Editoriale



Quartieri, una sfida per diventare luoghi d’incontro, dialogo, solidarietà

Caricato da il 15-06-2019 in Editoriale, Edizione Corrente | 0 commenti

di Giandomenico Cortese

 

Spunti di vita buona. L’altro come dono. L’io che diventa noi. La capacità di mettersi in gioco, di entrare in relazione. La rete che si istaura. Il tessuto, il vissuto sociale, economico, solidale, culturale, che si crea nell’incontro, nel dialogo, nell’abitare insieme nella stessa via, nel condominio, nella contrada, nel quartiere. Nell’attrezzarsi insieme per rompere silenzi e solitudini, quando la città, il paese, l’agglomerato urbano è fatto solo di pietre e non di uomini e donne, bambini e anziani, indigeni e foresti.

Lo spazio dell’abitare è un luogo di inclusione, ma può esserlo anche di esclusione, isolamento, delle opportunità o delle ingiustizie,  della solidarietà o dell’egoismo, della fiducia o delle paure. Della cittadinanza, se nella quotidianità la favoriscono anche le istituzioni, con efficienza ed accoglienza. Occorre attrezzarsi ed interpretare la realtà, nel tempo dinamico e confuso che viviamo. La qualità della vita lo richiede.

Più che la città nella sua dimensione estesa è il paese, la comunità più raccolta, ad avere e trovare in sé, i luoghi e le occasioni di ascolto, di condivisione, l’energia, la forza di resilienza per favorire comunità convergenti. È il senso stesso della “polis”, del vivere comune, dell’uscire dalla propria casa ed incontrare.

I linguaggi mutano, le esperienze cambiano, si aggiornano. Con una velocità che spesso impedisce di tenere il passo.

Pensiamo a Rosà. Le pagine della lunga storia della nostra comunità civile e religiosa sono intrise di fede, tenacia, concordia. Una storia – e sono le fonti a dircelo – che si è sviluppata in particolare attorno al campanile, e se volete, più di recente, ai campanili. Per i rosatesi hanno sempre indicato un orizzonte, un punto di riferimento, una specifica identità, il simbolo della propria individualità e appartenenza, sempre nutrite da una sete di libertà e di una consapevole autonomia. Il suono, l’eco delle campane ha accompagnato la crescita, personale e collettiva, ha forgiato  caratteri. Da ogni prospettiva, dalle borgate più distanti, lo scandire del tempo, l’evolversi delle ore, hanno avuto come riferimento il campanile. Che ha dato il senso di una unità.

È, appunto, la stessa storia a confermarlo e sottolinearlo. Non è nostalgia, ma memoria, ricordarlo. “L’unità dei quartieri e delle vicinie popolari – la resistenza, diremmo oggi – si realizzava attorno alla chiesa, che non era solo il luogo dell’assemblea liturgica e  della catechesi, ma anche il centro di raccolta per le deliberazioni civiche e le controversie amministrative, convocate le une e le altre dal rintocco delle campane”, ebbe a scrivere più di 40 anni fa uno dei nostri concittadini più illustri, il Card. Sebastiano Baggio, a introduzione della nostra prima storia, documentata, raccolta e pubblicata da mons. Giovanni Mantese.

I quartieri, le confraternite, l’organizzazione laica e religiosa del territorio e della comunità sono e restano una realtà preziosa per Rosà. Esperienze ammirate, studiate  e invidiate da molti.

Oggi, forse, non è più così. Si trovano sempre meno costruttori di ponti. Si è meglio sviluppata la propensione ad erigere muri.

In questo contesto una recente esperienza aiuta a riflettere su realtà ed opportunità.

L’ha offerta l’Amministrazione Comunale, individuando, in occasione della festa patronale di Sant’Antonio Abate,  come destinatario del Premio “Città di Rosà” 2019, l’insieme dei quartieri. Per i primi 11 in cui è suddiviso il capoluogo (altri 17 completano l’elenco, e si estendono nell’intero territorio comunale) si sta avvicinando il quarantesimo anniversario della costituzione.

Un Premio consegnato nelle mani di Mons. Angelo Corradin, l’Arciprete, individuato e scelto come interprete del coordinamento non solo religioso della più vasta comunità. D’altra parte – è noto – l’idea e la prima forma dei quartieri,  era cresciuta, si era alimentata in parrocchia, con la partecipazione dell’allora cappellano don Egidio Girolimetto. Tra i suoi più appassionati cultori e costruttori non è stato dimenticato il compianto Giulio Olivo, il “presidente dei presidenti”, che pure aveva ricevuto (nel 2011) lo stesso riconoscimento.

I quartieri sono nati e cresciuti  quali espressione di un servizio, un impregno a costruire amicizie e relazioni che diventano volontà ed esperienza di conoscenza, volontà di reciprocità, ancora volano di benevolenza, realizzata con passione ed entusiasmo. Sta in questo, se coltivano l’intenzione, la loro valenza sociale ed identitaria.

Un premio all’umanità e all’unitarietà dei quartieri, nella loro diversità e specificità, può allora sottolineare come la nostra Rosà sia felice composizione delle realtà frazionali, quelle formatesi attorno a tanti capitelli votivi, espressione di una fede popolare e autentica, attorno  alle chiese, divenute scuola di comunità, a Sant’Anna, San Pietro, nella parrocchiale di San Giovanni Evangelista a Travettore, o in quella dedicata più di recente alla Madonna Immacolata a Cusinati e innanzi tutto nel riferimento al Duomo di Sant’Antonio Abate, in centro.

Quartieri dunque come luoghi del cuore, un tessuto di incontro, di dialogo, di condivisione, di partecipazione, di sviluppo della solidarietà, di valorizzazione del vicinato, le condizioni che si rilevavano all’inizio per realizzare la “polis”, un modo per incontrare e vivere la “Parola” rivelata.

Nei quartieri si rappresentano e integrano le diversità, quando si fanno palestra di accoglienza. Di dignità e autenticità. Essi sono e restano occasione e opportunità, così rara oggi, per mettere a confronto e integrare le culture giovani con la possibilità di trasmissione di ricordi e di valori tra generazioni.

È una sfida, fatta di scelte e di sogni, che non si possono esaurire nella disputa agonistica di un Palio.

