Educare felicemente alla felicità

di Elisabetta Nichele   In questi ultimi anni pieni di incertezza e competitività, in un mondo che basa i valori sul raggiungimento del successo e sull’ottenimento del risultato, capita spesso di perdere di vista gli aspetti più importanti della nostra vita. Abbiamo quindi bisogno di un’educazione che ci aiuti a focalizzare il nostro obiettivo primario: essere felici. Ciò però non è sempre così banale e scontato. Educare i figli alla felicità significa sperimentarla in prima persona, dare l’esempio che noi per primi stiamo bene con noi stessi, con quello che facciamo, che siamo felici con gli altri. Occorre allora ridimensionare tutto: aspettative, giudizi e quelli che riteniamo i ‘problemi’. Occorre piuttosto riconoscere le nostre fortune, i nostri privilegi, essere grati alla vita. La felicità è un’attitudine ad essere felici ossia il modo in cui si affrontano i problemi della vita. “Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno” affermava il poeta K. Gibran. La felicità così intesa può essere appresa e ci accompagna tutto il giorno e tutti i giorni: diventa la base su cui costruire la personalità. Questa attitudine non escluderà i sentimenti negativi, ma li accoglierà per trasformarli o accettarli poiché essa è la forza di carattere che ci consentirà di non perderci anche di fronte alle scelte o alle prove difficili che la vita ci presenta.  È normale che un genitore desideri il meglio per i propri figli, ma, a volte, si rischia di confondere la loro felicità con una perfezione irraggiungibile. Ciò, oltre ad essere impossibile, può rivelarsi molto pericoloso. Sovraccaricare i bambini di aspettative e di impegni, riducendone la libertà di sperimentare, di giocare e specialmente di sbagliare, può limitarli molto in questa fase di vita così importante.   I bambini hanno diritto a divertirsi e riposarsi, giocare con la fantasia e anche annoiarsi. Investire il loro tempo ed energie in attività dove vorremmo primeggiassero può precludere momenti piacevoli di svago e di libertà. Dedicarsi a sport e hobby è molto importante, ma questi non devono essere gli unici obiettivi. Non va poi confuso quello che si considera il bene dell’adulto con quello dei piccoli. Spesso su di loro si proiettano desideri e ambizioni proprie. Ciò non significa lasciare ai bimbi la piena libertà sulle loro scelte, anzi. Vanno guidati, orientati e sostenuti rispettando però i loro gusti e le loro attitudini.  Un bambino a cui viene impedito di esprimersi...
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Esperienza dei Cresimandi

di Anna Stragliotto   Come afferma Papa Francesco “La cresima è dono di Dio e aiuta a vivere da cristiani”. Anche noi ragazzi di 3° media,  che quest’anno riceveremo questo importante sacramento, dobbiamo innanzitutto imparare a vivere rispettando e aiutando il prossimo, proprio come fa un vero cristiano. Ecco perché da qualche settimana o poco più abbiamo cominciato ad andare a visitare realtà completamente diverse dalla nostra quotidianità, che hanno lo scopo di farci riflettere e aprire i nostri orizzonti. In principio noi ragazzi siamo stati divisi in diversi gruppi, da sette persone ciascuno, e ogni gruppo aveva e ha tuttora l’impegno settimanale di partecipare alle esperienze che sono state scelte per noi dagli animatori e dai catechisti. Queste attività si svolgono prevalentemente di pomeriggio, il giorno varia a seconda dell’ esperienza che si deve svolgere, e di solito la durata è di circa un paio d’ore. Tra le varie attività proposte ci sono: la visita in alcuni centri per disabili, l’aiuto compiti, la partecipazione alla messa dei popoli e la visita in una casa famiglia. La prima esperienza a cui il mio gruppo ha partecipato, accompagnato da Don Alex, è stato l’incontro con il personale e gli ospiti del centro diurno ANFAS di Nove. L’attività consisteva nella visita della struttura e poi, in un secondo momento, nella partecipazione ad alcuni laboratori che in quel momento stavano facendo anche le persone qui ospitate. Io per esempio all’inizio ho preso parte al laboratorio dove si facevano dei disegni con le tempere oppure si utilizzava il punteruolo. Poi sono passata al laboratorio della cera in cui venivano create delle candele con la cera naturale per essere distribuite alla chiesa vicina. Infine l’ultimo laboratorio al quale ho partecipato è stato quello della carta che consisteva nella produzione della carta riciclata. È stato davvero un bel pomeriggio anche perché noi ragazzi abbiamo interagito direttamente con gli ospiti ed è stato interessante e allo stesso tempo divertente vederli lavorare e approcciarsi con noi. Grazie a questa esperienza ho compreso che le difficoltà non si devono vivere come un ostacolo ma come un punto di partenza per fare sempre meglio. Inoltre mi ha colpito molto il rispetto e l’affetto con cui queste splendide persone ci hanno accolto. Adesso non mi resta che attendere l’arrivo delle prossime esperienze, spero siano ricche di insegnamenti utili per imparare sempre cose nuove e...
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Le mani in pasta Il percorso dei ragazzi di 3 media in preparazione alla Cresima

