesso un porto di mare per tante famiglie rosatesi che in quegli anni erano ancora più in difficoltà.

Fondamento della famiglia è sempre stato il senso di responsabilità, del dovere, ma soprattutto della preghiera e della fede. Ogni sera, prima di mangiare, fin che i più grandi mungevano le mucche, i più piccoli recitavano il rosario in stalla davanti al quadro di San Bovo, protettore degli animali. Era un rituale che non conosceva vacanze e che lui ha mantenuto fino alla fine. Egli infatti ha sempre recitato il rosario e spesso lo faceva mentre scendeva le scale che dalla camera portano in cucina oppure alla sera con i nipoti. La messa domenicale, le funzioni (ora di adorazione alla domenica pomeriggio) e la dottrina del sabato erano impegni ai quali nessuno poteva sottrarsi.

Nell’ambito educativo tenere a bada dieci figli non era cosa da poco, ma con la sua autorevolezza riusciva a catturare la loro attenzione anche solo con lo sguardo. Poche, ma ferree, erano le regole familiari: essere sempre puliti, tenere i capelli corti, andare a letto presto la sera e alzarsi presto al mattino, comportarsi bene fuori di casa, rispettare i più anziani, non portare rancore e soprattutto mai togliere il saluto alle persone. Quando i vicini chiedevano aiuto poi, i figli dovevano prodigarsi per aiutarli, qualunque fosse la mansione da assolvere: raccogliere il fieno, fare la vendemmia, sgranocchiare le pannocchie, mietere il grano, segare l’erba con la falce… All’epoca non c’era distinzione tra maschi e femmine e anche i più piccoli dovevano darsi da fare. Si era una squadra a tutti gli effetti.

Nonostante la fatica, a volte il caldo afoso e la polvere che in alcuni casi si respirava con il lavoro della trebbiatura, i suoi figli ricordano questi momenti con grande entusiasmo, perché al termine del lavoro seguiva sempre un invitante spuntino con pane, salame e un buon bicchiere di vino.  Spesso l’evento finiva anche con qualcuno di brillo, e non solo gli adulti.. già all’età di 10 anni i bambini erano autorizzati a bere un bicchiere in più… e se qualche volta si ubriacavano… era un divertimento per tutti! Non mancavano certo le punizioni se qualcuno combinava qualche marachella. Chi marinava la scuola per esempio, veniva punito saltando la cena. Beh, cosa da poco direte voi… ma se consideriamo il fatto che il cibo è sempre stato poco e sempre da dividere con gli altri, questa era per i bambini sicuramente una punizione esemplare. Negli anni Cinquanta poi, la situazione economica italiana iniziò leggermente a migliorare e quindi Angelo era solito dare ai figli maggiori 5 lire alla domenica, che loro spendevano in un piccolo negozio di frutta e verdura nel centro di Rosà per comperare il lecca lecca, la liquirizia, le carrube e lo “stracanaccio” (farina di castagne).

Nell’ambito sociale Angelo si è impegnato fin da giovane. Ha suonato nella Banda Montegrappa di Rosà con il bombardino, ma la sua passione è sempre stato il canto. All’età di vent’anni ha iniziato a cantare nella Schola Cantorum, passione che è durata per 65 anni dimostrando sempre molto impegno e costanza. Essendo anche stato per molti anni il cassiere del coro, due delle regole fondamentali che pretendeva all’interno del gruppo erano la puntualità e la frequenza.

Famiglia Comunello

Famiglia Comunello

Chi lo ha conosciuto in queste vesti sostiene che tutto ciò che faceva, lo faceva sempre con il cuore e mai con pretenziosità. Lui era amante della compagnia, delle chiacchierate con gli amici, della vita in generale. Ed è forse questa una delle chiavi della sua longevità. In casa con i figli ha sempre ricevuto tanta gente, a qualunque ora del giorno. E non solo anziani, ma anche giovani curiosi ai quali piaceva, attraverso le domande, aprire quello scrigno prezioso dell’esperienza che lui conservava con tanto orgoglio. Questo gli ha consentito di mantenere sempre un contatto vivo con la sua Rosà, per la quale ha dimostrato sempre tanta ammirazione e orgoglio. Conosceva nel dettaglio anche la storia delle famiglie che l’hanno resa grande. Bastava dargli un nome e cognome che lui sapeva ricostruire in fretta “vita, morte e miracoli” di quella famiglia.

Celebri rimarranno le frasi che in tutti questi anni tanti gli hanno sentito pronunciare: “Avanti sempre e mai paura”, “La vita è una lotta, non dar peso alle chiacchiere ma guarda avanti”, “Mai far del male, e se ti tirano i sassi, tu tiragli le pagnotte di pane”.

Del passato il nonno rimpiangeva solo la forza dei valori che c’erano e che costituivano la base della società: l’amore per la famiglia, il senso del rispetto, dell’amicizia, del dovere e della fede in Dio. Nonostante i molti momenti felici Angelo non sarebbe mai ritornato indietro, perché le difficoltà da superare sono state tante.

Il giorno del funerale noi familiari non ci saremmo mai aspettati così tanta gente a dargli l’ultimo saluto, segno che il nonno ha veramente seminato amore in questa sua esistenza.  Del resto…

“La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni. Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore nel tuo cuore. Se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo”.