Il futuro non Viene mai incontro gratis

di Giandomenico Cortese

I’ l dialogo, il confronto tra le generazioni e il difficile cammino quotidiano.

Rosà è una comunità giovane?

Diventa naturale porsi questa domanda per capire (e costruire) il futuro del nostro paese, per cogliere l’occasione di una riflessione sulla capacità di generare speranza, sull’energia vitale che la pervade. Anche per spiegarsi molte notizie di cronaca, soprattutto opinioni, o pregiudizi che corrono veloci, soprattutto tra noi, “generazione anziana” che nutre ancora responsabilità.

Ho riletto, di recente, un vecchio proverbio. Suona così: “Non è che manchi spazio nella casa, sono i cuori a essere stretti”.

Sicuramente troppi cuori devastati dalla noia. Certo anche dall’angoscia, dalla preoccupazione per la carenza di prospettive, soprattutto dal disimpegno sui valori.

La civiltà dei consumi mostra di avere le pile scariche.

E non c’entra solo la crisi.

La solitudine dilaga ai tempi della nuvola di Twitter, delle relazioni su “Facebook”, dei contatti sempre più ipertecnologici.

La vita di relazione, come la stessa vita in famiglia «lo diceva ancora il celebre scrittore norvegese Henrik Ibsen nel suo dramma “Casa di bambola”, nel 1879», “perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul io ti do e tu mi dai”.

Freschezza, libertà, bellezza dello stare insieme si possono riscoprire non solo entro le pareti domestiche, laddove si alimenta la fiamma del rispetto e dell’amore.

E’ un po’ l’altra faccia del nostro territorio, laborioso e solidale ad emergere quando valori e ideali sono da

rilanciare, se non addirittura da recuperare.

I nostri giovani restano una scommessa sul nostro futuro. Anche quando abbassano la visiera e pare non lascino

leggere nel loro cuore.

Li notiamo spesso distratti, isolati, ci appaiono chiusi nelle loro disillusioni, ma se insistiamo nello sforzo di capirli, li scopriamo spesso proiettati in una dimensione di vita e di valori profondi, capaci di percezioni forti. Aldilà dell’esperienza, basta leggere tante inchieste che li riguardano, ascoltare con quanto impegno si preparino al futuro, cerchino un orientamento professionale, siano disposti a porre attenzione ai temi della fede e della tolleranza, quanto valutino i simboli.

C’è nella maggior parte di loro attaccamento alla propria terra, non temono (più) l’appartenenza, riscoprono perfino l’orgoglio di essere veneti, italiani, europei. Valgono ancora i sondaggi quando accertano che la metà dei ventenni sente una forte emozione quando ascolta l’inno nazionale, pur mantenendo slancio, dimensioni internazionali.

D’accordo, usano luoghi, linguaggi, strumenti diversi da quelli utilizzati dai loro genitori per individuare una loro

autonoma aggregazione sociale. E talvolta sbagliano binario. Esplorano il mondo in maniera più svagata, ma non sono insensibili. Figli dei videogiochi riescono ad avere attenzione a più cose contemporaneamente. E questa è pure una originale ricchezza. La loro emotività è alta. Pare siano tornati a leggere (non sempre i quotidiani, certo molto di più i libri). Sanno avvicinarsi alle arti.

Un più confuso connubio tra razionalità ed emozione rende forse oggi più difficile il dialogo tra generazioni. Ma occorre essere fiduciosi, e sforzarci a capire, a testimoniare, più che a giudicare.

L’arte di essere educatori, e genitori, non si impara facilmente, e una volta per sempre.

Il futuro non viene mai incontro gratis.

Imparate a piangere, non trasformatevi in giovani da museo, imparate ad amare, lasciatevi sorprendere da Dio, e rifiutate la psicologia del computer che ci fa credere di riuscire a

sapere tutto, imparate l’umiltà dai poveri «continua a

suggerire Papa Francesco», la realtà è superiore all’idea.

E’ l’invito ad una testimonianza profetica.

Pensare in grande significa no invecchiare, essere rivoluzionari, darci continuamente la sveglia, costruire un modello di felicità che non assopisce nella logica del mondo.

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