I Rosatesi e il terremoto del Friuli

di Giannina Gaspari Crocerossina

 

     6 maggio 1976. Sono trascorsi quarant’ anni da quella “gnot dal sis di mai”! Ma quanti ne avevo io allora? Ero una giovane infermiera volontaria della Croce

Rossa di Vicenza, entusiasta della vita e forte del nobile motto delle crocerossine: “Ama, Conforta, Lavora, Salva. Dio benedica l’opera tua”.

Una coppia di amici di Vicenza mi aveva accompagnata in auto fino alla sede della Croce Rossa di Udine. Nessun abito borghese: nello zaino solamente i cambi della divisa azzurra e il velo blu.

La meta? Sconosciuta. Salita su una AR (Autovettura da Ricognizione) condotta da un milite della Croce Rossa, sobbalzando e procedendo a slalom sulla strada di buche e crepe prodotte dal sisma, raggiungemmo un paesino che in piedi aveva solamente una parte del campanile; tristemente muto, il suo orologio indicava le 9 e tre minuti, l’ora tragica del fatidico 6 maggio!

Il paesino? Trasaghis, un nome che significa “tra le acque”; a poche centinaia di metri vi scorre, ampio e

Così si lavano le stoviglie. L'entusiasmo era il distintivo di quelle giornate, trascorse in un clima di grande amicizia

Così si lavano le stoviglie. L’entusiasmo era il distintivo di quelle giornate, trascorse in un clima di grande amicizia

solenne, con tratti di secca, il grande Tagliamento.

Impossibile dare notizie alla famiglia: i cellulari allora erano sconosciuti; il centralino ospitato presso una tenda era preso d’assalto e spesso fuori uso. A valle del paese, al sicuro dalle frane come quella che aveva pressoché distrutto la vicina frazione di Braulins, era allestita la Tendopoli, lunga e vasta, a perdita d’occhio. Tra le tende grigioverde si distingueva una piccolissima tenda blu: era quella del parroco, don Elio Nicli, che ancora adesso mi chiedo come facesse a viverci assieme alla vecchia madre piegata dall’artrosi. Una piccola roulotte era assegnata a noi crocerossine; a fianco era stata collocata quella di Ugo Collavizza, la persona più dilaniata dal terremoto: nel tragico evento aveva

perso la moglie Ines, gli unici loro figli

Walter e Angiolino e altri quattro congiunti. Che vita sarebbe stata quella di Ugo, da allora? L’hanno salvato i numerosi amici, anche vicentini, che l’hanno accompagnato negli anni con l’affetto, con visite frequenti e tanta corrispondenza epistolare. Fino al 27 gennaio 1997.

Non mi fu agevole orientarmi tra le tende; una tendopoli non è regolata da piazze e vie, tutto è uguale! Un utile riferimento fu la serie di lavandini a cielo aperto allestiti a fianco dell’ “abitato”, e lo era anche, laggiù in fondo, quel lungo manufatto basso orizzontale dotato di una serie di rudimentali porte collocate a una trentina di centimetri dal suolo e prive di chiavi, che garantivano  soltanto in parte la privacy di coloro che vi accedevano per… necessità!; e occorreva far presto: fuori c’era la fila!

Affidata con minime consegne a un luogo e a un ruolo “foresti”, non mi fu facile destreggiarmi nemmeno all’interno della spaziosa tenda-infermeria, tra pomate, bende, siringhe, disinfettanti, carta igienica, omogeneizzati e pannolini per neonati. L’infermeria era riconoscibile grazie all’improvvisata “bandiera”di tessuto bianco sulla quale una di noi aveva cucito alla meglio due pezzi di tela rossa sovrapposti a croce.

Intorno a me… volti tristi, soprattutto di vecchi, poiché i bambini erano stati affidati ai parenti lontani, fino in Lussemburgo!, o agli alberghi dell’Adriatico. Ed era tutto un viavai di militari e di volontari provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero. Si respirava un’atmosfera surreale: dispettosamente insistenti erano il vento (la bora!), l’ululare dei cani, gli insetti voraci, i cattivi odori e le scosse di assestamento.

E di notte vagavano le ombre: no, non erano ladri!, ma creature del luogo che, irrequiete e insonni, lasciavano la tenda e uscivano a interrogare o bestemmiare la luna… l’orcolat l’ere ver…

Era questo il mio stato d’animo quando, a pochi metri dall’insediamento della Croce

Rossa, m’era parso di sentire voci di casa; parlavano il mio dialetto vicentino! Forse erano stati loro ad accorgersene per

primi… non lo so… “Ma tu di dove sei? Piacere… piacere… io di Vicenza… noi di Rosà, siamo qui in tanti, ben organizzati, diamo volentieri una mano a questa gente così laboriosa ma sfortunata, stiamo sistemando la casa di Bramo… hai conosciuto Don Elio? Che prete, rifiuta la baracca, vuole che prima ce l’abbiano tutti i suoi parrocchiani, lui si accontenta di quella misera tenda… dai, magna co naltri stasera, gavémo le nostre brave done che xe drio pareciare… dai, che par ‘na volta te salti el solito rancio de i militari!”

Mi si era allargato il cuore! Quei ragazzi, così aperti, generosi e ottimisti, avevano operato il miracolo di accorciare le distanze: non mi sentivo più tanto lontana da casa, e poi Angelo e Rino tornavano a Rosà ogni fine settimana per provvedere all’avvicendamento delle forze operative; e al loro ritorno le notizie avevano il profumo di casa. L’organizzazione degli amici rosatesi era perfetta: gli uomini lavoravano da mattina a sera nei cantieri di ricostruzione delle case danneggiate; le donne, quali angeli del focolare, erano dedite a cucinare, lavare, riordinare le tende, assicurare il buon funzionamento dell’attività di aiuto e sostegno. Capii per la prima volta quanto complementare fosse il ruolo della donna: forti e determinati gli uomini!, ma da soli che cosa avrebbero fatto? E così nella Croce Rossa: coraggiosi e preparati gli Ufficiali, i Militi e i Pionieri!, ma la figura della Crocerossina era quella della mamma, o della sorella, che soccorrendo  infondeva fiducia, speranza, conforto.

Volontari Rosatesi in "pausa pranzo"

Volontari Rosatesi in “pausa pranzo”

Ora, a distanza di anni, rifletto sull’amicizia che mi lega ai Rosatesi: passato il periodo di convivenza tra le tende, una volta fatto ritorno alle proprie case, tutto sarebbe potuto finire; e invece il sentimento si è fatto più solido perché in Friuli ci eravamo inconsapevolmente iscritti a un corso accelerato di vita, e il compito era quello di  leggere storie vere sui volti della gente, sfogliare capitoli di paura e pagine di dolore, scrivere col sorriso storie nuove di condivisione e di speranza. Sono tuttora pagine a… pirografo, che il tempo non ha scolorito: ecco perché l’amicizia con don Elio e con gli amici rosatesi sopravvive ai lustri: basta una telefonata, o una visita, o un incontro conviviale davanti a un piatto di uova e asparagi, e tutto ricompare per incanto nei colori del cielo di Trasaghis.

Mandi!