“Rosà fra fine ottocento e la prima guerra mondiale”

di Angelo Zen     Mancheremmo ad una nostra aspirazione, quella di essere attenti testimoni della vita culturale rosatese,  se lasciassimo passare sotto silenzio l’avvenuta pubblicazione di un volume dal titolo “Rosà tra fine ottocento e la grande guerra” curata dal dott. Giuseppe Grandesso. Ciò è avvenuto in concomitanza con le celebrazioni dei cento anni dalla prima esecuzione della canzone del Grappa. La grande passione e il generoso slancio del cultore di storia locale hanno portato a termine un lavoro molto prezioso per una rivisitazione accurata ed accattivante di un lungo tratto della nostra storia. Stralcio un brano dalla prefazione fatta dall’autore: “Questo piccolo lavoro non ha le pretese di un trattato storiografico, dove ogni evento ed ogni personaggio viene sezionato nei minimi particolari, ma cerca di dare uno sguardo spesso leggero, alla Rosà di un secolo fa, una sorta di album dove scorrono tante cartoline provenienti da un passato ormai dimenticato. Tanti personaggi, avvenimenti, aneddoti vengono raccolti certamente con passione ed un pizzico di orgoglio perché conoscere ed apprezzare la nostra storia passata è importante per comprendere il presente e guardare fiduciosi al futuro”. Non poteva essere meglio disegnato l’obiettivo che l’autore si pone nel presentare la sua opera. Lo scorrere delle pagine fa risaltare come lo snodarsi dei capitoli, distinti per argomenti e corredati da una nutrita serie di fantastiche foto, renda anche visivamente accattivante l’interesse  per l’approfondimento delle tematiche selezionate. Cito solo un esempio: l’esame della società e la politica del tempo. L’autore mette in risalto la presa di coscienza dell’economia prettamente rurale, dominata dal latifondismo. Vengono ricordati i più rappresentativi personaggi di allora e lo stemperarsi di una società assai sottomessa. Essa è guidata da autorevoli personalità che a tutt’oggi risultano monumenti di saggezza e di lungimiranza, sono molte le figure che emergono. Fra le tante balza all’occhio quella di mons. Angelo Celadon, arciprete di Rosà, costretto a subire il confino per essere stato testimone scomodo della grande guerra. Altro personaggio  di rilevanza non trascurabile è la figura di Leonardo Dolfin Boldù (1864-1940). Protagonista della vita politica e amministrativa della prima metà del ‘900. Il suo lungo mandato alla guida del comune è contraddistinto dal fatto di aver dotato le singole frazioni comunali di autonome scuole elementari, contribuendo significativamente a debellare la piaga dell’analfabetismo. Nell’anno 1920, unitamente alla “saggezza” di mons. Luigi Filippi, fu promotore di un nuovo contratto sulla mezzadria, rendendo più favorevole la dipendenza...
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I cento anni della Canzone del Grappa

di Giuseppe Grandesso Le meraviglie di villa Dolfin hanno accolto il 24 agosto scorso, la festa per il centenario della “Canzone del Grappa”. Una data importante per la storia di una comunità che ha voluto così ricordare come le note di “Monte Grappa tu sei la mia patria” siano state composte ed eseguite ufficialmente, per la prima volta proprio a Rosà. A quel tempo, fu la tiepida aria di quel mattino del 24 agosto 1915 che accolse le neonate note di quello che diverrà uno degli inni patriottici più noti ed ascoltati della storia nazionale. Sotto la guida di un capitano collocato sopra un improvvisato piedistallo fatto di una sedia impagliata, si levò solenne da un folto gruppo di musicanti e di coristi, una melodia che avvolse e conquistò tutti i presenti. Lo stesso re, presente alla festa dell’Armata del Grappa, volle congratularsi con gli autori… in quel momento era nata una stella. Oggi, l’evento ha saputo raccogliere e mettere assieme tante realtà provenienti dal mondo civile, militare e religioso riuscendo nello stesso tempo a proporre una solenne e rispettosa commemorazione dei tanti morti della Grande Guerra ed un gioioso quanto apprezzato concerto della Banda Monte Grappa e del Coro Improvviso. Fra le tante autorità presenti, non ha voluto far mancare la sua presenza nemmeno Giove pluvio che a braccetto col Fato ha creato quel gioco di incertezza tra scrosci di pioggia, folate di vento e schiarite improvvise: un copione scherzoso che dapprima ha preoccupato non poco l’organizzazione e che poi ha dato spazio allo svolgimento di una serata esaltante. Una manifestazione riuscita quella del centenario della canzone “Monte Grappa tu sei la mia Patria” frutto del lavoro di un gruppo di appassionati che in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e col supporto di numerosi Sponsor, hanno saputo proporre una festa che è andata oltre la semplice commemorazione del centenario bellico riuscendo a condensare i propositi nel semplice motto: “la guerra divide, la musica unisce”. Oltre un migliaio di persone hanno seguito la manifestazione che dapprima si è snodata attraverso gli interventi delle autorità: si è voluto riproporre un percorso storico della nascita della Canzone del Grappa, attraverso gli interventi del sindaco di Galliera Veneta (nella cittadina padovana il neonato inno veniva proposto all’ascolto del gen. Giardino), del sindaco di Cartigliano (nel piazzale di villa Capello, la prima grande prova pubblica) e del sindaco di Rosà (la prima esecuzione ufficiale);...
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La Chiesetta di Villa Dolfin (seconda parte)

