“Così come posso”

di Suor Roberta

 

Un messaggio lanciato dall’Istituto Palazzolo.

Questo breve inciso è il titolo dell’iniziativa promossa dall’Istituto Palazzolo di Rosà per promuovere le adozioni a vicinanza degli ospiti presenti in struttura che si trovano a vivere situazioni di difficoltà.

La frase non è nostra ma di don Luigi Palazzolo, il fondatore delle Suore delle Poverelle: cresciuto in una famiglia borghese si era trovato sin da ragazzo a fare i conti con i poveri che abitavano in città e divenuto prete aveva sentito dentro di sé una chiamata speciale a dedicarsi completamente a chi si trovava a vivere in condizioni di povertà e abbandono. Don Luigi era uomo di senso pratico e non stava con le mani in mano: di fronte alle difficoltà, laddove nessuno se ne faceva carico, diceva “cerco di fare qualcosa io così come posso”. A Bergamo, sua città natale, tutti lo conoscevano: infatti con uno stile umile semplice e allegro riusciva a contagiare molti nel fare il bene. Grazie a questo la sua ben presto divenne un’opera condivisa: fu aiutato nel servizio caritativo da alcuni preti, molte maestre scelsero di dedicare tutta la loro vita per i poveri (così son nate le suore) e diverse persone lo aiutarono donando campi e sostenendo le opere stesse in tanti modi.

Lo spirito di Don Luigi, fondato su una fede solida e ben radicata, gli permetteva di attraversare i tempi critici con fiducia, senza mollare mai, tenendo ben fissi due primati: la confidenza in Dio e l’amore per l’uomo ed in particolare per i “non raggiunti”.

Ho fatto questa breve digressione storica per condividere un po’ con voi le ragioni che in questi giorni mi hanno portato a proporre un’iniziativa come quella delle “adozioni a vicinanza” che ha già mosso gli animi e i cuori, sia a favore sia contro.

Si fa fatica a pensare che gli Istituti stiano vivendo una situazione critica, lo comprendo. Soprattutto quando ci si ferma “al fuori”: non tanto fuori fisicamente, ma fuori nel pensiero e nello sguardo e ci si ferma a guardare ai muri e agli ambienti. Se uno guarda i muri, le ristrutturazioni, etc. pensa che questa sia una casa “che sta bene”. Ci si dimentica però che le ristrutturazioni sono imposte da vincoli normativi e che chi non può uscire da un letto ha bisogno di maggior confort; chi non può uscire da casa ha diritto ad avere una casa bella, colorata, che gli ricordi un po’ la bellezza della vita. Tutto in questa casa ha un senso, è pensato e valutato: su questo non mi dilungo.

Si può invece capire che la situazione sia critica se si va a pensare che qui lavorano 194 persone e ci vivono altrettante 160 con bisogni differenti, patologie complesse e situazioni familiari molto varie.

Questa situazione era già presente il giorno che sono arrivata: il 7 agosto del 2011 e son cose che molti di voi hanno già sentito dire diverse volte. Che cos’è cambiato allora da quel giorno???

Sono cambiate sostanzialmente tre cose: da un lato le politiche sociali hanno proceduto alla revisione del sistema di welfare e in questo hanno tagliato un fondo per le attività riabilitative delle persone con disabilità; dall’altro molte famiglie non riescono più a pagare le rette dei propri cari a causa delle difficoltà economiche o della perdita di lavoro; infine diversi  comuni nella cosiddetta “spending review” hanno rivisto la loro impegnativa di spesa in supporto ai familiari delle persone con disabilità.

A dire il vero altre tre cose, di ordine diverso, sono cambiate: la nostra casa in ascolto dei bisogni del territorio ha iniziato ad accogliere uomini; l’età degli utenti si è abbassata di molto (l’ultimo ha 14 anni!) ed infine sono sempre più frequenti le accoglienze di persone con disabilità acquisita a seguito di incidenti stradali o malattie degenerative.

Ora che il quadro è più definito penso che si possa intuire la ragione profonda che ci ha mosso nella proposta delle adozioni a vicinanza: anzitutto dire ad alta voce che esistono – e siamo chiamati ad accorgercene sempre di più – persone povere accanto a noi, molto vicine (e non solo agli Istituti) e non solo lontane; in secondo luogo dichiarare che chi è più fragile tra noi chiede maggior vicinanza, una presa in carico collettiva, non solo privata.

Dove gli altri non arrivano, dove la società non vede, dove gli enti non si impegnano, noi, ciascuno di noi, se vuole può dire “cerco di fare qualcosa così come posso”… io non mi tiro indietro, è affar che mi riguarda perché mi sta a cuore.

E come si può essere d’aiuto? In tanti modi tra cui ne sottolineo due: il volontariato rivolto alle persone o quello rivolto alla struttura (orto, manutenzione, portineria, etc) e queste adozioni a vicinanza.

Queste ultime funzionano quasi come le altre adozioni: le persone si impegnano a versare una quota che può essere mensile o annua e viene loro proposto un piccolo progetto mirato ad una persona che si trova a vivere una situazione di difficoltà.

L’aiuto economico ha come scopo e fine ultimo la “vicinanza”: pertanto a chi lo vuole viene proposto di conoscere la persona interessata e chissà… da un aiuto può nascere anche un’amicizia! Non mettiamo limiti alla Provvidenza!

Il progetto si chiama ‘così come posso’ perché tutti possiamo dare qualcosa: così facendo l’attenzione alle persone che vivono delle fragilità a causa della malattia potranno sentirsi sostenute da una rete solidale che coinvolge il territorio.

Se qualcuno volesse ulteriori approfondimenti o aderire all’iniziativa può contattare direttamente la sottoscritta

o mandare una mail all’indirizzo:

progettoqui@gmail.com.

Ringraziandovi, sr Roberta.

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