Anna Maria Martinello… amore per le parole

di Alfio Piotto   Mi chiamo Anna Maria Martinello, sono nata a San Pietro di Rosà e sono un’infermiera in pensione. Attualmente sono lettrice volontaria di LAAV – Letture Ad Alta Voce, associazione che permette di prestare il proprio tempo e la propria voce per leggere agli altri; inoltre presto servizio di lettura presso la Biblioteca a Rosà. Scrivo poesie da circa un anno, da quando sono entrata a far parte del Cenacolo di Poesia e Prosa di Rosà.   Natale    Anche quest’anno stai per arrivare MAGICO NATALE e noi speranzosi che sia diverso ci tuffiamo nel chiacchierio inquietante della gente tra le bancherelle in cerca dell’ultimo regalo; la piazza piena di luci di stelle di presepi e di abeti.   Per dirci che sta arrivando qualcosa di nuovo per portare nel cuore dell’uomo salute, pace e gioia che l’uomo ogni anno cerca disperatamente…   Arrivi puntuale ogni anno e noi ci vestiamo di tutta la SPERANZA che ci doni   Il Giardino del Silenzio   Tanti nomi scolpiti sulle fredde pietre attendono nel giardino del silenzio. L’edera, avvinta sulle croci, sigilla anni, secoli di storia.   Tanti fiori profumati per tante anime posti con affettuoso amore, tante gocce d’umide lacrime nella tenue luce e calore dei lumini a ricordo di tasselli del passato.   Nomi assopiti nel rigoroso silenzio, eguali nella terrena morte, giacciono nella speranza della resurrezione promessa da nostro...
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Elio Bordignon: non solo poeta

di Angelo Zen        Spendo una veloce telefonata, giusto il tempo per fissare un appuntamento. All’altro capo del ricevitore trovo un’adesione gentile. La visita è programmata nell’abitazione di Elio Bordignon. Da anni ci eravamo persi di vista. L’incontro suscita antichi ricordi, entrambi felici di conversare. Ne esce un ristoratore tuffo nel passato col riandare agli anni difficili della sua infanzia. Con Elio voglio parlare della sua poesia. Quella che sgorga attraverso un significativo tratto di vita, che scorre dal momento della perdita del papà, avvenuta quando Elio non aveva ancora due anni, fino alla fatica assolutamente gratificante che ha accompagnato la sua vicenda umana, condivisa con la moglie Eliana ed i figli Stefano ed Elisabetta. Noto nello sguardo di Elio la soddisfazione per aver aderito alla mia proposta. Mi parla della sua attività professionale, protrattasi nell’arco di quarantasette anni di carriera. La sua vita dedicata ai libri, con una passione unica che corre dalla progettazione fino alla realizzazione del sogno finale: la stampa. È proprio attraverso questo percorso che emerge compiutamente la sua poetica, dove viene trasferito in sentimenti forti lo stupore suscitato da una curiosità particolare. La laurea “honoris causa” all’editoria e alla comunicazione gli viene conferita nel 2009. La pubblicazione del libro, dal titolo “Lo specchio profondo dell’anima”, avvenuta nel dicembre del 2005, fa risaltare la sua grande capacità di mettere insieme poesia e immagini in una simbiosi assai avvolgente, che crea momenti di appagante condivisione. E questo, credetemi, non è poco. I temi della sua indagine poetica sono i più disparati. Spaziano dal ricordo toccante della perdita del papà alle aspettative generate dal nascere della sua famiglia, nella quale ha coronato il suo sogno d’amore. Così si esprime quando parla della Sardegna: “Qui ho raccolto / nel tuo giardino / il fiore più bello / gioia d’amare una terra meravigliosa”. E significativi sono i versi dedicati alla moglie Eliana: “E il tuo cuore, amor mio, / il mio rifugio / brezza e rugiada al mattino / i tuoi occhi / son tramonti sul mare / che squarciano il cielo / oltre le nubi”. Come ha il sapore di una scultura la definizione dei due figli Stefano ed Elisabetta: “Tenere sembianze della felicità”. Ancora molto accattivante è il ricordo di Madre Teresa di Calcutta, così definita: “Piccola vagabonda di carità”. È tagliente il monito al consumismo sfrenato: “Importante è vivere nel Vangelo della pubblicità” e lo sfruttamento...
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Il conducente di autobus