di Giuseppe Grandesso L’autentica delle reliquie porta la data del 28 Aprile 1783. Nella medesima si dichiara che la reliquia fu donata dal Papa, per mezzo del cardinale Marco Antonio Colonna al Senatore Veneto Leonardo Dolfin. Il documento attesta che il martire di Cristo, San Bono è stato tolto dal cimitero di Ponza e collocato, assieme ad un vasetto di cristallo con grumi sanguigni del Santo, in una cassa di legno, rivestita di carta ondulata e ben chiusa. Le ossa sono state collegate fra loro da un filo continuo di seta rosso (e ciò per evitare possibili manomissioni e per poter eventualmente in seguito constatarne l’integrità). La cassa infine è stata contrassegnata con il sigillo papale. Si dichiara ancora che lo stesso Leonardo Dolfin aveva potestà di tenerla presso di sé oppure di donarla ad altri per esporla alla venerazione dei fedeli in qualsiasi chiesa, oratorio o cappella. Inoltre si concede la facoltà di celebrare la messa ed altri uffici religiosi, secondo i decreti della Sacra Congregazione, emanati l’11 Agosto 1691. L’autentica è firmata dal vicereggente e dal custode delle sacre reliquie, e contrassegnata dal sigillo a secco del Cardinale Colonna. È stata ricevuta a Venezia nel palazzo Apostolico presso San Francesco della Vigna il 24 Settembre 1783 dall’Arcivescovo Giuseppe Firraro, Nunzio Apostolico e Signore dell’intero dominio della Serenissima. Per constatare l’integrità della reliquia, l’autentica è stata periodicamente vistata nel tempo da illustri prelati: II 3 Maggio 1865 dal Vescovo Antonio Farina. II 1 Giugno 1891 dal Vescovo Antonio Maria De Pol II 1 Giugno 1903 dal Vescovo Antonio Ferullio. II 4 Dicembre 1950 dal Vescovo Carlo Zinato. II 28 Novembre 1974 dal Vescovo Arnoldo Onisto. La celebrazione religiosa e l’esposizione delle reliquie di San Bono, come da tradizione, si svolge il lunedì dell’Angelo perché molto probabilmente, anche se manca una documentazione certa, la traslazione del corpo del Martire a Rosà, nella chiesetta di villa Dolfin, è avvenuta un lunedì di Pasqua. Ai lati dell’altare, si ammirano inoltre due tele rettangolari, delle quali si ignora l’autore, opere forse di scuole minori. In una è rappresentata l’esaltazione della Santa Croce. Si vede Santa Elena, madre dell’Imperatore Costantino (che promulgò il famoso editto nel 313, in cui concedeva ai cristiani la libertà di professare la loro religione), mentre sorregge la croce con San Maccario, vescovo di Gerusalemme in quel tempo. In basso sono raffigurate le due martiri, Santa Eurosia e Santa Irene da Tessalonica, protettrici...
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quando il Rosà batteva il Bassano Virtus

di Giuseppe Grandesso   Rosà negli anni ’60 e ’70 era una piazza calcistica molto importante riuscendo a proporre continuamente squadre di buon livello: togliendo le serie professionistiche, era costantemente tra le squadre dilettantistiche più interessanti a livello regionale. Si era passati dalla generazione dei Brunelli, di Elio Peruzzo, di Francesco Poggiana (Resta) e di Bruno Simonetto (Manara) a quella di Pino Zanin, Gianni Marcon, Lele Simonetto ed Enzo Tonello e sempre con ottimi risultati. In quell’anno s’erano aggiunti al gruppo due pedine importanti: Luciano Loro (Moke) che dopo una brillante carriera tra i professionisti aveva deciso di chiudere il suo percorso sportivo nella squadra del suo paese natale assumendo il ruolo di allenatore e giocatore e Ferruccio Campagnolo, dallo spirito ribelle, che dopo aver assaggiato i campi della serie A col Vicenza, non essendo disponibile ad assecondare le ferree regole del professionismo, ancor giovane, preferì trovar soddisfazione nei campi di periferia. Era la vigilia di Natale del 1978 e sull’erba del nuovo stadio di Rosà era previsto il derby col Bassano Virtus. Un pallido sole andava ad intenerire l’aria fresca di quel pomeriggio mentre tutt’attorno affioravano chiazze biancastre, testimoni di una nevicata recente, a ricordare il periodo invernale. L’atmosfera tra noi giocatori era di tutt’altra temperatura perché avevamo di fronte il Bassano, una storica rivale del calcio di quell’epoca. Il Bassano era una squadra ambiziosa ed in quella prima parte del campionato si era dimostrato dominatore incontrastato del torneo. Si aggiunga che in quella squadra giocava anche Giuliano Alessio (Cene), un ragazzotto ventenne di belle speranze, cresciuto nel vivaio rosatese ma che era stato prelevato dai Giallorossi ed inserito in prima squadra con ottimi risultati. Giuliano era pur sempre ed era anche amico di molti giocatori della nostra squadra e ciò bastava per far salire ancor più la rivalità e le attese per questa partita. E venne il grande giorno! Nello spogliatoio Berto si dava da fare più del solito a massaggiar muscoli e a spalmare olio canfarato mentre Ciano Moke con un tantino di apprensione (nonostante la sua esperienza) somministrava tattiche e raccomandazioni che poi sarebbero state immancabilmente dimenticate, una volta in campo. Ancora negli spogliatoi, poco prima della partita, uno degli accompagnatori (non ricordo chi) si avvicinò a ciascuno di noi e facendo scivolare da un blister una pillolina di color rosso, ci diceva: “ciapa, toi questa che cossì te corri de pì”, solo a posteriori...
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