I quartieri esauriscono la loro missione se non si sforzano ad essere il luogo della riconciliazione, della inquietudine creativa, della persuasione, un ambito nutrito dalla speranza.

E così la diversa umanità che in essi si esprime diventa valore aggiunto, quando si rivela nel sorriso della reciprocità, quando sviluppa esperienze di mitezza, di umiltà, di disponibilità, perché sa vedere e cogliere i drammi della solitudine, sa offrire tenerezza, comprensione, appunto sa donare e vivere il senso e la condivisione di una famiglia più estesa.

È vero, la felicità è reale solo quand’è condivisa. Anzi non diminuisce mai dall’essere condivisa.

E nella dimensione del quartiere credo sia più facile approvare quanto indica l’autore de “Il piccolo principe”, quell’Antoine de Saint Exsupery, per il quale “Amare non significa guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta”. 

Un vecchio proverbio cinese, sempre attuale, rileva che “non è la ricchezza che manca nel mondo, ma la condivisione”.

La felicità, forse, è un Natale semplice in famiglia

Caricato da il 4-02-2019 in Editoriale | 0 commenti

di Giandomenico Cortese

 

“In fondo a quel so mondo de carton

El Bambineo de tera e gli anzoleti,

San Giuseppe e la Madona in orazion,

dentro la paja speta che stasera

come ‘na volta mi li tere fora,

col musseto e co’ l’acqua quasi vera,

le montagne de soca de rubin,

le piegore, le stelle, l’elefante,

i pastori e la casa col mulin.

 

‘Desso me mama xe partia da sola

par vedare ‘l presepio in Paradiso

coi anzoli ce sono la momdòla;

cussì no posso dire le orazion

come ‘l Bambin de tera e gli anzoleti

che in fondo a quel so mondo de carton

i speta sempre chieti…chieti…chieti”.

 

Sono i versi un po’ malinconici, ma sinceri, del “nostro” grande poeta dialettale, Gino Pistorello, dedicati a “El me presepio”.

Li ritrovo oggi nella loro intrigante semplicità, alla vigilia ormai prossima di un tempo che, non solo per i bambini, induce se non alla felicità, certo alla serenità.

Quando vissuto nel calore della famiglia, nella sua esperienza tra continuità e rinnovamento.

La famiglia, “una istituzione naturale, scritta nelle differenze biologiche e psicologiche dei sessi, con quegli elementi fondamentali che tutti conosciamo – proclamava nel nostro Duomo, in una sua magistrale omelia, l’indimenticato Arciprete Mons. Bruno Piubello, in una ormai lontana domenica, era il 28 dicembre 1986 – : l’unione, l’integrazione tra l’uomo e la donna, la trasmissione della vita”. Richiamava don Bruno, nelle sue parole, il “modo di vivere” quegli elementi, pur nella diversità dei tempi e dei luoghi, che  hanno fatto la storia della nostra umanità.

Natura e cultura plasmano la vita di ciascuno di noi, danno lievito all’esistenza, impostano, offrono significato alle relazioni, legittimano la nostra libertà.

Quei dieci anni (tra il 1979 e il 1989) di presenza tra noi di don Bruno li ricordiamo, con

un pizzico di nostalgia, come quelli vissuti da una comunità in cammino.

Chiudeva, mons. Piubello, quella sua “predica” sul valore della famiglia, richiamandosi ad una espressione di Madre Teresa di Calcutta, la quale leggeva i segni della crisi – allora – della stessa famiglia col fatto che gli sposi non pregano più insieme: “Che si mettano a pregare e capiranno esattamente quel che devono fare…”.

Troppo eccentrici oggi per valutare la semplicità, la nuova attualità di questi pensieri.

Ma a Natale si può trovare la potenza di un silenzio, da condividere, tra le luci e i frastuoni, i tanti doni inutili, per riscoprire il valore e la tenerezza di una carezza, di un abbraccio, del sorriso.

Papa Francesco, nella sua esortazione da “Evangelii Gauudium” ci esorta a cogliere la famiglia come è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza». E aggiunge “Più che un modello astratto da accettare o rifiutare – la famiglia è una realtà concreta da vivere, nella sua ricchezza e bellezza”.

In questo numero della nostra Voce Rosatese, tra le tante notizie, riflettiamo pure sulla costante aspirazione umana alla felicità e approfondisce il ruolo della educazione familiare.

Ci chiediamo che cosa ci manca per essere felici.

Ricordo una suggestione, offertami da una delle passate edizioni del Festival Biblico,  quando a Vicenza venne invitata Simona Atzori, attrice, ballerina, pittrice, una giovane donna nata così, senza braccia, interessata a quello che aveva, non a quello che non aveva.

Aiutata da due splendidi genitori è riuscita a raggiungere egualmente il successo. Simona ha scritto un libro, dedicato alla sua mamma: “Perché ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo, invece di guardare quello che c’è? Spesso i limiti non sono reali, i limiti sono solo negli occhi di chi ci guarda. Dobbiamo fermarci in tempo, prima di diventare quello che gli altri si aspettano che siamo. È nostra responsabilità darci la forma che vogliamo, liberarci di un po’ di scuse e diventare chi vogliamo essere, manipolare la nostra esistenza perché ci assomigli. Non importa se hai le braccia o non le hai, se sei lunghissimo o alto un metro e un tappo, se sei bianco, nero, giallo o verde, se ci vedi o sei cieco o hai gli occhiali spessi così, se sei fragile o una roccia, se sei biondo o hai i capelli viola o il naso storto, se sei immobilizzato a terra o guardi il mondo dalle profondità più inesplorate del cielo.

La diversità è ovunque, è l’unica cosa che ci accomuna tutti. Tutti siamo diversi, e meno male, altrimenti vivremmo in un mondo di formiche”.

Simona Atzori  ha saputo trasformare il suo handicap in un punto di forza, e realizzare i suoi grandi sogni: dipingere e diventare una ballerina (ha danzato anche con Roberto Bolle).

Una lezione preziosa, non tanto perché racconta la sua storia, quanto soprattutto la sua filosofia.

La possiamo riassumere così: ognuno è diverso a modo suo, e non ci manca proprio niente per essere felici.

La felicità è davvero come una farfalla: se la insegui non riesci mai a prenderla; ma se ti metti tranquillo, può anche darsi che si posi su di te.

