E vide che era cosa buona…

di Alessandro Antico

 Non ho alcun dubbio che Dio sarebbe in grado di ricreare il mondo tale e quale come lo fece in principio, ma chissà se una seconda volta ci metterebbe ancora Adamo o si prenderebbe un giorno in più di riposo!

Perfino il Creatore si ferma a ponderare ciò che ha fatto e solo dopo aver visto, decide se sia o meno cosa buona. Vien da immaginare che, se non fosse stata cosa buona, l’avrebbe distrutta o quanto meno modificata, e si sta parlando del firmamento non della legge sulle pensioni!

Non si priva neppure del vezzo di fermarsi a contemplare la sua opera che lo soddisfa a tal punto da volerla condividere con l’uomo, lasciandolo libero di scorazzarci a suo piacimento.

Questi, per tutta risposta, non sembra aver tempo, voglia o coraggio di fermarsi a valutare con serena obbiettività se le proprie opere siano veramente cosa buona, non considerando che spesso la contemplazione evidenzia aspetti della realtà che ad un primo sguardo possono restare celati, così che una certa azione può a posteriori apparire diversa, non solo relativamente al modo di eseguirla ma anche in ordine al suo scopo.

Ci sono regole date per scontate per decenni che ad oggi potrebbero non essere così auree come si era sempre pensato. Chi dice per esempio che arrivare in un determinato posto più velocemente  sia necessariamente una conquista? E’ sicuro che il tempo risparmiato ci sia così utile? E se la risposta è affermativa, come mai nell’epoca in cui, rispetto al passato, si viaggia così in fretta attraverso il globo, le persone sono sempre più affannate  e non trovano mai un minuto per nulla ? E il prezzo da pagare in termini di ferite al territorio, di inquinamento, di spreco di energia giustifica questo guadagno?

Anche senza essere ingegneri o politici, basta passeggiare per il “centro” dell’ormai non più  nostra Rosà in una qualsiasi domenica pomeriggio, per capire che  qualcosa non sta funzionando: forse il mondo non è una pista da percorrere in lungo e in largo sulla quale far spostare il maggior numero possibile di mercanzie da sprecare in luoghi possibilmente diversi da quelli in cui sono state prodotte. Siamo nati come cacciatori, pastori e agricoltori tra cielo azzurro e aria pura e ci ritroviamo a deambulare su cemento e asfalto, rinchiusi in scatole di latta inalando gas di scarico e polveri sottili. Qualunque possa essere il motivo che ci ha portato a questa situazione, sia esso l’esigenza di aumentare  il lavoro, una presunta maggior comodità o la concorrenza di popoli che calpestano i diritti umani in nome della produttività, non è abbastanza valido da giustificare una qualità di vita che ahimè, ci stiamo abituando a considerare normale. La natura ha ritmi lentissimi e l’uomo, che pure ne fa parte, è perseguitato dalla fretta e dall’ansia di qualcosa che gli sfugge: ora lo spread che aumenta o il debito pubblico che sale o il pil che scende, ora la paura incalzante di rimanere indietro rispetto a un mondo che corre non si capisce bene verso dove.

Una terapia potrebbe essere ad esempio quella di ricominciare a lavorare lentamente per fare cose belle riconquistando la sovranità sul tempo. Produrre alimenti buoni e sani, fare mobili di legno vero, costruire elettrodomestici indistruttibili con  pezzi di ricambio sempre reperibili, eliminare i call center e restituire persone competenti in carne ed ossa, ridare ai venditori una specializzazione che i centri commerciali hanno loro sottratto. Spostare le merci e le materie prime deve essere l’ eccezione e non la regola. Anche un’autostrada può assumere i canoni della bellezza se la sua realizzazione contempera  le vere esigenze dei cittadini e non soltanto quelle economiche di produttori e costruttori. La cose belle vanno attese molto tempo, perché aspettarle le rende preziose ma in compenso durano molto e possono essere riparate e mantenute. Le cose belle non si fanno in serie, richiedono una professionalità non improvvisabile, sono uniche e soddisfano quasi più chi le crea che chi le riceve. L’uomo, ad immagine di Dio, è un’artista e deve alimentarsi di bellezza; il brutto, poco a poco, lo imbarbarisce.