Se la vita è un mosaico, ciascuno di noi è la formella che completa l’opera d’arte

     di Giandomenico Cortese     Mosaico, unità di frammenti. Composizione armonica di tessere diverse. Scrigni di meraviglie, di bellezza e armonia. Di storia e di esperienze. Può essere anche un mosaico di persone, impegnate a parlare, pensare, agire in unità di intenti, verso una meta condivisa, una “unità pastorale”. Proviamo a costruirla, al di là e oltre le norme del diritto o le urgenze (ed emergenze) dei bisogni. Fin dal primo cristianesimo. Ho in mente un capolavoro del primo cristianesimo, la Basilica di Aquileia, quel pavimento di marmo, quel tappeto musivo con il ciclo del profeta Giona, una distesa di pesci, il “mare di Giona”, un “tappeto” esteso addirittura per 750 metri quadrati. Un contesto figurativo di straordinaria complessità, ricca di simbologie, forte di un linguaggio universale. Un’immagine che vale più di migliaia di parole, entrata di prepotenza nell’immaginario non solo dei credenti. Il “mare di Giona”. Lo descrive, in perfetta sintesi, la rivista «Emporium» sul numero di dicembre 1909, poco dopo il ritorno alla luce del complesso artistico:  (Il mosaico) rappresenta una scena peschereccia, con dei geni od eroti, parte ignudi e parte vestiti di tuniche multicolori, alcuni in barca, altri seduti sugli scogli, intenti a pescare con l’amo e col laccio. Fra queste figurazioni quasi pagane, quantunque non inusitate negli antichi edifizi cristiani, in tre scene distinte domina la storia di Giona che, simboleggiando Cristo risorto dopo tre dì, era prediletta dall’arte dei primi secoli del cristianesimo. Abbiamo qui Giona che volendo fuggire la voce del Signore e sollevatosi un uragano, dai marinai è gettato in acqua, ove l’attende un mostruoso dragone; indi Giona vomitato dal mostro su un’isola che dovrebbe raffigurare la terra di Ninive; infine un altro isolotto con un pergolato di cucurbite, sotto il quale il profeta, stizzito per la conversione dei niniviti, si riposò, mentre per castigo divino la pianta si disseccò e Giona fu tormentato dalla caldura. Il profeta è rappresentato ignudo e non dissimile degli eroti pescatori. “Ego sum lux, sum vita”. Potremmo raccontare, da ammirare con altrettanta efficacia, i messaggi perenni suggeriti dai mosaici absidali della Basilica di San Marco, a Venezia, risalenti al tempo di Gregorio IV, dove l’arte di Bisanzio pone al centro il Cristo benedicente, che regge un libro in cui si legge “Ego sum lux, ego sum vita, ego sum resurrectio” (io sono la luce, io sono la vita, io sono la resurrezione). Un’opera realizzata...
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Quartieri, una sfida per diventare luoghi d’incontro, dialogo, solidarietà

di Giandomenico Cortese   Spunti di vita buona. L’altro come dono. L’io che diventa noi. La capacità di mettersi in gioco, di entrare in relazione. La rete che si istaura. Il tessuto, il vissuto sociale, economico, solidale, culturale, che si crea nell’incontro, nel dialogo, nell’abitare insieme nella stessa via, nel condominio, nella contrada, nel quartiere. Nell’attrezzarsi insieme per rompere silenzi e solitudini, quando la città, il paese, l’agglomerato urbano è fatto solo di pietre e non di uomini e donne, bambini e anziani, indigeni e foresti. Lo spazio dell’abitare è un luogo di inclusione, ma può esserlo anche di esclusione, isolamento, delle opportunità o delle ingiustizie,  della solidarietà o dell’egoismo, della fiducia o delle paure. Della cittadinanza, se nella quotidianità la favoriscono anche le istituzioni, con efficienza ed accoglienza. Occorre attrezzarsi ed interpretare la realtà, nel tempo dinamico e confuso che viviamo. La qualità della vita lo richiede. Più che la città nella sua dimensione estesa è il paese, la comunità più raccolta, ad avere e trovare in sé, i luoghi e le occasioni di ascolto, di condivisione, l’energia, la forza di resilienza per favorire comunità convergenti. È il senso stesso della “polis”, del vivere comune, dell’uscire dalla propria casa ed incontrare. I linguaggi mutano, le esperienze cambiano, si aggiornano. Con una velocità che spesso impedisce di tenere il passo. Pensiamo a Rosà. Le pagine della lunga storia della nostra comunità civile e religiosa sono intrise di fede, tenacia, concordia. Una storia – e sono le fonti a dircelo – che si è sviluppata in particolare attorno al campanile, e se volete, più di recente, ai campanili. Per i rosatesi hanno sempre indicato un orizzonte, un punto di riferimento, una specifica identità, il simbolo della propria individualità e appartenenza, sempre nutrite da una sete di libertà e di una consapevole autonomia. Il suono, l’eco delle campane ha accompagnato la crescita, personale e collettiva, ha forgiato  caratteri. Da ogni prospettiva, dalle borgate più distanti, lo scandire del tempo, l’evolversi delle ore, hanno avuto come riferimento il campanile. Che ha dato il senso di una unità. È, appunto, la stessa storia a confermarlo e sottolinearlo. Non è nostalgia, ma memoria, ricordarlo. “L’unità dei quartieri e delle vicinie popolari – la resistenza, diremmo oggi – si realizzava attorno alla chiesa, che non era solo il luogo dell’assemblea liturgica e  della catechesi, ma anche il centro di raccolta per le deliberazioni civiche e le controversie amministrative,...
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La felicità, forse, è un Natale semplice in famiglia