Proviamo a cercarla in comunione, a partire dal calore della famiglia, questa felicità, fatta delle cose più semplici e vere, essenziali e ricche, che il Natale ci suggerisce.     

La tavolozza dei colori della vita

Caricato da il 23-05-2018 in Editoriale | Commenti disabilitati su La tavolozza dei colori della vita

di Giandomenico Cortese

 

Il colore è vita. Metafora della vita. Ciascuno di noi ha il proprio colore. Una tonalità, una luce che trapela. “Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori” sussurra Khalil Gibran, scrittore libanese, innamorato dell’amore. La vita è una enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi, suggerisce qualche altro poeta.

Ogni nuovo mattino – con Cesare Pavese, usciamo nelle strade, cercando i colori.

Anche in redazione, a “Voce Rosatese”, alla vigilia di stampare ogni numero, discutiamo, perfino animatamente di quale colore dare alla copertina, di quale messaggio trasferire con essa ai nostri lettori: il colore delicato della primavera, quello passionale e caldo dell’autunno, quello candido delle feste d’inverno. È stato così anche stavolta, per il numero che esce nel clima ancora presente della Pasqua, in un tempo di disorientamento in cui si percepisce forte il nostro essere assetati di fraternità, nel cammino di testimonianza, per sperimentare la fraternità, in cerca di fiducia e ancora condivisione.

I colori aiutano ad incontrare, emozionarci, e perseverare nella vita. Ancor più quando a travolgerci è lo scontro con l’utopia del dolore. Lo sconsolante dolore innocente. Esperienza drammatica, profondamente umana. Uno sguardo che perde di intensità, il sorriso che si spegne, le labbra che si stringono in morsa, le membra che si contraggono. E tu, posto a fianco  di chi soffre, che ti senti impotente. La scienza, la conoscenza non ti sorreggono, le stesse parole si inaridiscono, forse perdono di significato, e anche l’abbraccio più affettuoso rischia di non sembrare sincero. Ti appare il baratro, lo stomaco si contrae. È il vuoto che dà vertigini. Forse non è sufficiente aggrapparsi a quel che resta dei colori della vita, al desiderio di vita. Dietro l’angolo, aspettando la fine della tempesta, cerchi i raggi di un arcobaleno, sogni il risveglio di un’aurora infuocata, ipotizzi un nuovo percorso, la cordata, sai che il sentiero resta in salita, pieno di insidie. Sai che se il piede finisce in fallo, a lato c’è il baratro. Eppure non demordi. Ti attrezzi. Sudi, fatichi. Ti carichi di precauzioni, raccogli gli strumenti che pensi di supporto. Sogni.

Così, giorno dopo giorno. Se sei fortunato, per anni. Affrontando la sfida, fidandoti dei rimedi, cercando, cogliendo ogni opportunità.

Capisci, fin dalle tue viscere, cos’è stato il Calvario, con le sue cadute e trovi sempre un Cireneo disposto a soccorrerti, a darti una mano, per rialzarti e ricomporti sotto il peso della Croce.

Ti affidi alla riflessione, alla meditazione, alla lettura, all’ascolto, alla invocazione, all’abbraccio.

  Canti e ti sforzi, sorridi, accogli, piangi, ami, soprattutto ti impegni e ti chiedi se è possibile esser dono d’amore. Con dignità. In quel momento, forse, ti accorgi che chi ti sta accanto è stato, è un vero “dono d’amore”. E la poesia dell’intimità fa sussultare il cuore. Le lacrime, spontanee, prudenti e delicate nel bagnare le gote, segnano l’istante, ne ingigantiscono il senso, fissano un attimo che vorresti eterno.

L’utopia, appunto, quell’essere – non essere che riempie tanti nostri pensieri, è ideale, speranza, progetto, esperienza, aspirazione, si imbatte, prepotente con la realtà fisica, pure psicologica, del dolore che inquina, avviluppa, violenta, distrugge, permea, deprime, succhia, ruba l’energia vitale, annulla perfino le fantasie, le visioni e i desideri.

Ti rendi conto allora che tutto ciò non è altro da te, non è episodico, casuale, occasionale incontro. Provi a rifiutarlo, ma esso è come l’ombra, ti segue e perseguita, svanisce solo qualche istante, poi torna e si avviluppa, ti stringe, morde, asfissia, è parte della tua fragile umanità. Solo assopendoti lo allontani, credi di vincerlo, di renderlo vittima delle tue sicurezze, delle certezze sempre ricercate e rinnovate della scienza.

Il dolore, lo sa, è parte della nostra umanità. E chiede rispetto, pretende la sua dignità, invoca con determinazione il suo spazio, mette alla prova, induce alla sfida, non accetta di essere blandito da chissà cosa, chissà chi.

“Disperato dolor che ‘l cor mi preme”, invocava Dante, quasi a contenerlo entro spazi corporali ben definiti.

La forza della debolezza esalta ogni creatura, esprime la sua finitezza, le fa sentire il bisogno di stagioni da condividere, nella delicatezza degli affetti, nel rispetto dei lunghi silenzi in cerca di risposte, in quella solitudine che permette di penetrare dentro la propria anima, di dare dimensioni altre al pensiero inquietante.

Non è facile affidarsi ad una fede, invocare il miracolo. Certo c’è il conforto di dedicare il sacrificio, rinnovare una maternità che resta gaudiosa sofferenza.

Ma si può deporre il proprio dolore nelle braccia rassicuranti di chi alimenta la speranza. È questo un ritornare nel grembo rassicurante che ha cullato ciascuno di noi per tante ore, che ha dato alimento e fornito la grazia della vita. Senza enfasi o rassegnazione.

Testimoniare il dolore è impresa inquietante. Accompagnare il dolore, guidare la sofferenza resta ardua avventura. Impone il coraggio e la dignità di esistere, di resistere oltre, affrontare  ogni ostacolo, di non flettere, sapersi rialzare ogni volta, dopo la caduta.

Se riesci a nutrirlo della serenità, della dolcezza di un sorriso, di un grazie, comunque, allora questo è un miracolo, un miraggio concreto di felicità.

