Fare comunità per servire la Missione

di Valentina Guidolin

 

Qualche tempo fa ho condiviso con degli amici italiani la storia di una piccola famiglia, una coppia e i suoi tre bambini, che, per una settimana, ha vissuto nel cortile della parrocchia con i pochi bagagli raccimolati, le sue sole proprietà, perchè la casa dove era in affitto era stata distrutta (era abusiva) e non aveva ancora trovato un altro posto in cui stare. Sono nate varie proposte per aiutare a distanza questo piccolo nucleo familiare, segno della generosità di molti cuori; ma mentre cercavo di capire la situazione particolare di questa famiglia mi sono resa conto che proveniva da uno dei tre quartieri precari (una baraccopoli di 13.000 abitanti circa) che sarebbero stati sgomberati nei mesi successivi per consentire la costruzione di un’autostrada. Quante altre persone, dunque, avrebbero cercato casa?

E così accade per molti altri problemi, come per l’analfabetismo, che interessa il 43% della popolazione, le malattie endemiche, tutt’ora presenti, il bisogno di lavoro…. Ci chiediamo spesso che cosa può fare un pugno di missionari in questo mare di fratelli in necessità

La vita ci ha mostrato l’efficacia di una vecchia strategia (che tra l’altro è descritta negli Atti degli Apostoli): «Costruire comunità», un’esperienza che assomiglia a quella di introdurre nel corpo malato una cellula staminale. Cosi, infatti, una comunità, un gruppo di persone unite da relazioni sane e armoniose, puo’ contagiare positivamente e sanare tutta la società.

Per andare sul concreto, noi, missionari della Comunità Missionaria di Villaregia, che per carisma abbiamo

messo al primo posto nella nostra vita la comunione e la fraternità, promuoviamo, nella parrocchia e nel territorio che ci è stato affidato, la crescita di gruppi di persone desiderose di formarsi e di mettersi a servizio del prossimo, lavorando insieme con uno spirito comunitario.  

E cosi, attualmente disponiamo di circa  80 persone che fanno volontariato, come maestri nella scuola per analfabeti, che conta oggi più di 570 inscritti, una quarantina di agenti caritas, che accolgono ogni anno circa 1300 persone in stato di necessità, 90 catechisti, che preparano ai sacramenti 1400 catecumeni e un gruppo di 4 persone, formate all’inserimento socio- professionale, che ha già preparato alla microimpresa 280 giovani….

La lista potrebbe continuare, ma sono solo dei piccoli esempi per sottolineare l’efficacia di cercare insieme le risposte e la potenza contagiosa di una comunità che valorizza e condivide i doni di tutti e di ciascuno. 

Il primo passo per “costruire comunità” è, infatti, credere nell’uomo: dare spazio e voce ad ogni persona, perchè si possa esprimere con i suoi talenti e bisogni. Un esempio per noi è Simplice, un giovane che da piccolo ha avuto un problema di salute per cui ha perso l’uso delle gambe. Il padre non l’aveva mandato a scuola perchè disabile. Questa condizione lo aveva escluso anche da ogni attività lavorativa. Arrivato in parrocchia per chiedere un aiuto per la sua carrozzella, ha trovato delle persone che gli hanno proposto la scuola per analfabeti, poi un piccolo lavoro, poi la catechesi. Ora è cresciuto, gioioso e aperto, ha ritrovato fiducia in sè stesso, ha fatto un corso per sartoria e si è impegnato come catechista, molto amato dai giovani. 

Il secondo passo è privilegiare la relazione: non cercare solo le persone per chiedere un servizio, ma lavorare con le persone, favorendo relazioni di rispetto e ascolto reciproco. Molto spesso nei nostri

gruppi si sente parlare di assemblee generali, commissioni, laboratori: luoghi di incontro e scambio dove il moto è «meglio il meno perfetto insieme che la perfezione da soli». 

Un terzo passo è saper far partecipare le persone: spesso, infatti, ci si lamenta del fatto che c’è molto individualismo. È vero; ma ci sono problemi che interessano un po’ tutti e insieme si puo’ fare molto per affrontarli e risolverli. Un esempio ce lo dimostra quanto è accaduto ad un quartiere che da anni protestava per il degrado della strada principale che lo attraversava. Abbiamo promosso un dibattito all’interno del borgo, invitato tutta la popolazione ad analizzare il problema e proporre delle soluzioni.

Attraverso un progetto di sviluppo, abbiamo sostenuto il comitato che si è costituito e gli abbiamo proposto di fare formazione per poter scrivere un documento di plaidoyer (patrocinio/difesa dei propri diritti). Infine l’abbiamo messo in contatto con le autorità competenti. Ora non solo i lavori di rifacimento della strada sono stati avviati dal comune, la strada è stata ripulita e anche le immondizie sono raccolte con regolarità, ma il nuovo comitato, incoraggiato dal buon successo dell’attività, si sta adoperando per riunire la popolazione e risolvere altre necessità. 

Spesso parlo di formazione, perchè non bastano i diplomi per saper lavorare insieme, saper comunicare in maniera assertiva e partecipativa, potersi esprimere sulle complesse problematiche di ogni giorno.

C’è un ultimo passo da fare per «costruire comunità»: è garantire l’universalità nell’apertura. Mi preoccupa constatare come qui in missione all’interno di un gruppo parrocchiale o comunque nel territorio vengano imposte condizioni d’accesso e di partecipazione troppo restrittive. Sicuramente si lavora meglio tra persone più simili; è comprensibile che in un paese con il 25% di stranieri e con il ricordo di una guerra civile conclusa appena 8 anni fa, ci siano ancora tensioni, ma è pur vero che le ferite non si rimarginano escludendo ma cercando altre vie di dialogo. Qui ho capito che negare le differenze sociali, etniche, culturali, non è la soluzione, non porta all’unità ma all’omologazione. Ho capito anche che una comunità sana deve offrire spazi per conoscersi e mettersi in ascolto reciproco.

E di fronte a tutto questo, penso che Rosà sia un felice esempio di comunità in cammino in questa direzione.

 

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