Fatima Maani

di Lucia Busatta   Il 9 luglio scorso, all’improvviso, ci ha lasciato Fatima Maani. Faceva parte della nostra comunità, assieme al figlio Michele da circa 9 anni dopo aver vissuto per altrettanti anni in Provincia di Salerno. Veniva dal Marocco che aveva abbandonato, in cerca di una vita migliore in Europa, assieme ai suoi tre figli. Fatima è stata per noi un esempio di integrazione: si è conquistata il suo posto nella nostra comunità grazie al lavoro instancabile, la sua semplicità e disponibilità verso tutti. Lei faceva amicizia con tutti, aveva un sorriso per tutti. Per questo è stata adottata e aiutata dagli abitanti del quartiere Seminarietto dove abitava nella casa vicino il casello ferroviario. Collaborava con il quartiere nelle varie feste e cene di quartiere, nella sagra del paese, collaborava con gli Amici del Villaggio, con i quali condivideva gli ideali, nell’organizzazione di Primavera a Colori (oltre che nel ruolo di cuoca anche nel ruolo di mediatrice culturale e linguistica). Ha partecipato ai laboratori di cucina organizzati a scuola per i ragazzi con bisogni educativi speciali insegnando loro a preparare il pane e la pizza con maestria. Dove c’era bisogno lei dava sempre una mano. Pur nelle sue ristrettezze economiche  si prodigava ad aiutare chi ne avesse bisogno anche materialmente. La vedevamo spesso con il suo triciclo (mezzo di trasporto usato per i suoi scambi) a consegnare i pacchi della Caritas alle famiglie bisognose. Grazie Fatima per averci insegnato ad essere solidali, umili e disponibili verso tutti al di là della nazionalità, religione e condizione. Ti ricorderemo in quei bei momenti  in cui ci contagiavi con la tua allegria a suon di ritmi africani mentre mangiavamo i tuoi buonissimi panini napolateni. Ciao Fatima!   DIDASCALIE IMMAGINI: per alcune foto clicca...
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Don Armido e quel filo invisibile della provvidenza

Di Angelo Zen   Era domenica 1 febbraio. Nell’entrare in chiesa, faceva un certo effetto vedere, illuminato di una luce viva, il confessionale posto nella navata a nord del nostro duomo. La porta era aperta. Un tuffo al cuore nell’andare alla tragica settimana, appena conclusa. Don Armido non era più al suo posto, come sempre puntuale e meticoloso nello svolgimento del suo ministero. Ci ha lasciati in fretta, di soppiatto, senza disturbare nessuno. Penso, anzi sono certo, come lui voleva. In quella sera di fine gennaio, quando il richiamo del tepore di una stanza riscaldata poteva avere il sopravvento, la decisione di mettersi in sella alla sua  bici è stata fatale. Aveva da soddisfare l’innato desiderio di muoversi, di assaporare la brezza serale senza una meta ben definita. Ancora una volta agiva da spirito libero, come il suo modo di essere lo distingueva. E così, poco oltre i cinquecento metri dalla partenza, in perfetta solitudine, sulla strada che aveva percorso migliaia di volte, Sorella Morte lo stava chiamando. Il giorno successivo, 28 gennaio, nel  pomeriggio il cuore cedeva definitivamente. Lo sbigottimento della gente al diffondersi della notizia, divenne unanime. Proprio da quei momenti si ebbe la prova di quanto familiare per tutti fosse la figura del sacerdote. Cosa è stato che ha reso carismatica questo uomo che ha trovato unanime il rammarico per la sua perdita? Agli occhi dei più rappresentava la figura del sacerdote tradizionale, impersonava la saggezza antica. Godeva di tanta simpatia anche perché, molti che lo avvicinavano, in lui riconoscevano il prete che li aveva guidati nella loro giovinezza. Incontrandolo ci si immergeva in un mare di bei ricordi. Era disponibile con tutti, pur nel tratto a volte risoluto ma animato dal vero spirito di dedizione, di servizio, di aiuto verso i bisognosi. Di questo sono testimoni le sostanziose offerte inviate o personalmente recate, nei luoghi di missione. Proveniva da una scuola autentica di spirito di carità attinta da un maestro impareggiabile di austerità, quale fu per lui mons. Mario Ciffo. Da qui vediamo svolgersi il filo invisibile che accompagna la vita di queste due importanti figure di sacerdoti. Non è infatti casuale il fatto che proprio nel momento in cui ebbe a maturare la decisione di andare in seminario, don Mario Ciffo fosse cappellano a Noventa Vicentina, paese natale di don Armido. La Provvidenza volle che, una volta divenuto sacerdote, nell’anno 1952 approdasse  come cappellano...
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ROSATESE ILLUSTRE

di Silvano Bordignon Daniele Contessa: la signorilità C’è un tratto della figura di Daniele Contessa che lo ha contraddistinto  in tutto quello che è stato ed ha fatto: la sua signorilità. Trovare dei signori in giro oggi è difficile. Si nasce, non si diventa, dice il proverbio. Sarà. Ma Daniele Contessa era senz’altro un signore. È difficile definire la signoriltià. Uno dei suoi tratti credo sia la grande genuina  gratuità dell’agire. “Fa il bene e dimenticalo”, ha  detto una volta un altro vero signore. Non pensare alla gratitudine,  al tornaconto, ma fallo per il piacere di farlo e di  farlo per l’altro. E molta gente, che ha ricevuto degli aiuti da Daniele Contessa ha sempre percepito questa sua signorilità di fondo, la gratuità, quando ti aiutava, quando faceva qualcosa per te. Daniele è stato signore nei rapporti personali con gli amici, rapporti non espansivi, ma caratterizzati da pochi tratti e gesti appunto signorili. Lo è stato nella professione e nell’insegnamento, con gli allievi che lo hanno adorato. E lo è stato anche in politica. Al di là delle sue scelte personali, egli è stato un signore anche in politica. L’esperienza politica amministrativa di Daniele Contessa resterà nella storia di questa comunità, sia per quanto ha fatto, ma anche per come egli si è comportato. Daniele Contessa si è avvicinato alla politica solo nella maturità, dopo i 40 anni, agli inizi degli anni 90. Prima aveva verso di essa un atteggiamento distaccato, quasi noncurante. Alcuni di noi suoi amici ricordano l’entusiasmo con cui abbracciò le prime idee  di quel movimento che poi avrebbe governato per anni il nostro comune. “Possiamo cambiare la realtà del nostro paese” ci disse. Daniele Contessa portò in politica la sua signorilità. Trovò un comune ancora senza computers, non attrezzato tecnologicamente, e lui si portava da casa il suo computer, con carta, stampante, gratuitamente. Iniziò poi un impegno per la raccolta differenziata, quasi da solo, primo tra i comuni del vicentino.  In politica a volte si vince a vote si perde. Daniele Contessa è stato un signore sia da vincitore, sia da sconfitto. Considerava chi non era della sua parte politica non un nemico, o un avversario, ma solo una persona che aveva una idea diversa dalla sua ed a volte si infervorava nel dialogare, discutere con gli altri, con passione, ma con grande rispetto. I veri signori ad ogni modo pagano anche una particolare esperienza,...
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Un ricordo…

Da sempre lo chiamavo zio, anche se fra noi non c’erano legami di parentela. E di questo ero orgogliosa. Sia per la notorietà e il rispetto che godeva dalla gente che per l’incredibile passione per le cose e le storie di una volta.


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