Molti di noi hanno vissuto questa utopia, anch’io l’ho sperimentata con chi mi è stata vicino, per tanti anni, autentico dono d’amore, cercando insieme di comporre con una tavolozza infinita di colori quell’arcobaleno che annuncia la quiete riposante che segue sempre ogni tempesta.       

La pace, un dono di convivenza. Va vissuta con misura e giustizia

Caricato da il 19-12-2017 in Editoriale | Commenti disabilitati su La pace, un dono di convivenza. Va vissuta con misura e giustizia

di Giandomenico Cortese

 

Solo il vento mi era compagno. Ascoltarlo diventava prezioso. Stavo percorrendo un tratto del “Sentiero della Pace” sugli altipiani, sotto il passo della Mendola, tra Trentino e Alto Adige, lungo i percorsi della Grande Guerra, dove il vento e la sua voce risuonano ancora di moniti, perenni custodi di ciò che fu.

Venni attratto da un cartello, indicava gli itinerari, i luoghi, lasciava intuire volti e storie di uomini, e donava in eredità cinque parole a dare energia al cammino, per riflettere, indicare percorsi e orizzonti che si scorgevano lontani: misura, intelligenza, giustizia, fede, speranza.

Il Sentiero della Pace non si esaurisce dal Tonale alla Marmolada, non è solo tracciato di memoria che collega luoghi della Grande Guerra, tocca il nostro Ortigara, le vette dell’Altopiano dei Sette Comuni. È qualcosa di più di una proposta escursionistica. Ripercorrendo i segni indelebili di guerre e tragedie evoca la pace.

 

La Pace è un Dono da coltivare. E la cultura del dono è un impegno da vivere, con quel senso intelligente che dà misura ed equilibrio, cerca armonia per i nostri giorni,

alimenta testimonianze di giustizia, rinforza la nostra fede, induce speranza (le cinque parole chiave, da fare proprie, nella nostra quotidianità!). Visioni, sogni. Parole e immagini che scendono dal cielo. La descrizione della bellezza. Un incontro tra nostalgia e desiderio. Le fragili certezze del nostro esistere, un inno alla concordia, in una società, la nostra, travolta dalle paure del consumismo, del materialismo, tra angoscia e conservazione, che invoca prevalentemente efficienza e sicurezza, che stenta a ritrovarsi nel servizio agli altri, che ignora la capacità generativa del prendersi cura della persona in quella via verso il futuro che si nutre nel dono e offre spazi alla carità.

Occorre forse un cambio di paradigma, quell’uscire dalla crisi, pensando al futuro, con creatività.

 

Le parole semplici del poeta – le abbiamo già richiamate ancora – risuonano di una semplicità disarmante: “Ama, saluta la gente, dona, perdona, ama ancora e saluta”. Padre Davide M. Turoldo, il cantore inquieto di Dio, i cui Salmi sono stati musicati da Bepi De Marzi, voce profetica dei tempi nostri, invita a cogliere le note di un canto che ritorna al cuore, portato dalla voce del vento: “Anima mia canta e cammina, | anche tu, oh fedele di chissà quale fede | oppure tu uomo di nessuna fede, | camminiamo insieme | e l’arida valle si metterà a fiorire. | Qualcuno, | colui che tutti cerchiamo, | ci camminerà accanto”.

 

La Pace è un Dono di convivenza. Da costruire, sollecitare, promuovere, vivere in questa “società del post” (post 2008, post crescita, post verità, post industriale, post secolare, post moderno, forse anche post digitale…), nella società multiculturale, del trauma e del rischio.

Anche qui, a Rosà, nella nostra comunità, possiamo richiamare (non solo i giovani, pure gli adulti) al valore della relazione, alla fatica dei sogni, al gusto della semplicità, imparando a guardarci negli occhi, a scambiarci un saluto, un sorriso, a tendere ed offrire una mano.Ho ascoltato alla radio, di primo mattino, un suggestivo “Pensiero del giorno”. Richiamava José Saramago, lo scrittore portoghese Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, e quel suo pensiero che si riassume più o meno così: “Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l’unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un’anima”.

 

Gli occhi, porte dell’anima, per Shakespeare, linguaggio silenzioso dell’amore, per Miguel De Cervantes.

Tante volte, anche noi, il primo contatto lo cerchiamo con gli occhi, oppure tentiamo di sottrarci, distogliendo lo sguardo.

Guardare è un modo di agire potente, che costruisce, accoglie, unisce, fa rinascere o distrugge, può persino uccidere, come l’indifferenza di non voler vedere che ci rende complici, o l’invidia che ha che fare col guardare male, col volere male.

“L’occhio invidioso sciupa”, scrive Erri De Luca.

Ciò che di bello entra in noi dagli occhi, ci fa bene.

Gli occhi belli sono quelli che guardano con tenerezza, con benevolenza, che accolgono, accarezzano, che interrompono le distanze, anziché sfidare, provocare. Sono luogo, fonte di reciprocità. Con essi possiamo già vedere va oltre, consapevoli che la realtà, e ancor più le persone, sono piene di invisibile, di un tempo che non è solo il presente, di vita che pulsa.

“È cieco chi guarda solo con gli occhi”, rammenta un proverbio africano.

Un invito affettuoso ci fa dire: sia il nostro sguardo, fin dalla mattina, sia dolce, ricettivo della meraviglia, pronto alla benevolenza, teso, spalancato, ad abbracciare l’infinito.

Il saluto del nostro arciprete don Angelo

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ACCONTENTARSI….

 

Ci hanno sempre detto che dobbiamo imparare ad accontentarci… di quello che siamo, di quello che abbiamo, di come va il mondo. Sembra conveniente stare tranquilli, perché di questi tempi non si possono fare grandi “voli”. Forse dobbiamo imparare a non accontentarci: non si tratta di beni materiali (per quanto, pure quelli…), ma di qualità nelle nostre relazioni, nelle esperienze che facciamo.

In altre parole, siamo chiamati tutti ad avere grandi desideri: è l’invito di Gesù che con la sua parola e il suo esempio non era certo

preoccupato di non “disturbare”. Il suo messaggio è stato dirompente, ha chiesto ai suoi discepoli di “esagerare” nel perdono, nella condivisione, nella solidarietà, nella misericordia, nella coerenza della vita. La luce, il sale, il lievito (a questo Gesù ci ha paragonato) non possono essere privi di forza, spenti, senza sapore. Abbiamo appena celebrato la Pasqua. Papa Francesco scrive: “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza la Pasqua”. Il volto pasquale quotidiano è quello di chi, come tutti passa ogni giorno attraverso le croci della fatica e del dolore, ma sa che si può sempre risorgere a vita nuova. È il volto di chi decide di non restare chiuso nella tristezza e quindi esce da sé e testimonia la speranza in mezzo alle difficoltà condivise con tutti, anche quando costa. Con i fatti e non con i bei sorrisi e le belle parole.