di David Scaldaferro   Ho l’arduo compito di spiegare il percorso che, da 5 anni, nella Parrocchia di Rosà, viene effettuato per preparare i ragazzi di terza media alla Cresima. Mi sono domandato come motivare le scelte fatte in questi anni, mettendo in campo le teorie sulla catechesi esperienziale e sulle teorie pedagogiche. Mentre ci riflettevo, mi è capitato in mano un fogliettino su cui era scritto l’inno alla carità di San Paolo (1Corinzi 13,1-13) e termina con: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” Questo testo mi ha dato lo spunto per una riflessione su questo percorso e soprattutto sulla sua genesi. Infatti, quando siamo partiti con i ragazzi della classe 1999 ci siamo domandati con Don Alex, Suor Roberta e gli animatori e la nostra domanda di fondo è tuttora: “Cosa resta ai nostri ragazzi di tutte le attività e nozioni che diamo loro?” Riuscire a colpire il cuore dei ragazzi, soprattutto di adolescenti in questa età di crisi, di scelta e di mutamento non è facile.  Una parziale risposta la possiamo avere rivolgendo la stessa domanda a noi stessi. Tutto ciò che resta nel nostro cuore è legato alle esperienze positive e/o negative che viviamo ogni giorno. Quindi la nostra idea è stata quella di strutturare un percorso che faccia fare esperienza dello Spirito Santo ai ragazzi. Non di raccontare lo Spirito Santo, ma di vederLo nelle persone che si possono incontrare nella vita. Per questo è necessaria un’educazione all’ascolto e alla relazione in un’era appiattita in uno schermo e controllata da algoritmi che mimano la vita. Un’educazione ad accorgersi dell’altro e dell’azione dello Spirito Santo nelle azioni proprie e delle persone. Come dice San Paolo lo Spirito si riconosce dai frutti delle opere dell’uomo (S.Paolo Galati 5, 22) e anche Gesù (Matteo 7,16)  dice che ci si accorge della pianta buona dai sui frutti. Quindi il nocciolo del percorso sono gli incontri delle persone che vivono e operano in realtà particolari, dove i ragazzi non sono degli spettatori: sono luoghi dove si sperimenta in semplicità una modalità diversa di vivere la vita; dove la carità non è solo una parola ma è concretezza; dove gli ospiti, gli operatori e i volontari sono i testimoni di una forma di amore. L’organizzazione di questi incontri ci impegna molto e per questo dobbiamo...
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Fiducia e fede: la base delle nostre relazioni

di Elisabetta Nichele   “Fidarsi di tutti non ha senso; ma non fidarsi di nessuno è un autentico errore” così scriveva Giuvenale, poeta satirico romano, in una delle sue satire. Tale affermazione, pur se molto antica è sempre attuale. Anche se non ce ne rendiamo conto, il concetto di fiducia è fondamentale nella nostra vita poiché essa si trova alla base di ogni interazione che avviene con l’altro. Senza la possibilità di fidarci, la nostra società non potrebbe esistere. Non pensiamo mai, effettivamente, a tutte quelle persone sconosciute che si occupano di noi indirettamente. Su di loro facciamo affidamento quotidianamente. Non conosciamo, ad esempio, chi ha a che fare con il cibo che mangiamo, chi si occupa di creare le nostre medicine, coloro che costruiscono i mezzi di trasporto che utilizziamo… e questi sono solo alcuni esempi. In tali situazioni la nostra fiducia è implicita.   Fidarci e affidarci agli altri permette di alleggerirci distribuendo il peso di noi stessi. Le nostre prime esperienze di relazione ci hanno permesso di acquisire i punti cardinali per orientarci nel capire noi, gli altri e le nostre relazioni con essi.   La fiducia è un’azione d’amore, è certezza tale da farci consegnare totalmente all’altro. Ciò sta alla base della famiglia perchè quando c’è fiducia, c’è sempre amore. Erikson, psicologo e psicanalista tedesco, afferma che il periodo compreso tra la nascita e i primi diciotto mesi di un bambino è caratterizzato dall’ acquisizione di un senso di fiducia di fondo, attraverso il superamento del senso di sfiducia. Per Erikson compito evolutivo primario in questa fase è avere fiducia sia in altre persone che in se stessi. Ciò comporta, in particolare, il capire e sentire che i suoi bisogni fondamentali possono essere soddisfatti. Un bambino che impara che le persone a lui vicine sono affidabili e che, se avrà bisogno, si prenderanno cura di lui, si avventura nel mondo con aspettative diverse da chi, invece, impara di non poter contare sugli altri a partire dalle figure genitoriali. La fiducia appare allora, come sostiene lo psicologo Seligman, “un dato originale, non condizionato: infatti, a meno di scegliere la solitudine, il non coinvolgimento e quindi il toglierci dal legame, si è costretti a fare una mossa di apertura e a correre il rischio di una risposta incerta”. Avere fiducia allora significa avere fede, credere in qualcosa anche senza averne prove tangibili. Spesso la fede è tale, che manteniamo la...
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