L’ultimo Te Deum


 

 

IMG_2666_2
di Paolo Tessarolo

“Introibo ad altare Dei.” “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam.” La messa in latino incominciava con un dialogo ai piedi dell’altare. La prima battuta era del celebrante, la seconda dei chierichetti. L’assemblea dei fedeli seguiva in silenzio. Di qui il detto popolare “ascoltar messa” o “sentir messa”. In “quegli” anni a Rosà le messe nei giorni feriali erano normalmente tre – dell’arciprete e dei suoi due sacerdoti coadiutori o cappellani. La prima messa usciva d’estate alle cinque, d’inverno alle sei. Messa letta, tranne che nelle feste solenni che non fossero anche di precetto, come la festa di S.Agnese, protettrice delle giovani, in primis delle giovani di A.C., il 21 gennaio, o di S.Antonio di Padova, il 13 giugno, o del Sacro Cuor di Gesù. Di norma essa era celebrata dall’arciprete, il quale usava far precedere l’”Ite missa est” e la benedizione finale (ma la messa non finiva con questa) da un breve fervorino ispirato o al vangelo del giorno o al santo del giorno. A questa usanza l’arciprete mons. Luigi Filippi si tenne fedele in tutte, direi, le sue messe feriali, tranne che in quella dell’11 novembre 1942. Quel giorno, infatti, che pure era la festa di S.Martino, vescovo di Tours, il santo che fece dono di metà del suo mantello, a un povero, l’arciprete non fece nessun fervorino ma, ricordato dall’altare ai pochi fedeli presenti che quel giorno, 11 novembre, era anche il genetliaco o compleanno del re, anzi “di Sua Maestà il Re”, come usava dire, scese ai piedi dell’altare e, cambiata la pianeta con il piviale, intonò il canto del Te Deum. (Quell’anno le autorità civili e politiche non avevano predisposto nulla per la ricorrenza dell’11 novembre, quasi le notizie sempre più brutte che giungevano dai vari fronti di guerra avessero tolto loro ogni capacità d’iniziativa).

Un Te Deum più patetico di quello credo che non sia mai risuonato sotto le volte della chiesa parrocchiale di Rosà: “Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt caeli et terra maiestatis gloriae tuae…” L’arciprete e i fedeli cantavano alternativamente, uno dopo l’altro, i densi versetti dell’inno che la tradizione attribuisce a S. Ambrogio, vescovo di Milano, ma i loro cuori erano pieni di tristezza, non di gioia; e se il primo poteva sollevare il suo pensiero alla patria in guerra – una guerra sempre più disastrosa e dall’esito sempre pù incerto -, i secondi pensavano ai loro cari sotto le armi, e magari sbalestrati sui fronti di guerra più impensati (che cosa si nascondeva dietro il numero misterioso che s’accompagnava alla sigla P.M., o Posta Militare?), o prigionieri in terre lontane, o …; ma il pensiero si rifiutava di proseguire. La chiesa era immersa nella penombra, fuori s’annunciava una giornata tetra ed uggiosa.

No, il Te Deum cantato in quel lontano 11 novembre 1942 non fu un inno di ringraziamento al cielo per il dono di un re chiuso ed accidioso, qual era Vittorio Emanuele III, ma un’accorata preghiera perché Dio salvasse l’Italia impelagata in una guerra ormai non più sostenibile. Qualche anno prima, quando improvvisamente (ma non tanto) i venti infuocati della guerra erano tornati a soffiare sull’Europa, l’arciprete, don Luigi Filippi, lungi dal condividere il bellicismo delle autorità fasciste aveva fatto la promessa solenne (o un voto formale?) di recarsi in pellegrinaggio con tutta la parrocchia al santuario di Loreto, se la Vergine Maria avesse preservato l’Italia dagli orrori di una nuova guerra: troppo vivo era in lui i ricordo della Grande Guerra, combattuta sì e no una generazione prima, e alla quale aveva preso parte per 27 lunghi mesi; troppo vivo il ricordo della scia di morti e di rovine che aveva lasciato dietro di sé. Negli arcani della storia era scritto diversamente; e l’Italia non era rimasta fuori dalla guerra ma vi era entrata (anzi, vi era stata trascinata). A fianco dell’alleato tedesco, e contro i propri interessi. “Vincere! E vinceremo…” e “Popolo italiano, corri alle armi…” aveva gridato istericamente l’uomo “che aveva sempre ragione”, il 10 giugno 1940, sedicesimo anniversario del sequestro e dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti e della fine virtuale di tutte le libertà democratiche in Italia. Ma le speranze e le illusioni di una guerra breve e vittoriosa (se mai qualcuno aveva nutrito delle speranze o delle illusioni) erano ben presto cadute… “Sono quattro settimane che i tedeschi combattono a Stalingrado senza riuscire a prenderla” mi disse l’arciprete, incontrandomi per la via, un giorno di agosto del 1942; e “I tedeschi si romperanno le corna in Russia” aggiunse, salutandomi. “I tedeschi” ricordo che disse e ripeté testualmente, ossia i nostri secolari nemici, e non “I germanici” o “I camerati germanici”, come era di prammatica dire. Quasi a sottolineare il suo profondo disgusto per un’alleanza che riteneva innaturale e foriera di guai per l’Italia.

L’arciprete mons. Filippi morì dopo una brevissima agonia la domenica 7 marzo 1943, che quell’anno era anche l’ultima domenica di carnevale. Erano passati pochi mesi da quell’accorato Te Deum, che per lui fu anche l’ultimo. La fine improvvisa gli evitò di vedere i giorni amari,

anzi amarissimi, che attendevano l’Italia: la perdita dell’ultimo lembo di terra africana, lo sbarco alleato in Sicilia il 25 luglio e la caduta di Mussolini; l’8 settembre e lo sfascio dell’esercito italiano, che tenne dietro all’armistizio; il paese spaccato in due ed occupato quant’è lungo da due eserciti stranieri, l’uno contro l’altro armato … Fosse vissuto più a lungo, non fosse scomparso così repentinamente e così immaturamente (non aveva ancora 62 anni compiuti), sono sicuro che nel marasma in cui era piombata l’Italia nell’autunno del 1943 l’arciprete mons. Filippi non avrebbe tardato un istante ad indicare a chiunque gli si fosse rivolto e specialmente ai giovani di A.C. ritornati fortunosamente a casa o in attesa di chiamata alle armi, la parte giusta da cui stare, la causa giusta da servire.

Un atto dovuto

fototessarolo

di Angelo Zen

Ricordo del Prof. Paolo Tessarolo

Lo conservavo nel fascicolo predisposto per il numero di “Voce Rosatese” che doveva uscire nel dicembre dell’anno 1997. Era uno scritto del prof. Paolo Tessarolo, illustre rosatese, che mi aveva consegnato personalmente, a mano, perché fosse pubblicato. Le vicende della vita hanno disposto altrimenti. E’ rimasto lì per anni, soprattutto nel ricordo. La famiglia mi ha aiutato poi nel recuperarlo. La ringrazio. Mi sento personalmente assolto dal debito che mi trascinavo nei suoi confronti e sono certo di valorizzare una pagina importante della nostra storia rosatese.