Il bene comune: obiettivo attuale e sempre più necessario dell’educazione

di Elisabetta Nichele

 

In un momento particolare della storia, in cui i cambiamenti sociali spingono l’individuo a chiudersi in se stesso e a vivere senza un orizzonte complessivo, l’educazione deve mettere ordine ai propri obiettivi mettendo in questo momento come prioritario quello di far riscoprire agli uomini il fondamentale valore dell’impegno per l’edificazione del bene comune.

Ma cosa si intende per bene comune?

La vicenda dell’ultimo secolo ci ha insegnato a pensarlo non solo in termini di risorse oggettive o di beni materiali di una comunità, di una collettività, di un paese, del mondo intero, ma anche in termini di risorse umane e di valori “spirituali”.

Elemento costitutivo del bene comune di un paese sono i suoi cittadini; è l’essere un popolo educato, attivo, responsabile; è una società civile capace di iniziative, sinergie e imprese, individuali e comunitarie; è una classe politica intelligente e generosamente interessata alla vita e alla promozione della “polis”; è una cultura di qualità e una ricerca scientifico-tecnologica valida e solida; ma sono anche e soprattutto i valori che stanno alla base di tutto ciò: l’onestà, l’eticità, la bontà e la religiosità di un popolo e dei suoi cittadini.

Fondamentale importanza assume, in tale direzione l’educazione, compito prioritario della famiglia ma, in un tempo complesso come il nostro, solo con alleanze e intese educative tra famiglia, scuola, parrocchia, istituzioni e associazioni si potrà incidere sull’educazione al bene comune delle nuove generazioni.

La famiglia infatti è il luogo dove si apprende la grammatica della pace, essa educa alle virtù sociali, è al centro dell’agenda sociale, è l’occasione dove coltivare responsabili vocazioni alla politica e al volontariato.

È in famiglia che si scopre la dignità della persona, che si vive il principio di solidarietà, quando i grandi si preoccupano dei più piccoli e gli adulti non abbandonano gli anziani. È dai gesti concreti, quotidiani dei padri e delle madri, dalle testimonianze positive e dallo stile di servizio di chi si impegna nel sociale o nel politico, che passa l’educazione familiare al bene comune.

È importante fin dai primi anni che i bambini si sentano protagonisti dei processi di cambiamento in atto, per poter dire “Io c’ero”, mi sta a cuore, mi interessa. “I care”, secondo il motto di don Milani.

Attraverso percorsi interdisciplinari, i vari saperi e l’acquisizione di conoscenze, competenze, lo sviluppo di capacità relazionali e sociali, si può aprire un confronto sui temi della pace, dei diritti umani, della legalità, dell’ambiente e dello sviluppo, del dialogo tra le culture, a cominciare dal proprio territorio.

Allo stesso modo, avendo il compito di formare l’uomo e il cittadino la scuola ha il dovere di fornire non solo l’orizzonte teorico, ma anche le abilità indispensabili per una lettura critica e gli strumenti operativi perché ogni soggetto sappia orientarsi in maniera autonoma ed operare scelte, in piena libertà e responsabilità.

Occorre far cogliere le ragioni profonde della democrazia, della giustizia e della pace. Si tratta di far riscoprire l’importanza e il ruolo della politica, intesa come partecipazione responsabile alla costruzione della casa comune.

La scuola educa alla cittadinanza attiva, al bene comune, al senso dello Stato e delle istituzioni, se è capace di stabilire essa stessa un ponte con il territorio, con la città, con i problemi che attraversano la vita della comunità, a livello locale e planetario. Una scuola separata dal contesto fa mancare all’esperienza delle nuove generazioni il senso stesso della vita, della sua complessità, del suo divenire.

I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che dovrebbero educarli al senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno da adulti in una società molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere.

Da qui deriva la necessità di una formazione sempre più legata ai valori e ai principi essenziali e nello stesso tempo sempre più sensibile all’ideale concreto di bene comune.

Assumono così grande importanza gli adulti in quanto educatori nel difficile compito di accompagnare i giovani a superare quel senso di indifferenza serpeggiante tra le nuove generazioni, appiattite sul presente. La democrazia va costruita dal basso, nasce e si alimenta se viene continuamente rinforzata da valori vissuti e condivisi.

La sfida che si pone agli educatori è quindi la seguente: concorrere a sostenere il tessuto sociale e civile, contribuire a realizzare la rinascita del senso della democrazia e della cittadinanza, nel segno dell’accoglienza, della pace, della giustizia e della solidarietà.

Tutto ciò richiede innanzitutto una più solida formazione ai fondamenti essenziali e perenni del bene comune tra i quali:

– La conoscenza dei valori ideali: non bisogna stancarsi di ridare a ogni generazione di giovani il senso profondo della vita dell’uomo nella società. Si dà così al giovane la linea fondamentale della sua vocazione personale, individuale e comunitaria, della sua dipendenza dalla Provvidenza e della sua responsabilità.

– La formazione morale: è necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia; coltivare nei loro animi la virtù della

prudenza, e dell’umiltà che principalmente presiedono ai rapporti della convivenza.

– La preparazione culturale, professionale, tecnica: l’impegno a realizzare il bene comune è misurato non tanto dai discorsi, quanto dalla serietà della preparazione dei giovani che si propongono di attuarlo più compiutamente nella società di domani in cui essi vivranno e opereranno come principali responsabili.

– La sensibilità storica: si tratta di educare a una consapevole attenzione alla realtà della società umana nella quale i giovani saranno chiamati concretamente a vivere. Essi infatti non ricevono un modello accettato di bene comune, ma sono chiamati a riscoprirlo essi stessi ricostruendo a loro volta la sintesi tra i principi immutabili e la realtà mutata.

– La sensibilità e moralità civile: si tratta di educare i giovani al rispetto delle oneste leggi della convivenza che, anche quando determinino obbligazioni e diritti in materie di per sé opinabili, vanno rispettate.

Ecco allora che chi educa al bene comune dovrà stimolare a trovare un punto di appoggio e incontro “virtuoso”, verso cui incamminarsi, formarsi, impegnarsi: nella convinzione che occorra educare a “saper vivere insieme con gli altri” (Delors) o, più profondamente, che si cresce e ci si libera “insieme” (Freire).

Come afferma E. Morine, infatti, senza il senso della comune umanità, o senza il senso e il rispetto dell’alterità, il rischio della caduta nel soggettivismo, e anzi nel narcisismo, diventa veramente alto.

L’altro non è necessariamente l’inferno (come diceva Sartre), il lupo (come ribadiva Hobbes), il nemico (come poneva a capo della sua filosofia politica C. Schmitt), ma può essere – se lo si vuole – l’amico, l’ospite che accoglie e che si accoglie, il partner con cui ci si relaziona o di cui ci si prende cura, il socio o il compagno con cui si fa strada insieme.

È quindi la capacità di amare che rende praticabile il bene comune, poiché solo l’amore rende l’uomo capace di perseguire il proprio bene non a spese del bene dell’altro o prescindendo dal medesimo, ma volendo il bene dell’altro.