Il Campeggio in Val Malene visto dai genitori

di Marco Zanchin

Quando digiti su Google Maps “Val Malene” e apri Street View ti compaiono le immagini di un campeggio, immerso tra prati verdi, boschi secolari ed il torrente Grigno. Le foto sono bellissime, splende il sole tra gli alberi, qualche auto in sosta al parcheggio della locanda fa intuire che la valle è sì frequentata, ma con tranquillità, senza confusione, segno distintivo di quella cultura trentina capace di esprimere una sintesi perfetta del concetto di “turismo sostenibile”: bene, pensi, se i nostri figli vanno in luoghi simili, dove il campeggio ti dà ancora la possibilità, seppur per pochi giorni, di essere a diretto contatto con la natura ancora vergine, completamente “disconnessi” dal mondo, allora la scelta è quella giusta, l’esperienza sarà da ricordare, e loro torneranno a casa sicuramente più forti nel corpo e nello spirito.

     E così, tanto per curiosare, sposti il mouse qua e là per la cartina: noti però che quasi subito Street View smette di funzionare, le stradine intorno diventano sentieri, lo zoom non arriva a dettagli apprezzabili: OK dici, siamo in montagna non nel centro di una grande città, a chi vuoi che interessi vedere dove portano le stradine ed i sentieri, e comunque i nostri figli saranno sì isolati, ma fino ad un certo punto, non saranno certo troppo distanti dalla “civiltà”, non come quella baita sperduta che si intravede nella mappa e che, il nome è tutto un programma, prende il nome di “baita sperandio”…

     Poi, arriva il giorno che i ragazzi partono, e puntuale come sempre arriva la pioggia, l’acquazzone, il nubifragio, la “bomba d’acqua” che va tanto di moda quest’anno: sì, perché l’estate del 2014, stufa di mandare la gente in ferie negli anni passati, ha deciso stavolta di andarci lei in vacanza, lasciando tutti in “braghe di tela” anzi, letteralmente, “coe braghe in moja”: fattostà che a fine luglio nelle case della pedemontana veneta i prati splendono nel loro verde inglese, gli split sono ancora spenti, le angurie rimangono sugli scaffali, alle piscine del centro nuoto trovi sempre parcheggio e lettini a disposizione. E allora a metà settimana, mentre scruti il cielo grigio e plumbeo in cerca di uno spiraglio di luce, ti appare un flash di molti anni prima, durante la naja, quando al campo aveva piovuto per tre giorni di fila: vestiti e scarpe pesavano il doppio per l’umidità e per il fango che si era attaccato addosso… mah, pensi, speriamo bene, ciò che non ti uccide ti fortifica, e poi è solo una settimana, passerà…

     Quando andiamo a riprenderli, tutti insieme su per la Valsugana, per fortuna che Paolo fa da guida al gruppo di auto, perché la tecnologia del navigatore si ferma all’imbocco della val Malene, da qua si va solo con l’esperienza o con le indicazioni. Dopo un po’, nel risalire la valle, scorgo il campeggio visto su Google e immagino che adesso siamo arrivati e aspetto che l’auto di Paolo metta la freccia e si fermi da qualche parte; e invece no, l’auto gira a destra e prende una strada stretta in salita: tornante su tornante come un serpente ci inerpichiamo in mezzo al bosco. Ma dove sono accampati? sarà sicuramente qua vicino…..ad un certo punto arriviamo in cima alla dorsale dove compare un bel prato al sole con accanto alcune case ed un gruppo di scout ….ecco, penso, adesso sì che ci siamo: e invece no, il solito Paolo punta con decisione una discesa come pilotasse un caccia Tornado nella guerra del golfo e si lancia in un sentiero sterrato che, dopo un bel po’ di sobbalzi, termina in una curva; una decina di auto parcheggiate alla ricerca del più piccolo spazio disponibile mi fa capire che siamo arrivati.

     Lascio la macchina sulla stradina e scendo verso il campeggio quando, ad un tratto, dal bosco, appare un piccolo torrente: l’acqua scorre limpida, fresca, tranquilla, formando nel tragitto un leggera ansa che circonda il campo da tre lati, come una mamma quando abbraccia il suo bimbo. Mentre attraverso il ruscello su un piccolo guado saltellando sulle tavole osservo quella sottile lama d’acqua che scende proprio all’ingresso del campo, quasi fosse una simbolica barriera che mette i ragazzi al riparo dalle “intrusioni” delle comodità che la vita di tutti i giorni ci mette a disposizione.

     Poi li vedo, ragazzi e ragazze, affaccendati a caricare bagagli, a parlare tra loro o con i loro genitori, a scambiarsi gli ultimi messaggini sui foglietti di carta: non sembrano stanchi, non appaiono trasandati o sporchi, le scarpe che indossano non sono per nulla intrise di fango come avevo immaginato. Le tende per dormire sono molto robuste e capienti, dotate di un apposito telo di protezione dall’acqua: tutto diverso da quando, molti anni fa, passai quasi due giorni interi all’interno di una piccola canadese con la pioggia e l’umidità… per fortuna che non erano solo loro a farmi compagnia…

     Durante la messa appare finalmente il sole, che con i suoi raggi di luce ed un po’ di calore sembra benedire la piccola comunità di famiglie di nuovo al completo o quasi. Don Giorgio, come sempre, fotografa con poche ma efficaci riflessioni il senso della settimana appena trascorsa dai ragazzi, che per tutta risposta al termine della messa intonano canti contro gli scout come fossero ultras della curva sud: ma è anche così’ che si “fa squadra” o no?

     La pasta a mezzogiorno ci voleva proprio, servita da Don Giorgio emana anche un altro sapore, sarà stata sicuramente benedetta e quindi non può che essere speciale. Al termine, tra una fetta d’anguria e una pesca, dai ragazzi escono le news della settimana: quelle ufficiali riportano che la squadra verde ha vinto la gara principale ispirata al tema del campeggio “Monster University” ed anche quella, un po’ meno prestigiosa, che li ha fatti trionfare nella “Coppa Cacca”; beh, due coppe sono sempre meglio di una giusto?

Poi, sollecitato nei modi giusti da qualche genitore, un ragazzo racconta di notti brave passate a sfarfallare di tenda in tenda raccontando barzellette alle ragazze infreddolite e poi di fughe precipitose dal retro delle tende per scampare ai periodici rastrellamenti degli animatori…il resto rimane top secret…

     E in macchina sulla strada del ritorno, con quel che resta della voce, continuano a raccontarti dei giochi notturni coi vampiri, della palla Graziano, delle sere a ballare sotto la tenda con il mojito “fatto in casa”, quando finalmente la stanchezza comincia a prendere il sopravvento. Nel fondo dei loro occhi lucidi rimane però ancora vivida la luce della gioia per le giornate e le nottate trascorse tutti assieme: e allora capisco come basta così poco a renderli felici, anche senza TV, ipad, smartphone o maglietta della Scout, e soprattutto a quanto sia importante e fondamentale per i ragazzi crescere insieme con rapporti veri, magari anche aspri ma reali, invece che chattare continuamente su whats’app. Poi alla fine, cullati dalle curve della Valsugana, crollano e si addormentano, mentre noi immaginiamo, con un po’ di nostalgia, quanto ci saremmo divertiti se fossimo stati al loro posto.