Articolo pubblicato nel luglio 1971

DALL’ARCHIVIO del dottor Giuseppe...
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La comunità: tra realtà quotidiana e ricerca continua

di Elisabetta Nichele Parlare di comunità appare una cosa scontata. Siamo nati e viviamo all’interno di comunità. La famiglia in cui ci troviamo membri fin dalla nascita è in assoluto la prima di queste, all’interno di altre, che conosciamo e sperimentiamo. Dentro a tale cornice sviluppiamo, quasi involontariamente, il senso di comunità. È raro soffermarci a pensare a questa situazione, l’abitudine non ci porta a farlo, ma enorme è il valore che essa dà alla nostra vita. Dagli studi condotti su questo concetto, il senso di comunità si riferisce alla “percezione di similarità con altri, una riconosciuta interdipendenza, una disponibilità a mantenere tale interdipendenza offrendo o facendo per altri ciò che ci si aspetta da loro, la sensazione di appartenere a una struttura pienamente stabile e affidabile” (Sarason ,1974). Per cogliere il significato profondo di comunità, occorre partire dai fattori diversi, ma interconnessi, che lo compongono: L’appartenenza, quel sentimento di far parte di qualcosa, che si rintraccia nelle usanze, nei confini territoriali, o storici-culturali. La persona sente di far parte di un gruppo e percepisce un’accettazione da parte degli altri membri; ciò genera un senso di sicurezza emotiva per lei molto importante.   L’influenza, corrisponde a quella sensazione di poter effettivamente incidere nella comunità e di percepire anche un certo controllo, indispensabile per poter essere attratti verso quel gruppo: una sorta di danza tra comunità e individuo. In ogni caso non ci può essere partecipazione attiva se nel singolo non c’è la percezione di poter apportare qualcosa, modificare in qualche modo la propria comunità o territorio, grazie anche a quelle diversità intellettuali, culturali, religiose e professionali che gli appartengono.   L’integrazione e soddisfazione dei bisogni: le persone si sentono parte di una comunità verso la quale avvertono una sicurezza nel soddisfacimento dei propri bisogni, sia pratici che psicologici; soddisfazione dei bisogni in una interdipendenza e dialogo tra i membri della comunità. La connessione emotiva condivisa, un legame affettivo che unisce i membri di un gruppo che varia in base al numero e alla qualità dei rapporti fra gli individui. Questa si crea quando sussistono le precedenti condizioni e a sua volta le rafforza in un ciclo virtuoso.   Il modo di stare insieme come ‘comunità’ punta su un’identità collettiva specifica, sulla condivisione di norme e valori, sulla sfera della solidarietà. Nella società in cui viviamo, infatti, emerge sempre più necessaria l’esigenza di recuperare gli elementi della comunità per far fronte agli...
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Educare felicemente alla felicità