Camminiamo insieme, e l’arida valle si metterà a fiorire

Caricato da il 28-06-2017 in Editoriale | 0 commenti

di Giandomenico Cortese 

 

 

 

Camminare insieme. Non è sempre facile. Lo proviamo tutti i giorni. In famiglia, nel lavoro, a scuola, con gli amici, nella società, nella nostra comunità.

Eppure “Camminare, edificare-costruire, confessare” sono le parole-chiave, atteggiamenti, comportamenti essenziali.

Papa Francesco, appena eletto Pontefice, lo ha ribadito ai Cardinali, nell’omelia pronunciata nella Cappella Sistina, a conclusione del Conclave. Hanno valore di programma di vita,

assumono un senso, se affrontate e coniugate insieme.

 

Camminare, costruire, confessare.

“Nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse – ha precisato Bergoglio -,

ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro”. Ricordiamocelo bene. Fanno parte dell’esperienza quotidiana.

Proviamo allora a ragionare sul nostro “camminare insieme”. E ci sforziamo a guardare, qui a Rosà, a leggere le nostre intenzioni, i nostri comportamenti. Certo il traffico caotico della contemporaneità ci impedisce, troppo spesso, di osservare in alto, di puntare l’obiettivo sul frontone del Duomo. I nostri avi, molto sapienti, avevano collocato, ispirate all’arte di Antonio Canova, le statue della Fede, della Speranza, della Carità, a protezione e monito. Indicavano con la meta l’itinerario e il cammino verso le tre grandi virtù. Suggerivano uno stile di relazioni, richiamavano l’attenzione, ricordavano doveri.

 

Le campane, 200 anni di concerti e richiami.

A questa immagine si sommava il richiamo delle campane, issate in uno svettante campanile, di cui in questi mesi celebriamo il bicentenario della edificazione. 200 anni di concerti, di suggestioni, di inviti, di sollecitazioni trasmesse attraverso l’etere, quell’aria di casa nostra che “Voce Rosatese” continua a voler farci respirare.

Camminare insieme, certo. Proviamo a farlo, percorrendo le strade delle periferie, i viottoli di campagna, laddove le prospettive si ampliano e possono spaziare, e gli orizzonti si elevano sino ai rilievi delle montagne, che riparano dai venti del nord.

 

Con occhi aperti, mani tese, fornendo sorrisi.

Proviamo a camminare ancora lungo le rogge, cogliendo quell’energia che sazia ogni sete e che, per secoli, ha alimentato le nostre colture.

       Proviamo a camminare insieme, ad occhi aperti, tendendo mani, offrendo sorrisi, tra i quartieri, nelle aree più urbanizzate, tra i capannoni che hanno generato voglia di impresa, creatività manifatturiera, trasformazioni artigianali ed hanno aperto porte a tante speranze.

Sfogliamo di nuovo le pagine di colori e umori che il nostro fotografo Cesare Gerolimetto, maestro nel cogliere e fissare l’istante nelle sue fotografie, per scoprire un’altra Rosà, fuori dalle consuetudini, anche quando si incammina accompagnata dal ritmo della banda

musicale o nelle oranti processioni votive.

Proviamo a ritrovarci insieme nella carità solidale, nei luoghi della sofferenza, della accoglienza, del rispetto dell’altro, laddove si educa e si accompagna ciascuno a recuperare la propria dignità, la dimensione di creatura umana, laddove si fa memoria della nostra storia di generosità e dedizione

 

Anima mia, canta e cammina.

Ci conforta Padre David Maria Turoldo.

A lui bastano solo otto versi per rassicurarci ed indicarci la via.

Scrive il frate-poeta, il servita di Monte Berico, i cui Salmi ha musicato Bepi De Marzi:

“Anima mia, canta e cammina.

E anche tu, o fedele di chi sa

quale fede; o pure tu, uomo

di nessuna fede; camminiamo

insieme! E l’arida valle si

metterà a fiorire. Qualcuno –

Colui che tutti cerchiamo –

ci camminerà accanto”.

 

 Altri pensieri. Spalancano orizzonti straordinari. Danno valore a ciascuno di noi. Invitano ad educare al rispetto per l’uomo, di fronte ad ogni sua precarietà, debolezza, anche alla sua immensità.

Camminare insieme, in una singolare esperienza di vita, qualunque sia la difficoltà che attanaglia, non è poi percorrere, come qualcuno vorrebbe farci credere, una triste e arida valle di lacrime. Sta in noi la capacità di proiettare lo sguardo lontano, e trovare la forza di superare barriere, scavalcare muri.

Vale per tutti. Crediamoci. Soprattutto come antidoto, in una società liquida come la nostra, modulata sull’individualismo, aggressivo e competitivo. Dove pare più facile sgomitare, calpestare, prevaricare per correre da soli nell’illusione di essere primi, per imboccare la via del successo. Vale per chiunque creda in qualcuno o qualcosa, fosse solo la speranza che fa rifiorire pure l’arida valle di lacrime…

Se vuoi arrivare primo…

“Se vuoi arrivare primo” – suggerisce un vecchio proverbio del Kenya – “corri da solo.

Se vuoi camminare lontano, cammina insieme”.

La seconda parte di quel proverbio sta là ad ammonirci di un rischio che è sempre in

agguato. Raggiunto il successo, ci si accorge subito che è breve e fragile, non ci accontenta, ci inquieta, non estingue le aspirazioni, crea la possibilità della crisi, dell’insoddisfazione, dello stress da potere o da ricchezza.

Un poeta francese Paul Claudel, vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, in “Memorie improvvisate”, ci suggerisce: «La chiave di un uomo si trova negli altri: è il contatto con il prossimo che ci illumina su noi stessi, e da questo contatto scaturisce la luce su noi stessi».

 

Il candore di stare gli uni accanto agli altri.

