La comunità: tra realtà quotidiana e ricerca continua

di Elisabetta Nichele

Parlare di comunità appare una cosa scontata. Siamo nati e viviamo all’interno di comunità. La famiglia in cui ci troviamo membri fin dalla nascita è in assoluto la prima di queste, all’interno di altre, che conosciamo e sperimentiamo. Dentro a tale cornice sviluppiamo, quasi involontariamente, il senso di comunità. È raro soffermarci a pensare a questa situazione, l’abitudine non ci porta a farlo, ma enorme è il valore che essa dà alla nostra vita.

Dagli studi condotti su questo concetto, il senso di comunità si riferisce alla “percezione di similarità con altri, una riconosciuta interdipendenza, una disponibilità a mantenere tale interdipendenza offrendo o facendo per altri ciò che ci si aspetta da loro, la sensazione di appartenere a una struttura pienamente stabile e affidabile” (Sarason ,1974).

Per cogliere il significato profondo di comunità, occorre partire dai fattori diversi, ma interconnessi, che lo compongono:

L’appartenenza, quel sentimento di far parte di qualcosa, che si rintraccia nelle usanze, nei confini territoriali, o storici-culturali. La persona sente di far parte di un gruppo e percepisce un’accettazione da parte degli altri membri; ciò genera un senso di sicurezza emotiva per lei molto importante.

 

L’influenza, corrisponde a quella sensazione di poter effettivamente incidere nella comunità e di percepire anche un certo controllo, indispensabile per poter essere attratti verso quel gruppo: una sorta di danza tra comunità e individuo. In ogni caso non ci può essere partecipazione attiva se nel singolo non c’è la percezione di poter apportare qualcosa, modificare in qualche modo la propria comunità o territorio, grazie anche a quelle diversità intellettuali, culturali, religiose e professionali che gli appartengono.

 

L’integrazione e soddisfazione dei bisogni: le persone si sentono parte di una comunità verso la quale avvertono una sicurezza nel soddisfacimento dei propri bisogni, sia pratici che psicologici; soddisfazione dei bisogni in una interdipendenza e dialogo tra i membri della comunità. La connessione emotiva condivisa, un legame affettivo che unisce i membri di un gruppo che varia in base al numero e alla qualità dei rapporti fra gli individui. Questa si crea quando sussistono le precedenti condizioni e a sua volta le rafforza in un ciclo virtuoso.

 

Il modo di stare insieme come ‘comunità’ punta su un’identità collettiva specifica, sulla condivisione di norme e valori, sulla sfera della solidarietà.

Nella società in cui viviamo, infatti, emerge sempre più necessaria l’esigenza di recuperare gli elementi della comunità per far fronte agli effetti alienanti della globalizzazione. Ma come si può favorire lo sviluppo di persone disponibili a spendersi per la comunità?

Tra i principali elementi che possono aiutarci a riflettere ci sono: il ruolo assegnato alle generazioni e la libera esplorazione del territorio circostante da parte dei bambini.

Nella società globalizzata, se si vuole innalzare la qualità della vita delle persone e del loro senso di integrazione, occorre ricreare alcune condizioni che erano presenti nella società pre-moderna; questo implica che, ciò che un tempo veniva fatto per tradizione e in modo naturale, venga ricreato attraverso un artificio culturale.

Prendiamo, per esempio, il ruolo assegnato ai giovani. Se pensiamo alle società contadine, ricordiamo subito che i giovani erano chiamati molto presto a ‘rendersi utili’: in questo modo potevano avere costanti riscontri del proprio valore per il nucleo familiare e ciò accresceva la propria autostima.

Libertà e responsabilità tendevano ad andare di pari passo.  Invece, ciò che oggi salta subito agli occhi, è il tempo infinito di permanenza dei giovani nell’ istituzione scolastica, senza che venga chiesto loro di contribuire in modo attivo all’andamento della famiglia e della comunità più estesa. Ai giovani non viene mai chiesto di diventare veramente adulto, se non in richiami a comportamenti ‘da adulto’.

Parallelamente, nel passato neanche troppo remoto, nessuno avrebbe immaginato che i bambini dovessero essere ‘animati’ per poter giocare. Gruppi di fanciulli utilizzavano liberamente lo spazio intorno a loro, le scale, le piazze, i campi, ricavando dal territorio circostante il materiale per dar forma alle proprie avventure. Gli adulti avevano altro a cui pensare, non erano concentrati totalmente sui figli e questo rendeva i bimbi più liberi. La chiusura dei nuclei familiari nelle proprie abitazioni, il loro ridimensionamento e perciò la concentrazione della famiglia su un unico o pochi nati, hanno reso la vita dei bambini più povera di spazi, di libertà e iniziativa. La conquista degli spazi intorno a sé, inoltre, viene impedita dall’uso dell’automobile, mentre sarebbe opportuno per i bimbi poter interiorizzare lo spazio circostante mediati dalla propria motricità e dalle sensazioni corporee.

Esperienze, queste del movimento e gioco liberi, in cui il bambino trova da sé occasioni di iniziazione, là dove si misura con il desiderio che lo sospinge: il salto sempre più audace, la corsa spericolata, la capriola ‘mortale’. Per i bambini e gli adolescenti è molto importante la possibilità di sperimentare il rischio che altrimenti viene cercato in maniera impropria, e allora sì, davvero pericolosa.

Sentirsi parte di una comunità, per un giovane, è vivere l’esperienza di non venire colpevolizzati né esaltati per i propri desideri, è avere la sensazione di non essere considerati né un oggetto, né un peso, né un pericolo.

“Nelle società tradizionali i giovani e i bambini non erano al ‘centro’, bensì alla ‘periferia’ di una ricca vita sociale, nella quale, proprio grazie a quello stato liminare, potevano muoversi in relativa libertà, sotto lo sguardo di un adulto impegnato nella propria vita di relazione con altri adulti, e che non ha bisogno del figlio ‘per vivere’( Dolto).

Ciò deve solo aiutarci a riflettere, ma non indurci a pretendere che le cose si ripresentino nella stessa forma che nel passato o che ci faccia temere che, dopo di noi, qualcosa possa andare perduto, quando si sa che qualche cosa sempre va perduto. Un errore potrebbe essere quello di pensare che il modo di divertirsi di un bambino o del giovane di oggi sia di per sé sbagliato, poiché non rispetta la forma che noi stessi abbiamo sperimentato: in questo modo ci precluderemmo la possibilità di cogliere in esso ciò che contiene di universalmente valido.

Lavorare per il senso di comunità significa, perciò, mettersi in una posizione di ricerca, di attenzione vigile e curiosa al vecchio e al nuovo e, soprattutto, assente da classificazioni frettolose e pregiudizi.

Comunque, sono tante, al giorno d’oggi, le persone che si spendono per la comunità: è faticoso, perché molti sono gli impegni quotidiani di ciascuno e poco il tempo a disposizione per svolgerli; ciononostante il tempo ‘dedicato alla comunità’ arricchisce chi lo spende e si trasforma in bene per tutti coloro che in essa credono e ne fanno parte.