Monsignor Mario Erle

di Alfio Piotto   Sentiamo il dovere e l’onore di dedicare queste righe alla memoria di Mons. Mario Erle. Don Mario si è dedicato alla cura della nostra parrocchia per 16 anni: dal 1966 al 1969, come giovane vicario cooperatore e, dal 1989 al 2002, come parroco ed arciprete. Appassionato di musica e del bel canto, dirigeva cori e cantava lui stesso arricchendo, con i suoi talenti, la pastorale rosatese. Sul suo modo profondo di percepire le cose, sui suoi ideali, sul suo credo e sulla sua testimonianza molti Rosatesi hanno costruito le radici della propria fede fondata sulla Parola di Dio e sulla testimonianza attraverso la propria vita. Ha promosso concretamente la condivisione con i laici. Ha curato la pastorale familiare, quanto cara gli era la frase “la famiglia come piccola chiesa domestica”… Don Mario era cosciente, che nelle nostre comunità, la famiglia ha un  ruolo insostituibile non solo per la creazione di un benessere diffuso ma soprattutto per il contributo alla tenuta sociale, etica e spirituale della nostra società. Ha dato rilevanza alla sacra scrittura, con una speciale cura nella liturgia, con i centri di ascolto, i filò, il giorno della parola ed una moltitudine di altre pro-vocazioni (come amava chiamarle). La sua cura non si è fermata ai contenuti, ma è stata attenta anche ai contenitori delle “relazione significative”, il Duomo, l’oratorio, la scuola dell’infanzia, il tempio dei giovani, la canonica. Ha seguito la musica, i cori, ha rilanciato la Banda Monte Grappa. Chi andava a trovarlo ammalato prima a San Bonifacio poi a San Rocco trovava sulla parete della sua stanza una gigantografia della “sua” Banda Montegrappa”. Seguiva gli ammalati, di cui conservava una lista personale per andarli a visitare.  Nei momenti di lutto, tutti abbiamo provato il conforto ristoratore della sua vicinanza, delle sue parole e delle sue celebrazioni. Un ricordo sociale e culturale importante resta la sua decisione di restaurare e rilanciare il Teatro Montegrappa. Una decisione sofferta, non condivisa sempre da tutti, per la quale impegnò anche i suoi risparmi personali donati a questo intervento. Uomo dalla sensibilità raffinata e di grande fede, era capace di interpretare il presente per prevedere i cambiamenti che il futuro avrebbe riservato al mondo e alla Chiesa, che ha servito con paterna dedizione e con filiale attaccamento. In questo pastore buono, in questi uomini, nel loro sentire profondo, nei loro ideali, nel loro credo, nella loro testimonianza,...
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Era il 29 agosto 1976. Processione tra i terremotati di Trasaghis

  testimonianza fornita da Angelo Zen   A quarant’anni dal terremoto del Friuli, tra i molti ricordi, ormai sbiaditi, è stata rinvenuta una vecchia registrazione su nastro. Da essa abbiamo stralciato il testo originario del discorso pronunciato a Trasaghis dall’ arciprete di allora monsignor Mario Ciffo. Ciò avvenne al termine della processione snodatasi lungo le accidentate strade della tendopoli. Erano presenti il Card. Sebastiano Baggio, il Vescovo di Udine mons. Alfredo Battisti e una folta rappresentanza di Rosatesi.   “”E adesso insistono perché dica una parola anch’io. Credo debba essere una parola pratica, perché non soltanto esce dal cuore senza tanto studio, ma soprattutto perché abbiamo ultimato una funzione e una processione che i cari Rosatesi, figlioli miei, difficilmente dimenticheranno. Altro che la strada asfaltata del Viale dei Tigli, altro che quelle case lussuose che attorniano questa nostra via attraverso la quale, anche mercoledì abbiamo percorso cantando e pregando la Madonna. Io credo che questi sassi li ricorderemo quando ritorneremo a casa, ne sono persuaso, perché l’ho già sentito dai presenti: “Poveri questi Friulani, come sono ridotti!”. E non ci pensiamo noi che potevamo essere ridotti come loro? Perché questa distinzione che il Signore ha usato, di predilezione per noi e di prova per tutti questi nostri fratelli? Desidero far notare che la parrocchia è venuta quassù rappresentata da giovani ben intenzionati, disinteressati, che hanno cercato di fare il bene: bene materiale ma soprattutto bene spirituale. Mi ha fatto piacere il sapere che hanno lasciato quassù un ricordo di buon esempio cristiano e questo ci fa onore, ma soprattutto ci obbliga ad essere particolarmente riconoscenti al Signore che ci ha prediletto sempre e, spero, ci prediligerà ancora. E la nostra vita cristiana sia un impegno per renderci migliori a casa e per poter, a tempo opportuno, portare questa bontà che il Signore e la Chiesa ci insegnano, agli altri fratelli, ai quali mi rivolgo per dire: “Caro don Elio, sono parroco anch’io, come sei parroco tu. Io parroco di una parrocchia fortunata e tu di una parrocchia disgraziata (anche se fa male chiamarla così), perché si soffre, si patisce. Chi ha volontà può capire che anche nel calvario che stiamo percorrendo c’è il volere di Dio per avvicinare questi fratelli e figli particolarmente cari, perché con la croce, con la sofferenza salviamo e ci salviamo. Accostandoci al Cristo al quale io, umilmente, ho cercato di affidare questa parrocchia diventata...
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Mons. Ciffo, tra urgenza di santità e dedizione totale al suo popolo

