Don Bartolomeo: dall’India all’Italia per trasmetterci un messaggio profondo

di Fabrizio Parolin

Sette mila chilometri. Tanta è la strada che ha fatto il “nostro” Don Bartolomeo per raggiungere Rosà, dalla sua città di Turlapadu in Andhra Pradesh, regione dell’India sud orientale.

Un viaggio lungo, faticoso, non privo di difficoltà, lo ha condotto da noi in Italia, Paese che lo ha richiamato per motivi religiosi, di studio e quasi di riconoscenza nei confronti dei padri missionari cristiani che, proprio in India, dalla fine dell’1800, hanno diffuso la parola di Dio.

Oggi (12 febbraio n.d.r.) abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per fargli qualche domanda e capire come sia stata finora la sua esperienza qui in Italia.

Prima di iniziare però, Don Bartolomeo ci ha raccontato le sue origini, le sue radici…

 

“Sono nato in un piccolo villaggio dell’India sud orientale e, fin da bambino, mi sono stati trasmessi i valori del Cristianesimo. La mia famiglia è stata convertita molti anni fa dai padri missionari cristiani del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) giunti nella mia regione di nascita per portare e diffondere la parola di Dio.

La religione mi ha aiutato molto nel mio processo di crescita e, già da bambino, frequentavo sempre la Chiesa del mio villaggio, un luogo fondamentale di aggregazione per la nostra comunità, un momento importante di preghiera e di condivisione dei valori cristiani.

Anche per questo motivo sono molto riconoscente con i padri missionari italiani e il mio viaggio in Italia è legato in parte a questo aspetto; sono stati loro ad indicarci la strada da percorrere.

Fin da piccolo avevo sempre il desiderio di fare il chierichetto e guardavo con grandissima ammirazione la figura del sacerdote; pensa che a otto anni avevo già le idee chiare, volevo predicare e diffondere la parola di Dio e da lì è iniziato il mio cammino.

Circa a quindici anni sono entrato in seminario in un paese che distava quasi cento trenta chilometri dal mio villaggio; all’inizio è stata dura perché ero molto distante dai miei genitori, dalla mia famiglia e ho avuto, per questo motivo, dei momenti di crisi.

È stata proprio la mia famiglia che mi ha aiutato a proseguire serenamente, mi ha convinto che stavo percorrendo la strada giusta; gli ostacoli e le difficoltà mi hanno aiutato a crescere personalmente e a maturare interiormente.

Ho proseguito il seminario, mi sono laureato in psicologia e, a ventisei anni, sono stato ordinato sacerdote.

Proprio a questo punto della mia vita, mi sono trovato di fronte a un bivio decisivo perché mi erano state offerte due possibilità, due scelte: trasferirmi in Germania nella comunità di Munstaff, vicino a Dusseldorf, oppure venire a Venezia per studiare diritto canonico.

Era ed è stata una scelta molto difficile, complicata, perché in Germania avrei avuto una certa stabilità economica che mi avrebbe permesso di aiutare le persone bisognose, a Venezia invece, avrei intrapreso lo studio di una materia che mi affascinava da sempre.

Avevo solo 3 giorni di tempo e, alla fine, ho scelto Venezia per tanti motivi: ho pensato che lo studio fosse più importante e avrei avuto comunque in futuro la possibilità  di esercitare il sacerdozio e di aiutare gli altri.

Così è iniziato il tuo viaggio in Italia. Com’è stato il primo impatto con il nostro Paese?

All’inizio un po’ difficile per il clima, per il cibo, per la cultura. Penso tuttavia sia normale, mi dovevo ancora abituare e ambientare a tutte queste novità. Un po’ alla volta però sono riuscito ad inserirmi bene, ho iniziato e terminato regolarmente gli studi a Venezia e poi mi sono trasferito a Roma per il dottorato che ho concluso da poco. Ho avuto modo di conoscere diverse comunità italiane e sono giunto qui a Rosà anche grazie alla conoscenza e  all’amicizia con don Angelo.

E ora eccomi qui, anche se per poco, dopo Pasqua infatti tornerò nel mio Paese, in India per diffondere e trasmettere i valori cristiani che ho ricevuto in questi anni.

Com’è stato il primo contatto e rapporto con la comunità rosatese?

“Devo dire che la sensazione è stata fin da subito positiva, ho incontrato e avuto modo di conoscere una comunità che frequenta numerosa e generosa le celebrazioni della Santa Messa.Questo aspetto mi ha molto colpito perché in altre comunità italiane non ho riscontrato e trovato lo stesso spirito.

L’aspetto che invece mi ha colpito meno positivamente, è il fatto che manchi per i più giovani una specie di orientamento al sacerdozio.

Penso sia giusto informarli fin da ragazzi sulla possibilità di poter intraprendere una strada, un cammino che ad oggi, è in crisi (numericamente parlando).

Sembra quasi che questa scelta venga esclusa a priori; in India essere sacerdote è un onore, qui in Italia sembra quasi un onere.

Dico ciò perché penso ci sia molto potenziale umano in grado di percorrere un cammino meraviglioso come quello del sacerdozio e mi dispiace che venga in parte trascurato e resti inespresso.

Ecco, penso sia questo l’unico aspetto che migliorerei, ma per il resto posso solo ringraziarvi perché mi avete accolto come uno di voi, come un figlio della vostra grande famiglia.