E un altro autore-simbolo di una intera generazione, lo scrittore e saggista colombiano,

Gabriel Garcia Marquez, Premio Nobel per la Letteratura nel 1982, morto a Città del Messico nel 2014, l’autore di “Cent’anni di solitudine”, nel suo romanzo “Dell’amore e di altri demoni” ci lascia questa frase: “Non avevano mai camminato insieme e lo affascinò il candore con cui procedevano l’uno accanto all’altra”.

“Gabo”, come un po’ tutti lo chiamavano, aveva così sintetizzato realtà, leggenda e storia. Appunto aveva saputo cogliere il candore, la purezza, insieme la forza, l’energia, il futuro possibile che il camminare insieme offre, sempre.

Quanti rosatesi, per le vie del mondo silenziosi “Ambasciatori di umanità”!

Caricato da il 8-12-2016 in Editoriale | 0 commenti

di Giandomenico Cortese 

 

“Nulla è grande se non è buono”.

 

Abbiamo ascoltato riecheggiare queste parole nel nostro grande Duomo: un monito, una convinzione forte, uno stile intellettuale, un percorso di vita, pronunciate in un momento di cordoglio, al funerale di Dino Marchiorello, rosatese illustre, imprenditore delle eccellenze, un credente e praticante, degno di memoria collettiva.

 

È stata la voce di un nipote, testimone diretto, a richiamare il pensiero all’attenzione dei presenti.

 

Facile, naturale farlo nostro questo invito alla qualità delle relazioni, degli impegni,

nel coraggio dei progetti e delle realtà condivise.

 

Un altro esempio che “Voce Rosatese” raccoglie e diffonde, in questo numero, già ricco di significati, perché esce e viene offerto nelle nostre case, a compimento del Giubileo della Misericordia, alla vigilia di un altro Natale, in un tempo fragile di contraddizioni, in una società che continua a vivere una crisi di identità, che non riesce a scrollarsi di dosso troppe incrostazioni (anche ideologiche?), che nutre poca fiducia nel suo futuro, stretta nella cintura della verità che richiederebbe di cogliere e alimentare il “sole dentro”, che c’è in ogni cuore, un sole che resta energia non solo per noi, che ha bisogno di riscaldare ogni persona che intercetta e incontra.

 

La parola “misericordia”, che nella freschezza del parlato abbiamo ascoltato così tante volte nel corso dell’anno, resta sinonimo di fede, fiducia, si alimenta di carità, si (e ci) nutre di speranze. Racchiude la meraviglia e lo stupore che ha tenuto in moto le mani generose di Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa di questo Giubileo, la “piccola matita” – come si è definita lei stessa – nelle mani del Signore, quel suo non giudicare ma amare, quel suo cogliere ogni opportunità di vita, quel suo scegliere la bontà ovunque, quel suo “Non abbiamo che il giorno d’oggi, cogliamolo” che è diventato empatia.

        Misericordia è speranza. È l’essenza del “credo veneto” – e Rosà ha sempre cercato di alimentarlo – di cui ha parlato a Canale d’Agordo, il “nostro” Card. Pietro Parolin, celebrando Papa Albino Luciani sul finire dello scorso agosto, è l’humus di questa terra rosatese, generosa di ambasciatori di virtù, laici e religiosi, donne e uomini, lasciati andare per le vie del mondo a testimoniare un carattere di laboriosità, di disponibilità, di accoglienza, soprattutto di umanità.

 

Queste pagine di “Voce Rosatese” ce lo ricordano. A partire dalle memorie di una “missione” a Trasaghis, in Friuli, giusto 40 anni fa, dopo quel terribile terremoto, e poi con le piccole-grandi storie, riunite da un filo d’oro che, nel dono di sé, tesse l’armonia del mondo, sicuri di portare solidarietà e serenità perfino nei luoghi più disastrati della terra, quando si agisce per la giustizia, per la pace.

Accoglienza, parola di speranza

Caricato da il 27-05-2016 in Editoriale | Commenti disabilitati su Accoglienza, parola di speranza

di Giandomenico Cortese

 

        Il muro e la porta. L’esclusione e l’accoglienza. La bellezza, lo stupore della comunicazione, della relazione, dell’incontro. Forse non basta solo un tweet per comunicare, non è sufficiente un sms per mettersi in dialogo.

Talvolta basta, c’è bisogno di un sorriso, di una stretta di mano, di tendere una mano, di uno sguardo, piccoli-grandi gesti che cambiano il mondo.

 

     La storia di questa nostra comunità civile, prima ancora che di quella religiosa, è nutrita di ascolto, di dialogo, di partecipazione, di accoglienza.

Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze, era solito dire che le città, i paesi “sono vivi”, quando sa offrire, per tutti “un posto per pregare, un posto per amare, un posto per lavorare, un posto per pensare, un posto per guarire”.

 

     Li abbiamo tutti, e per tutti, questi “posti”, case per le famiglie, officine, scuole, ambienti per le cure, luoghi per esprimere i propri culti e le proprie pratiche di fede, nel nostro paese?

Chi ci ha preceduto nella vita ha saputo accogliere orfani e disabili, deboli e soli, ha saputo dare assistenza ed istruzione, ha favorito opportunità di lavoro agli immigrati, ha mandato missionari e missionarie nel continenti più lontani per aprire orizzonti di fiducia.

Certo, nel tempo, non sono mancate contraddizioni e incomprensioni, disattenzioni e ingiustizie, segni di fragilità.

 

     Ma scorrendo, ancora una volta, “Rosà, note per una storia”, il libro di Mons. Giovanni Mantese, pubblicato quasi quarant’anni fa, nel 1977, ed i suoi cenni, le notizie su fede, tenacia, concordia, partecipazione comunitaria, troviamo tracce di una storia lineare, senza sussulti, senza svolte brusche, senza percorsi a ritroso nella quale ognuno si è potuto sentire accolto e partecipe, ed ha trovato spazio vitale e tempo per capirne ed accettare regole di convivenza.

 

     È preziosa e saggia la comunicazione che richiama la nostra identità, che favorisce ed accompagna la nostra appartenenza. Anche per questo diamo fiato a “Voce Rosatese”, convinti che sia aria da respirare, aria di casa nostra.