di Giandomenico Cortese   Cosa direbbe ai “suoi” preti, oggi, mons. Mario Ciffo, quali parole robuste pronuncerebbe dal pulpito del Duomo di Rosà per ammonire i fedeli, indicare loro la strada da percorrere, gli atteggiamenti da assumere, i doveri da praticare per una vita buona. È solo una curiosità, per non dimenticare. Il burbero parroco, nato a Maglio di Sopra in quel di Valdagno, ha “allevato” tra i suoi diversi cappellani ben due vicari generali della nostra diocesi. Mi piace ricordare la figura di questo sacerdote coraggioso e altero, profondamente buono, intriso dell’umanità della sua gente, scolpito con i caratteri duri, talvolta spigolosi di una ruralità autentica, umile, prudente e saggia, coltivata dall’esperienza del silenzio orante. Non è facile possedere traccia incisa nella roccia dei sentimenti di un uomo così lontano dalla contemporaneità e così presente nella saldezza dei valori essenziali di una vita cristiana ragionata e ferma, fervida e genuina. Trent’anni fa, giusto il 26 febbraio, la sua morte privava Rosà di un caposaldo della sua storia più recente. Un uomo e un arci-prete che aveva ben salde nelle sue mani, soprattutto impresse nel suo cuore, le stimmate di una vocazione al servizio, con rare sensibilità, dietro la scorza di ruvidezza che una Chiesa preconciliare sentiva il dovere di guidare il proprio popolo senza incertezze, sfumature dogmatiche o dottrinali, aperta ai bisogni essenziali, poco incline ad accompagnare e assecondare le mire, i sogni e le chimere della contemporaneità. Scherzosamente, ma non troppo, la canonica della parrocchia di Sant’Antonio, era considerata un po’ il Car (il Centro addestramento reclute) della Diocesi berica, tanta e tale era la capacità di plasmare i giovani preti che un “istruttore” tutto d’un pezzo, come Mario Ciffo, in grado di allenare il suo clero al sacrificio fisico della testimonianza, prima ancora che alla pratica religiosa. Era esigente con se stesso, innanzitutto. Badava all’essenziale, sapeva “curare” la sua gente, cogliere le migliori qualità, incoraggiare e promuovere l’impegno e l’intraprendenza: un ottimo selezionatore di personale. Manager e padre, dal piglio deciso, accogliente e capace d’ascolto. Una figura esemplare, emblematica nell’autorevolezza, con una visione capace di raccogliere ogni sfumatura del presente, preoccupato del divenire, con la grande capacità di motivare. Se il paese, oltre la parrocchia, che ha “governato”, è cresciuto anche in benessere economico, non era casuale il suo apporto di indirizzo e di sostegno. Le opere parrocchiali (dagli Istituti Pii e dalla Scuola Materna, alla...
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I Rosatesi e il terremoto del Friuli

di Giannina Gaspari Crocerossina        6 maggio 1976. Sono trascorsi quarant’ anni da quella “gnot dal sis di mai”! Ma quanti ne avevo io allora? Ero una giovane infermiera volontaria della Croce Rossa di Vicenza, entusiasta della vita e forte del nobile motto delle crocerossine: “Ama, Conforta, Lavora, Salva. Dio benedica l’opera tua”. Una coppia di amici di Vicenza mi aveva accompagnata in auto fino alla sede della Croce Rossa di Udine. Nessun abito borghese: nello zaino solamente i cambi della divisa azzurra e il velo blu. La meta? Sconosciuta. Salita su una AR (Autovettura da Ricognizione) condotta da un milite della Croce Rossa, sobbalzando e procedendo a slalom sulla strada di buche e crepe prodotte dal sisma, raggiungemmo un paesino che in piedi aveva solamente una parte del campanile; tristemente muto, il suo orologio indicava le 9 e tre minuti, l’ora tragica del fatidico 6 maggio! Il paesino? Trasaghis, un nome che significa “tra le acque”; a poche centinaia di metri vi scorre, ampio e solenne, con tratti di secca, il grande Tagliamento. Impossibile dare notizie alla famiglia: i cellulari allora erano sconosciuti; il centralino ospitato presso una tenda era preso d’assalto e spesso fuori uso. A valle del paese, al sicuro dalle frane come quella che aveva pressoché distrutto la vicina frazione di Braulins, era allestita la Tendopoli, lunga e vasta, a perdita d’occhio. Tra le tende grigioverde si distingueva una piccolissima tenda blu: era quella del parroco, don Elio Nicli, che ancora adesso mi chiedo come facesse a viverci assieme alla vecchia madre piegata dall’artrosi. Una piccola roulotte era assegnata a noi crocerossine; a fianco era stata collocata quella di Ugo Collavizza, la persona più dilaniata dal terremoto: nel tragico evento aveva perso la moglie Ines, gli unici loro figli Walter e Angiolino e altri quattro congiunti. Che vita sarebbe stata quella di Ugo, da allora? L’hanno salvato i numerosi amici, anche vicentini, che l’hanno accompagnato negli anni con l’affetto, con visite frequenti e tanta corrispondenza epistolare. Fino al 27 gennaio 1997. Non mi fu agevole orientarmi tra le tende; una tendopoli non è regolata da piazze e vie, tutto è uguale! Un utile riferimento fu la serie di lavandini a cielo aperto allestiti a fianco dell’ “abitato”, e lo era anche, laggiù in fondo, quel lungo manufatto basso orizzontale dotato di una serie di rudimentali porte collocate a una trentina di centimetri dal suolo...
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