di Elisabetta Nichele   In questi ultimi anni pieni di incertezza e competitività, in un mondo che basa i valori sul raggiungimento del successo e sull’ottenimento del risultato, capita spesso di perdere di vista gli aspetti più importanti della nostra vita. Abbiamo quindi bisogno di un’educazione che ci aiuti a focalizzare il nostro obiettivo primario: essere felici. Ciò però non è sempre così banale e scontato. Educare i figli alla felicità significa sperimentarla in prima persona, dare l’esempio che noi per primi stiamo bene con noi stessi, con quello che facciamo, che siamo felici con gli altri. Occorre allora ridimensionare tutto: aspettative, giudizi e quelli che riteniamo i ‘problemi’. Occorre piuttosto riconoscere le nostre fortune, i nostri privilegi, essere grati alla vita. La felicità è un’attitudine ad essere felici ossia il modo in cui si affrontano i problemi della vita. “Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno” affermava il poeta K. Gibran. La felicità così intesa può essere appresa e ci accompagna tutto il giorno e tutti i giorni: diventa la base su cui costruire la personalità. Questa attitudine non escluderà i sentimenti negativi, ma li accoglierà per trasformarli o accettarli poiché essa è la forza di carattere che ci consentirà di non perderci anche di fronte alle scelte o alle prove difficili che la vita ci presenta.  È normale che un genitore desideri il meglio per i propri figli, ma, a volte, si rischia di confondere la loro felicità con una perfezione irraggiungibile. Ciò, oltre ad essere impossibile, può rivelarsi molto pericoloso. Sovraccaricare i bambini di aspettative e di impegni, riducendone la libertà di sperimentare, di giocare e specialmente di sbagliare, può limitarli molto in questa fase di vita così importante.   I bambini hanno diritto a divertirsi e riposarsi, giocare con la fantasia e anche annoiarsi. Investire il loro tempo ed energie in attività dove vorremmo primeggiassero può precludere momenti piacevoli di svago e di libertà. Dedicarsi a sport e hobby è molto importante, ma questi non devono essere gli unici obiettivi. Non va poi confuso quello che si considera il bene dell’adulto con quello dei piccoli. Spesso su di loro si proiettano desideri e ambizioni proprie. Ciò non significa lasciare ai bimbi la piena libertà sulle loro scelte, anzi. Vanno guidati, orientati e sostenuti rispettando però i loro gusti e le loro attitudini.  Un bambino a cui viene impedito di esprimersi...
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Esperienza dei Cresimandi

di Anna Stragliotto   Come afferma Papa Francesco “La cresima è dono di Dio e aiuta a vivere da cristiani”. Anche noi ragazzi di 3° media,  che quest’anno riceveremo questo importante sacramento, dobbiamo innanzitutto imparare a vivere rispettando e aiutando il prossimo, proprio come fa un vero cristiano. Ecco perché da qualche settimana o poco più abbiamo cominciato ad andare a visitare realtà completamente diverse dalla nostra quotidianità, che hanno lo scopo di farci riflettere e aprire i nostri orizzonti. In principio noi ragazzi siamo stati divisi in diversi gruppi, da sette persone ciascuno, e ogni gruppo aveva e ha tuttora l’impegno settimanale di partecipare alle esperienze che sono state scelte per noi dagli animatori e dai catechisti. Queste attività si svolgono prevalentemente di pomeriggio, il giorno varia a seconda dell’ esperienza che si deve svolgere, e di solito la durata è di circa un paio d’ore. Tra le varie attività proposte ci sono: la visita in alcuni centri per disabili, l’aiuto compiti, la partecipazione alla messa dei popoli e la visita in una casa famiglia. La prima esperienza a cui il mio gruppo ha partecipato, accompagnato da Don Alex, è stato l’incontro con il personale e gli ospiti del centro diurno ANFAS di Nove. L’attività consisteva nella visita della struttura e poi, in un secondo momento, nella partecipazione ad alcuni laboratori che in quel momento stavano facendo anche le persone qui ospitate. Io per esempio all’inizio ho preso parte al laboratorio dove si facevano dei disegni con le tempere oppure si utilizzava il punteruolo. Poi sono passata al laboratorio della cera in cui venivano create delle candele con la cera naturale per essere distribuite alla chiesa vicina. Infine l’ultimo laboratorio al quale ho partecipato è stato quello della carta che consisteva nella produzione della carta riciclata. È stato davvero un bel pomeriggio anche perché noi ragazzi abbiamo interagito direttamente con gli ospiti ed è stato interessante e allo stesso tempo divertente vederli lavorare e approcciarsi con noi. Grazie a questa esperienza ho compreso che le difficoltà non si devono vivere come un ostacolo ma come un punto di partenza per fare sempre meglio. Inoltre mi ha colpito molto il rispetto e l’affetto con cui queste splendide persone ci hanno accolto. Adesso non mi resta che attendere l’arrivo delle prossime esperienze, spero siano ricche di insegnamenti utili per imparare sempre cose nuove e...
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