Qualcuno azzarda dire che la stessa verità è, per sua natura, comunicazione. Non una pietra preziosa da mettere in tasca, ma un mare in cui navigare, possibilmente insieme.

      Oggi troppa comunicazione è frammentazione, approssimazione, è la malattia delle solitudini. Disgrega, non aiuta ad accogliere.

 

      Paolo VI, il Papa tanto amato e venerato dal “nostro” Card. Sebastiano Baggio,

diceva a questo proposito “Bisogna saper esser antichi e moderni, parlare secondo la

tradizione, ma anche conformemente alla nuova sensibilità. A che cosa serve dire quello che è vero se gli uomini di questo secolo non ci capiscono?”.

Lo sforzo di capirci, appunto, di ascoltarci, di accoglierci, così come siamo, risulta sempre più imprescindibile e vitale.

 

     Proviamo a parlare al nostro cuore. Proviamo ad ascoltare le parole vere.

In una sua lettera pastorale alla comunità milanese, trent’anni fa, l’allora Arcivescovo Carlo M. Martini, scriveva: “Vorrei farmi tuo compagno di strada: ascoltare le domande vere del tuo cuore, confessarti le mie. Questo è importante: non è possibile trovare e dare risposte, se non si sono riconosciute le domande. Una “regola di vita” vorrebbe anzitutto essere un tentativo di dare risposte a domande vere (o forse, più modestamente, l’indicazione di un tracciato, lungo il quale cercare e incontrare risposte vere)”.

Egli ammoniva sulla “invadenza dell’io”, sulla “perdita dell’ingenuità”, sulla “via più difficile” che è imparare a vivere con noi stessi, a riconoscere per essere riconoscenti, a coltivare il dialogo, a farsi prossimo, ad essere coscienza vigile nella società, a concepire l’educazione come restituzione dei beni, e dei doni, ricevuti, allo stile della sobrietà.

L’accoglienza è speranza di comunità. Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità.

 

     La storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, piuttosto i poveri ad andare là dove si crede di trovare il pane, per condividerlo.

Per questo, guardandoci attorno, nel minuscolo scorcio di mondo nel quale ci muoviamo, travolti dalla globalizzazione, certi che nessun uomo è piccolo, parliamo di accoglienza come di opportunità, di partecipazione.

Solo così l’accoglienza è parola di luce, è il canto che non muore, e ci è compagna nell’intonare, di nuovo insieme, la ballata della speranza.

 

 

Accoglienza, parola di speranza

Caricato da il 27-05-2016 in Editoriale | Commenti disabilitati su Accoglienza, parola di speranza

di Giandomenico Cortese

 

        Il muro e la porta. L’esclusione e l’accoglienza. La bellezza, lo stupore della comunicazione, della relazione, dell’incontro. Forse non basta solo un tweet per comunicare, non è sufficiente un sms per mettersi in dialogo.

Talvolta basta, c’è bisogno di un sorriso, di una stretta di mano, di tendere una mano, di uno sguardo, piccoli-grandi gesti che cambiano il mondo.

 

     La storia di questa nostra comunità civile, prima ancora che di quella religiosa, è nutrita di ascolto, di dialogo, di partecipazione, di accoglienza.

Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze, era solito dire che le città, i paesi “sono vivi”, quando sa offrire, per tutti “un posto per pregare, un posto per amare, un posto per lavorare, un posto per pensare, un posto per guarire”.

 

     Li abbiamo tutti, e per tutti, questi “posti”, case per le famiglie, officine, scuole, ambienti per le cure, luoghi per esprimere i propri culti e le proprie pratiche di fede, nel nostro paese?

Chi ci ha preceduto nella vita ha saputo accogliere orfani e disabili, deboli e soli, ha saputo dare assistenza ed istruzione, ha favorito opportunità di lavoro agli immigrati, ha mandato missionari e missionarie nel continenti più lontani per aprire orizzonti di fiducia.

Certo, nel tempo, non sono mancate contraddizioni e incomprensioni, disattenzioni e ingiustizie, segni di fragilità.

 

     Ma scorrendo, ancora una volta, “Rosà, note per una storia”, il libro di Mons. Giovanni Mantese, pubblicato quasi quarant’anni fa, nel 1977, ed i suoi cenni, le notizie su fede, tenacia, concordia, partecipazione comunitaria, troviamo tracce di una storia lineare, senza sussulti, senza svolte brusche, senza percorsi a ritroso nella quale ognuno si è potuto sentire accolto e partecipe, ed ha trovato spazio vitale e tempo per capirne ed accettare regole di convivenza.

 

     È preziosa e saggia la comunicazione che richiama la nostra identità, che favorisce ed accompagna la nostra appartenenza. Anche per questo diamo fiato a “Voce Rosatese”, convinti che sia aria da respirare, aria di casa nostra.

Qualcuno azzarda dire che la stessa verità è, per sua natura, comunicazione. Non una pietra preziosa da mettere in tasca, ma un mare in cui navigare, possibilmente insieme.

      Oggi troppa comunicazione è frammentazione, approssimazione, è la malattia delle solitudini. Disgrega, non aiuta ad accogliere.

 

      Paolo VI, il Papa tanto amato e venerato dal “nostro” Card. Sebastiano Baggio,

diceva a questo proposito “Bisogna saper esser antichi e moderni, parlare secondo la

tradizione, ma anche conformemente alla nuova sensibilità. A che cosa serve dire quello che è vero se gli uomini di questo secolo non ci capiscono?”.

Lo sforzo di capirci, appunto, di ascoltarci, di accoglierci, così come siamo, risulta sempre più imprescindibile e vitale.

 

     Proviamo a parlare al nostro cuore. Proviamo ad ascoltare le parole vere.

In una sua lettera pastorale alla comunità milanese, trent’anni fa, l’allora Arcivescovo Carlo M. Martini, scriveva: “Vorrei farmi tuo compagno di strada: ascoltare le domande vere del tuo cuore, confessarti le mie. Questo è importante: non è possibile trovare e dare risposte, se non si sono riconosciute le domande. Una “regola di vita” vorrebbe anzitutto essere un tentativo di dare risposte a domande vere (o forse, più modestamente, l’indicazione di un tracciato, lungo il quale cercare e incontrare risposte vere)”.

