La pace, un dono di convivenza. Va vissuta con misura e giustizia

di Giandomenico Cortese

 

Solo il vento mi era compagno. Ascoltarlo diventava prezioso. Stavo percorrendo un tratto del “Sentiero della Pace” sugli altipiani, sotto il passo della Mendola, tra Trentino e Alto Adige, lungo i percorsi della Grande Guerra, dove il vento e la sua voce risuonano ancora di moniti, perenni custodi di ciò che fu.

Venni attratto da un cartello, indicava gli itinerari, i luoghi, lasciava intuire volti e storie di uomini, e donava in eredità cinque parole a dare energia al cammino, per riflettere, indicare percorsi e orizzonti che si scorgevano lontani: misura, intelligenza, giustizia, fede, speranza.

Il Sentiero della Pace non si esaurisce dal Tonale alla Marmolada, non è solo tracciato di memoria che collega luoghi della Grande Guerra, tocca il nostro Ortigara, le vette dell’Altopiano dei Sette Comuni. È qualcosa di più di una proposta escursionistica. Ripercorrendo i segni indelebili di guerre e tragedie evoca la pace.

 

La Pace è un Dono da coltivare. E la cultura del dono è un impegno da vivere, con quel senso intelligente che dà misura ed equilibrio, cerca armonia per i nostri giorni,

alimenta testimonianze di giustizia, rinforza la nostra fede, induce speranza (le cinque parole chiave, da fare proprie, nella nostra quotidianità!). Visioni, sogni. Parole e immagini che scendono dal cielo. La descrizione della bellezza. Un incontro tra nostalgia e desiderio. Le fragili certezze del nostro esistere, un inno alla concordia, in una società, la nostra, travolta dalle paure del consumismo, del materialismo, tra angoscia e conservazione, che invoca prevalentemente efficienza e sicurezza, che stenta a ritrovarsi nel servizio agli altri, che ignora la capacità generativa del prendersi cura della persona in quella via verso il futuro che si nutre nel dono e offre spazi alla carità.

Occorre forse un cambio di paradigma, quell’uscire dalla crisi, pensando al futuro, con creatività.

 

Le parole semplici del poeta – le abbiamo già richiamate ancora – risuonano di una semplicità disarmante: “Ama, saluta la gente, dona, perdona, ama ancora e saluta”. Padre Davide M. Turoldo, il cantore inquieto di Dio, i cui Salmi sono stati musicati da Bepi De Marzi, voce profetica dei tempi nostri, invita a cogliere le note di un canto che ritorna al cuore, portato dalla voce del vento: “Anima mia canta e cammina, | anche tu, oh fedele di chissà quale fede | oppure tu uomo di nessuna fede, | camminiamo insieme | e l’arida valle si metterà a fiorire. | Qualcuno, | colui che tutti cerchiamo, | ci camminerà accanto”.

 

La Pace è un Dono di convivenza. Da costruire, sollecitare, promuovere, vivere in questa “società del post” (post 2008, post crescita, post verità, post industriale, post secolare, post moderno, forse anche post digitale…), nella società multiculturale, del trauma e del rischio.

Anche qui, a Rosà, nella nostra comunità, possiamo richiamare (non solo i giovani, pure gli adulti) al valore della relazione, alla fatica dei sogni, al gusto della semplicità, imparando a guardarci negli occhi, a scambiarci un saluto, un sorriso, a tendere ed offrire una mano.Ho ascoltato alla radio, di primo mattino, un suggestivo “Pensiero del giorno”. Richiamava José Saramago, lo scrittore portoghese Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, e quel suo pensiero che si riassume più o meno così: “Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l’unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un’anima”.

 

Gli occhi, porte dell’anima, per Shakespeare, linguaggio silenzioso dell’amore, per Miguel De Cervantes.

Tante volte, anche noi, il primo contatto lo cerchiamo con gli occhi, oppure tentiamo di sottrarci, distogliendo lo sguardo.

Guardare è un modo di agire potente, che costruisce, accoglie, unisce, fa rinascere o distrugge, può persino uccidere, come l’indifferenza di non voler vedere che ci rende complici, o l’invidia che ha che fare col guardare male, col volere male.

“L’occhio invidioso sciupa”, scrive Erri De Luca.

Ciò che di bello entra in noi dagli occhi, ci fa bene.

Gli occhi belli sono quelli che guardano con tenerezza, con benevolenza, che accolgono, accarezzano, che interrompono le distanze, anziché sfidare, provocare. Sono luogo, fonte di reciprocità. Con essi possiamo già vedere va oltre, consapevoli che la realtà, e ancor più le persone, sono piene di invisibile, di un tempo che non è solo il presente, di vita che pulsa.

“È cieco chi guarda solo con gli occhi”, rammenta un proverbio africano.

Un invito affettuoso ci fa dire: sia il nostro sguardo, fin dalla mattina, sia dolce, ricettivo della meraviglia, pronto alla benevolenza, teso, spalancato, ad abbracciare l’infinito.