Don Armido e quel filo invisibile della provvidenza

Di Angelo Zen

  Era domenica 1 febbraio.

Nell’entrare in chiesa, faceva un certo effetto vedere, illuminato di una luce viva, il confessionale posto nella navata a nord del nostro duomo. La porta era aperta. Un tuffo al cuore nell’andare alla tragica settimana, appena conclusa.

Don Armido non era più al suo posto, come sempre puntuale e meticoloso nello svolgimento del suo ministero.

Ci ha lasciati in fretta, di soppiatto, senza disturbare nessuno.

Penso, anzi sono certo, come lui voleva.

In quella sera di fine gennaio, quando il richiamo del tepore di una stanza riscaldata poteva avere il sopravvento, la decisione di mettersi in sella alla sua  bici è stata fatale. Aveva da soddisfare l’innato desiderio di muoversi, di assaporare la brezza serale senza una meta ben definita.

Ancora una volta agiva da spirito libero, come il suo modo di essere lo distingueva.

E così, poco oltre i cinquecento metri dalla partenza, in perfetta solitudine, sulla strada che aveva percorso

migliaia di volte, Sorella Morte lo stava chiamando. Il giorno successivo, 28 gennaio, nel  pomeriggio il cuore

cedeva definitivamente.

Lo sbigottimento della gente al diffondersi della notizia, divenne unanime. Proprio da quei momenti si ebbe la prova di quanto familiare per tutti fosse la figura del sacerdote.

Cosa è stato che ha reso carismatica questo uomo che ha trovato unanime il rammarico per la sua perdita?

Agli occhi dei più rappresentava la figura del sacerdote tradizionale, impersonava la saggezza antica.

Godeva di tanta simpatia anche perché, molti che lo avvicinavano, in lui riconoscevano il prete che li aveva guidati nella loro giovinezza. Incontrandolo ci si immergeva in un mare di bei ricordi.

Era disponibile con tutti, pur nel tratto a volte risoluto ma animato dal vero spirito di dedizione, di servizio, di

aiuto verso i bisognosi. Di questo sono testimoni le sostanziose offerte inviate o personalmente recate, nei luoghi di missione.

Proveniva da una scuola autentica di spirito di carità attinta da un maestro impareggiabile di austerità, quale fu per lui mons. Mario Ciffo.

Da qui vediamo svolgersi il filo invisibile che accompagna la vita di queste due importanti figure di sacerdoti. Non è infatti casuale il fatto che proprio nel momento in cui ebbe a maturare la decisione di andare in seminario, don Mario Ciffo fosse cappellano a Noventa Vicentina, paese natale di don Armido.

La Provvidenza volle che, una volta

divenuto sacerdote, nell’anno 1952 approdasse  come cappellano nella parrocchia di Rosà, sotto la guida dello stesso Mons. Ciffo. Ben undici anni di permanenza e di collaborazione segnarono un tratto importante di vita

rosatese. E non furono anni semplici.

Furono anni di fermento, non solo religioso ma anche sociale ed economico. Era il periodo della ricostruzione del dopoguerra, del fiorire dell’artigianato, dell’abbandono della mezzadria e dell’affermarsi del sistema cooperativistico nel campo dell’agricoltura.

E la chiesa locale era sempre in prima fila a promuovere, a convincere, ad aiutare. In tante occasioni mons. Ciffo era la mente e sapeva ben guidare il braccio di chi doveva operare. E questo ricadeva quasi sempre sulla disponibilità, sempre pronta e generosa, di don

Armido.

Fu anche il primo insegnate di religione, quando a Rosà iniziò a funzionare la scuola media. Era l’anno 1960. Anche in questo fu attento iniziatore di un corso importante per la crescita culturale.

Nel 1963, si interruppe quel filo invisibile di collaborazione dei due

sacerdoti.

Altre realtà ebbero a godere della sua guida illuminata ed attenta.

Raggiunta l’età del pensionamento, da Santo Stefano di Zimella, nel 1996 fece ritorno a Rosà, come collaboratore della parrocchia di Sant’Antonio Abate. Qui occupò l’appartamento ove fu ospitato mons. Ciffo, dopo il ritiro dalla guida della parrocchia.

E il filo della provvidenza arrivò a riannodarsi. Così venne a vivere  i suoi ultimi anni nella stessa abitazione ove mons. Ciffo ebbe a completare i suoi giorni.

Ora don Armido riposa nella tomba

dei sacerdoti presso il cimitero di Rosà. Guarda caso accanto alla salma del suo Arciprete. E la parabola di due esistenze parallele si è conclusa proprio nell’ultima dimora. E quel filo della

Provvidenza ha resistito ancora una volta.

La celebrazione del rito funebre, segnato dalle numerose testimonianze espresse dalle più varie rappresentanze,

ha contraddistinto nel più alto grado il dovuto riconoscimento di un’opera che sarà difficile dimenticare. Come non sarà facile scordare il dono di poterlo incontrare, lungo le nostre strade, in sella alla sua immancabile bicicletta e poterlo ancora una volta salutare.

Per molto tempo, entrando in chiesa,

mi farà un certo effetto fissare quel confessionale, divenuto muto.

Lì si è spenta una luce ma non si è spento l’esempio, che in un modo del tutto personale ha saputo offrirci e per il quale l’intera comunità rosatese gli è sinceramente grata.

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