di Giandomenico Cortese   “In fondo a quel so mondo de carton El Bambineo de tera e gli anzoleti, San Giuseppe e la Madona in orazion, dentro la paja speta che stasera come ‘na volta mi li tere fora, col musseto e co’ l’acqua quasi vera, le montagne de soca de rubin, le piegore, le stelle, l’elefante, i pastori e la casa col mulin.   ‘Desso me mama xe partia da sola par vedare ‘l presepio in Paradiso coi anzoli ce sono la momdòla; cussì no posso dire le orazion come ‘l Bambin de tera e gli anzoleti che in fondo a quel so mondo de carton i speta sempre chieti…chieti…chieti”.   Sono i versi un po’ malinconici, ma sinceri, del “nostro” grande poeta dialettale, Gino Pistorello, dedicati a “El me presepio”. Li ritrovo oggi nella loro intrigante semplicità, alla vigilia ormai prossima di un tempo che, non solo per i bambini, induce se non alla felicità, certo alla serenità. Quando vissuto nel calore della famiglia, nella sua esperienza tra continuità e rinnovamento. La famiglia, “una istituzione naturale, scritta nelle differenze biologiche e psicologiche dei sessi, con quegli elementi fondamentali che tutti conosciamo – proclamava nel nostro Duomo, in una sua magistrale omelia, l’indimenticato Arciprete Mons. Bruno Piubello, in una ormai lontana domenica, era il 28 dicembre 1986 – : l’unione, l’integrazione tra l’uomo e la donna, la trasmissione della vita”. Richiamava don Bruno, nelle sue parole, il “modo di vivere” quegli elementi, pur nella diversità dei tempi e dei luoghi, che  hanno fatto la storia della nostra umanità. Natura e cultura plasmano la vita di ciascuno di noi, danno lievito all’esistenza, impostano, offrono significato alle relazioni, legittimano la nostra libertà. Quei dieci anni (tra il 1979 e il 1989) di presenza tra noi di don Bruno li ricordiamo, con un pizzico di nostalgia, come quelli vissuti da una comunità in cammino. Chiudeva, mons. Piubello, quella sua “predica” sul valore della famiglia, richiamandosi ad una espressione di Madre Teresa di Calcutta, la quale leggeva i segni della crisi – allora – della stessa famiglia col fatto che gli sposi non pregano più insieme: “Che si mettano a pregare e capiranno esattamente quel che devono fare…”. Troppo eccentrici oggi per valutare la semplicità, la nuova attualità di questi pensieri. Ma a Natale si può trovare la potenza di un silenzio, da condividere, tra le luci e i frastuoni, i tanti doni...
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La tavolozza dei colori della vita

di Giandomenico Cortese   Il colore è vita. Metafora della vita. Ciascuno di noi ha il proprio colore. Una tonalità, una luce che trapela. “Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori” sussurra Khalil Gibran, scrittore libanese, innamorato dell’amore. La vita è una enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi, suggerisce qualche altro poeta. Ogni nuovo mattino – con Cesare Pavese, usciamo nelle strade, cercando i colori. Anche in redazione, a “Voce Rosatese”, alla vigilia di stampare ogni numero, discutiamo, perfino animatamente di quale colore dare alla copertina, di quale messaggio trasferire con essa ai nostri lettori: il colore delicato della primavera, quello passionale e caldo dell’autunno, quello candido delle feste d’inverno. È stato così anche stavolta, per il numero che esce nel clima ancora presente della Pasqua, in un tempo di disorientamento in cui si percepisce forte il nostro essere assetati di fraternità, nel cammino di testimonianza, per sperimentare la fraternità, in cerca di fiducia e ancora condivisione. I colori aiutano ad incontrare, emozionarci, e perseverare nella vita. Ancor più quando a travolgerci è lo scontro con l’utopia del dolore. Lo sconsolante dolore innocente. Esperienza drammatica, profondamente umana. Uno sguardo che perde di intensità, il sorriso che si spegne, le labbra che si stringono in morsa, le membra che si contraggono. E tu, posto a fianco  di chi soffre, che ti senti impotente. La scienza, la conoscenza non ti sorreggono, le stesse parole si inaridiscono, forse perdono di significato, e anche l’abbraccio più affettuoso rischia di non sembrare sincero. Ti appare il baratro, lo stomaco si contrae. È il vuoto che dà vertigini. Forse non è sufficiente aggrapparsi a quel che resta dei colori della vita, al desiderio di vita. Dietro l’angolo, aspettando la fine della tempesta, cerchi i raggi di un arcobaleno, sogni il risveglio di un’aurora infuocata, ipotizzi un nuovo percorso, la cordata, sai che il sentiero resta in salita, pieno di insidie. Sai che se il piede finisce in fallo, a lato c’è il baratro. Eppure non demordi. Ti attrezzi. Sudi, fatichi. Ti carichi di precauzioni, raccogli gli strumenti che pensi di supporto. Sogni. Così, giorno dopo giorno. Se sei fortunato, per anni. Affrontando la sfida, fidandoti dei rimedi, cercando, cogliendo ogni opportunità. Capisci, fin dalle tue viscere, cos’è stato il Calvario, con le sue cadute e trovi sempre un Cireneo disposto a soccorrerti, a darti una mano, per rialzarti e ricomporti sotto il peso...
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