I perchè del viaggio in Friuli

di Angelo Zen

 

 

       Carissima Voce Rosatese,

anche per merito tuo ho potuto condividere una giornata indimenticabile insieme ad altre affezionate anime nostalgiche della splendida terra friulana.

Il viaggio del ricordo è stato organizzato con massima cura in ogni dettaglio, permettendo al gruppo di accostarsi alla nuova realtà con gesti di attento amore. Quasi non fossero passati gli anni, davvero tanti, a pensarci!

Nelle poche ore della pur lunga giornata si sono concentrati i desideri che tenevamo nel cuore: la visita alla bellissima Venzone, la Santa Messa nella nuova Chiesa di Trasaghis impreziosita dalla significativa offerta dei doni, il pranzo con l’importante partecipazione dell’attuale parroco e del suo  storico sindaco, il saluto a Mauro, che mi viene spontaneo definire il  Crocifisso di Trasaghis.

Grazie amici di essere riusciti ad inserire anche la visita al Cimitero: se non fosse stato possibile, sarei tornata a casa con un velo di amarezza.

Abbiamo visto quanto è bella Gemona, ma assieme abbiamo immaginato con sdegno lo scempio compiuto in Friuli dal terribile e crudele orcolat.

La commozione più toccante, almeno per chi l ’ha conosciuto, ce l ’ha procurata Don Elio, sempre più sacerdotale nella frugalità di parole, quasi tutte preghiera.

Al termine dell’avventura eravamo un po’ provati ma soddisfatti, tutto è avvenuto secondo le previsioni e nella accurata preparazione.

Un abbraccio a tutti i rosatesi nostalgici di Trasaghis e un grazie di vero cuore.

Giannina Gaspari – crocerossina

 

Nella vita esistono momenti in cui si prendono decisioni che con l’andar del tempo ti fanno riflettere. Sono scelte dettate il più delle volte da spinte che nascono emotivamente ma che nel tempo vengono sedimentate dal cuore.

E questo è quello che è successo nel lontano 2 giugno 1976 quando “tre” coraggiosi, don Roberto Pieri, Francesco Poggiana e chi scrive, hanno varcato la “zona rossa” del terremoto del Friuli ed hanno di fatto tracciato una scia di solidarietà che è stata percepita anche nella ricorrenza dei quarant’anni dalla tragedia.

Ecco perché un gruppo di compaesani, lo scorso 3 luglio, ha voluto ripercorrere le strade lungo le quali l’”orcolat” (il grande orco) aveva seminato morte e distruzione.

Trasaghis è stata la meta più ambita anche perché lì si era incentrato il lavoro dei volontari. Perché in quel paese erano nate amicizie. Perché in quell’occasione era nata l’opportunità che ha visto l’intera parrocchia di Rosà agire solidarmente, non solo a gesti ma soprattutto nel concreto aiuto materiale.

La penna felice di una rosatese d’adozione, quale consideriamo, la crocerossina Giannina Gaspari, qui di fianco sintetizza assai bene l’intera giornata, citando luoghi e persone  che qualificano il viaggio come un pellegrinaggio. Ella ci fa visitare Trasaghis come un paese rinato dalle macerie. Abbiamo visto la nuova chiesa costruita a ridosso  del vecchio campanile con l’orologio che segna le ore 21,06 di quel tragico giovedì.

Durante il pranzo l’incontro con la popolazione, il ritrovarsi con le persone superstiti a ricordare per risentirci amici.

È stato un dono aver avuto per l’intera giornata la presenza accanto a noi dello “storico” sindaco del paese, Ivo Del Negro, preziosa guida nelle visite a Venzone e Gemona.

Ad alcuni è stato possibile portare il saluto e la solidarietà del gruppo a Mauro Cecchini, un ragazzo di 34 anni, definito il “Crocifisso di Trasaghis”, accudito in casa dai genitori fin dalla nascita, con una tenerezza che strappa il cuore. Per Mauro, a suo tempo, si era mobilitata anche la nostra parrocchia con una raccolta di fondi per favorire un intervento agli occhi, da effettuarsi in America.

L’operazione era stata eseguita, purtroppo senza alcun esito.

Il viaggio è stato importante perché ci ha permesso di visitare il cimitero di Trasaghis e recitare una preghiera sopra quella lunga teoria di diciannove tombe che occupano il vecchio viale centrale che accolgono i resti delle vittime del 6 maggio.

A conclusione della giornata non poteva mancare la visita alla casa di riposo per sacerdoti anziani di Udine, dove attualmente vive don Elio Nicli, a suo tempo definito il “prete del terremoto”. Era lui che per primo aveva accolto i “tre” nella tendopoli di Trasaghis. Tenera l’espressione usata dalla nostra crocerossina quando accosta le parole pronunciate da don Elio, nella circostanza, come fosse “preghiera”.

Ecco perché sarebbe stata priva di significato la conclusione della giornata se ognuno di noi, nel ripartire da Udine, non avesse fissato nella memoria e nel cuore il saluto dato a tutti i Rosatesi dalla finestra della sua camera. Quel gesto segna l’epilogo di una parabola iniziata  40 anni fa. Così allora  Voce Rosatese nel numero 1 dell’ottobre 1976  presentava don Elio, parroco di Trasaghis. “Due lunghi stivaloni neri, un paio di abbondanti pantaloni, sostenuti da due bretelle incrociate, un largo viso di prete irraggiato da un sorriso mesto. Alloggia alla tenda numero trentacinque e ci usa la cortesia di offrirci un caffè, che abbiamo quasi paura di accettare”.

Ecco perché il nostro viaggio ha un significato e allo stesso tempo sollecita altri interrogativi.

La sintesi più autentica dalla esperienza vissuta sta nella certezza che è più quello che abbiamo ricevuto di quello che abbiamo dato.

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