(OVVERO CRONACA DI UN MIRACOLO) di Antonio Girardi   Andrea, nel corso della sua carriera lavorativa, aveva sempre fatto il conducente di autobus. “Turistici!” sottolineava, per dare enfasi ad una professione che gli permetteva di girare tutta l’Europa ma sopratutto l’Italia dove era soprattutto la città di Roma ad attirare l’attenzione dei clienti dell’agenzia per cui Andrea lavorava. Ed anche quel giorno di fine maggio un liceo del suo paese aveva scelto la città eterna come meta per la gita scolastica di fine anno. Andrea, quella mattina, era partito di buon’ora perché la comitiva, composta da una quarantina di ragazzi, più tre professori, intendeva arrivare nel primo pomeriggio a Roma per prendere possesso delle camere dell’albergo e anche per fare una visita ad un santuario che il docente  di religione aveva declamato come un luogo mistico di grande importanza, soprattutto per la presenza di un frate che, a detta di molti, pareva fosse in odore di santità. “È un santo! Ha poteri taumaturgici!” amava dire ai suoi studenti . Alle parole del professore i ragazzi avevano risposto con spallucce e dandosi di gomito, ignari dell’esperienza che di lì a poco avrebbero vissuto assieme ad Andrea ed al suo autobus. Assolte le formalità per il possesso delle camere i ragazzi si apprestarono nuovamente a salire nel mezzo per recarsi al santuario che distava una quarantina di chilometri dall’albergo. Quando Andrea arrivò già le ombre cominciavano ad allungarsi e una leggera brezza piegava le cime degli alberi che facevano corona al luogo di culto. Il parcheggio era un po’ in discesa e stretto e terminava a ridosso di un muro abbastanza alto costruito per contenere un terrapieno. La manovra di retromarcia, di Andrea, non passò inosservata agli studenti che lo gratificarono con un applauso. Nel frattempo si era avvicinato al pullman un frate che, a dispetto della lunga barba, doveva essere molto giovane. Strinse calorosamente la mano ai professori, salutò i ragazzi con un sorriso, quindi invitò tutti ad entrare nel santuario. “Dai vieni anche tu” disse rivolto ad Andrea. L’autista ringraziò motivando la rinuncia al fatto che preferiva riposare un po’. “Come vuoi” concluse il frate dandogli un buffetto sulla guancia. Padre Luigi era il frate in odore di santità di cui tanto si era prodigato nel racconto il professore di religione. Si vociferava che avesse “ereditato” le stigmate alle mani da Padre Pio da Pietrelcina subito dopo la sua...
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I versi della vita di Beniamino Todesco

di Angelo Zen   Nel mio peregrinare dei giorni, mai avrei immaginato di imbattermi nel commento dei versi composti da chi mi fu antico compagno di liceo, in anni lontani. Allora avemmo occasione di condividere testi scolastici che le condizioni economiche non ci permettevano di acquistare. Ora ho l’onore di condividere sentimenti e valori mai banali. L’occasione mi si è presentata da un casuale incontro avvenuto con Beniamino Todesco, che, con fare assai garbato, mi affidò una sostanziosa raccolta di suoi componimenti poetici che, a me sconosciuti, attirarono la curiosità e il mio interesse anche per mantenere viva la pagina che ospita questo periodico. Inaspettata è stata la proposta come impegnativo è il compito di scandagliare nei versi altrui i sentimenti. Con queste premesse spero di riuscire a dare una visione d’insieme seppur parziale, del mondo a cui si è ispirato e del suo proporsi in questa nobile arte del poetare. Beniamino Todesco è una importante figura di cultura umanistica e locale, acquisita nei molti anni di insegnamento e di vita trascorsa a Rosà. È elemento di spicco nel variegato e multiforme panorama culturale rosatese. La sua presenza non è mai camuffata da venale interesse. Ecco perché la sua testimonianza tocca direttamente il nostro territorio e merita  condivisione. Nello scorrere i componimenti dell’autore balza agli occhi che egli si firma con il nome di Frawal (acronimo formato dalle iniziali dei nomi dei figli). E questa non è una secondaria attenzione di tenerezza manifestata da un genitore. Beniamino Todesco predilige indagare nel mondo rurale. Esempio ne è  ““Elogio della vita agreste”:“ Canto i campi e le divinità campestri….”” E ben si alza il verso nel ricordo di Angelo Comunello – titano della nostra terra – con i versi composti al raggiungimento dei cento anni di vita. “Le palme nodose / il sudor si tergeva, / lontano guardava / la nebbia mattinal / fumare… Cresceva la nidiata, / maturavan le messi dorate… Son scivolati lievi / gli anni: / i rintocchi delle / campane… Si nasce alla fede, / alla vita, / alla speranza…/ bello l’oggi,/ il diman /sarà senz’altro migliore. Cerere feconda, / i sacri Lari / e il pio Enea / Ti accoglieranno / al riverberar/ della divina / Luce.” Da sottolineare il respiro che dà alla speranza! Emerge ancora lo sguardo attento alla natura e lo scopri attraverso “”il tintinnio giulivo della cincia… il dolce chiacchierio del ruscello… i rami del melograno,...
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