Egli ammoniva sulla “invadenza dell’io”, sulla “perdita dell’ingenuità”, sulla “via più difficile” che è imparare a vivere con noi stessi, a riconoscere per essere riconoscenti, a coltivare il dialogo, a farsi prossimo, ad essere coscienza vigile nella società, a concepire l’educazione come restituzione dei beni, e dei doni, ricevuti, allo stile della sobrietà.

L’accoglienza è speranza di comunità. Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità.

 

     La storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, piuttosto i poveri ad andare là dove si crede di trovare il pane, per condividerlo.

Per questo, guardandoci attorno, nel minuscolo scorcio di mondo nel quale ci muoviamo, travolti dalla globalizzazione, certi che nessun uomo è piccolo, parliamo di accoglienza come di opportunità, di partecipazione.

Solo così l’accoglienza è parola di luce, è il canto che non muore, e ci è compagna nell’intonare, di nuovo insieme, la ballata della speranza.

 

 

Con riconoscenza, gratitudine e fiduciosa, consapevole attesa

Caricato da il 12-12-2015 in Articoli, Editoriale, Edizione Corrente | 0 commenti

di Giandomenico Cortese

 

Non erano tempi facili quelli della seconda metà del Settecento.

Consapevoli di una eredità importante, stiamo cogliendo la

bellezza, la meraviglia di un passaggio di testimone.

E ci stringiamo insieme, per vincere le solitudini. Ci aiuta, e rassicura, ancora una volta, quel Papa Giovanni Paolo I che, nella sua missione episcopale, praticava la “pastorale dell’avvenimento”. Qualcuno lo ricorderà ancora, giusto cinquant’anni fa, nel 1965, Vescovo di Vittorio Veneto, giunto a Rosà su invito dell’allora Nunzio Apostolico in Brasile, Sebastiano Baggio, nel triduo di riflessioni per accompagnare l’elevazione a Duomo della “nostra” Chiesa Arcipretale.

Già quando era Patriarca a Venezia, Albino Luciani, scriveva agli “Illustrissimi” di ogni età e di ogni parte del mondo. Pubblicava sul “Messaggero di Sant’Antonio” i suoi pensieri, le sue “lettere”.

Un giorno ricorse ad una frase de “I Promessi Sposi” per rivolgersi al suo autore, il “Don Lissander”, Alessandro Manzoni. La riprese dallo stesso romanzo. E’ un messaggio che viene bene oggi, a tranquillizzare pure noi: “Dio – si legge – non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

Facciamo nostro il pensiero, nel momento in cui la comunità si stacca con tristezza da don Giorgio e accompagna con gaudio e speranza don Angelo, in quella continuità di fede, pronta all’accoglienza, che ha caratterizzato la gente di Rosà, comunità in cammino, tradizionalmente e strettamente legata ai suoi pastori.

Nel franco rispetto dell’autorità, ai suoi Arcipreti ha sempre chiesto di essere guida prudente, saggia e generosa, fontana pubblica a cui potersi abbeverare, sorgente di alimento, parola che indica con umiltà, coraggio e creatività la via della verità, relazione di esperienza per una vita che mai si ripete, piuttosto si rinnova.

Siamo certi: ogni prete passato da queste parti ci ha portato tutti nel cuore.

Giusto quarant’anni fa, nella sua “Evangelii Nuntiandi”, Papa Paolo VI ricordava che il mondo di oggi, l’uomo contemporaneo, ascolta più volentieri i testimoni dei maestri.

Testimoni e maestri insieme sono stati i parroci di Rosà nel

corso dell’ultimo secolo da quell’Apollonio Maggio entrato a

Sant’Antonio Abate nel 1895, per andare poco dopo Arciprete a Schio e da lì, nel 1910, essere eletto Vescovo e Principe di Ascoli Piceno, da Angelo Celadon, entrato il 12 ottobre del 1901 per restare fino al 1920, e via via gli altri, il dinamico Luigi Filippi  (tra noi dal 1920 al 1943), Giovanni Albiero, presente per soli tre anni, dal 3 gennaio 1944 al 5 agosto 1947, quando venne nominato Arciprete della Cattedrale, l’indimenticato Mario Ciffo, e quindi Bruno Piubello, Mario Erle, Giorgio Balbo, fino ad Angelo Corradin.

Sono stati e restano grandi animatori della misericordia.

Li ricordiamo con devozione, soprattutto con riconoscenza.

Ci sono stati compagni di viaggio, in prima linea nelle nostre cordate, con le doti ed i talenti di cui ciascuno è portatore, formatori di coscienze, con un cuore grande, capaci di ascolto, di parole utili, di gesti fraterni, in grado soprattutto di accogliere tutti, pieni di tenerezza nella fermezza, di attenzioni singolari verso le disincantate giovani generazioni, la vera ricchezza di questa nostra società, protesi in quell’attesa del “lasciate che i piccoli vengano a me” che è sorgente della loro missione sacerdotale, amorosamente attenti al percorso di ognuno ed evangelicamente esigenti in ogni fase del cammino.

Con loro accanto, in ascolto di una Parola che annuncia il Regno, tocca i cuori, convoca il popolo, è stato facile, quasi naturale il “farsi prossimo”, mediare, accogliere con disinvoltura, aprire le porte al dialogo, interrogarsi sulle crisi di qualità, cogliere la verità nella carità.

Memori allora di un grande passato, fiduciosi nel camminare, costruire, confessare insieme il futuro – come invita a fare Papa Francesco – ci stringiamo l’un l’altro, in una interminabile catena che non discrimina alcuno, imparando a commuoverci della

semplicità e della umanità che nobilita l’uomo, sempre.

È pieno di tenerezza lo sforzo del pastore che è stato posto davanti al gregge -per riprendere una immagine evangelica-; il suo cuore si commuove quando vede le proprie pecore stanche e sfinite, quando vede la sua gente colpita negli affetti, nella indifferenza, nella esclusione, nello scarto, afflitta da tante ferite nascoste, compressa dal dolore, dalla mancanza di cure, in ginocchio per sofferenze da questioni materiali.

Forse lo abbiamo dimenticato troppo in fretta. Come avrebbe detto Papa Wojtyla “ci vuole il fiuto di capire che questo è il tempo della misericordia”.

È questo il tempo della speranza, la più birichina delle virtù.