LA FRATERNITÀ ‘DIFFICILE’

di don Angelo e don Ivan

 Non è possibile fare nessuna retorica né romanticismo sulla fraternità. Il legame di fraternità è difficile perché è una relazione che ciascuno trova, non sceglie.

Ci pone di fronte ad una alterità che è poco osservata: uno nasce prima e uno nasce dopo…uno fa una professione uno ne fa un’altra…uno è primogenito l’altro è aggiunto. La fraternità non si celebra facendo tutti lo stesso mestiere, mettendo lo stesso vestito…. La fraternità si esprime quando riconosciamo e decidiamo di vivere la comune origine. E questa origine, per noi, è il battesimo.

La fraternità costringe a dimezzare il mondo: quando sono figlio ‘unico’ l’universo mi appartiene, quando appare un fratello tutto diventa metà (lo spazio, gli affetti, il tempo, le porzioni…il modo di pensare il mondo, di progettarlo, di costruirlo…). Non posso avere la proprietà esclusiva: la mia aria, la mia acqua, il mio cielo, l’amore di papà e mamma… l’amore di Dio. È per questo che nel Padre nostro l’unica parola che manca è “mio”.

C’è solo ‘tuo’ e ‘nostro’. Verso dove dobbiamo camminare? Affermare che l’uomo è “figlio di Dio” è relativamente facile. È, invece’ più faticoso e difficile dire che ogni uomo è “mio fratello”.

 

PASQUA 2019

 Una volta un tale, incontrando un amico che non vedeva da molto tempo, gli disse: “Non abbiamo tempo di parlare di noi due, quindi parliamo di me”.

Non so come mai mi sia venuto in mente questo aneddoto nello stendere queste righe per “Voce rosatese”.

Forse me lo sono ricordato perché l’aria che respiriamo, in generale, mi sembra ci spinga sempre di più a dire “io” e sempre meno a dire “noi”, dimenticando che l’io non è qualcosa di solitario ma “vive” continuamente delle relazioni che intreccia con gli altri. “Io sono perché noi siamo”, questo detto africano ci aiuta a intendere una parola che ultimamente ritorna spesso alla ribalta: “identità”.

La cultura africana ci ricorda che l’identità personale non è una proprietà autonoma che si scopre guardandosi, pensando a se stessi, ma è il risultato di un continuo interagire con gli altri: “una persona diventa persona a causa delle persone”.

Il nostro patrono S. Antonio abate, grande padre del deserto, guarda caso africano, affermava: «La nostra vita e la nostra morte sono legate al nostro prossimo», a dirci che sono le relazioni a costituirci, a farci scoprire “chi sono” e “chi siamo”. Ognuno di noi arriva ad un’identità sicura di sé mediando tra le molte identità comuni che gli sono proprie.

È fondamentale, allora, dare insieme il nostro contributo, affinché il nostro essere chiesa, il nostro essere comunità sia «luogo che aiuta ciascuno di noi a dire “Io”, perché abbiamo imparato a dire “Noi” e viceversa» (T. Radcliffe).