Diario di un giorno diverso

di Fabrizio Parolin

 

“Questi non sono i “barbari selvaggi” di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, si, amor di patria.

Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme, non dico una bugia, “Auld Lang Syne”. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontrarci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio” (da una lettera di un soldato inglese di stanza a Ypres (1914), città belga delle fiandre).

Correva l’anno 1914 e la Grande Guerra era scoppiata da poco quando un evento straordinario ed eccezionale fece capire a tutti quale fosse l’assurdità che si sarebbe scatenata nei cinque anni successivi.

A Ypres, una piccola cittadina delle fiandre, soldati tedeschi e britannici, durante la vigilia del primo Natale di guerra, uscirono dalle loro trincee, cantarono insieme i canti augurali, seppellirono i morti, si scambiarono dei doni e così capirono che l’inimicizia pubblicizzata e decretata dai grandi

delle nazioni non aveva alcun senso.

Perché si doveva combattere contro persone con cui si festeggia insieme il Natale? Qual era il senso di tutto ciò? Queste furono le domande che si insinuarono nell’animo dei soldati inviati al fronte, i quali risposero in maniera istintiva, naturale e profondamente umana: membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte si scambiarono auguri e canzoni dalle rispettive e contrapposte trincee, ad un coro tedesco rispondeva una cornamusa britannica, e fu così che alcuni singoli individui decisero di uscire dalle loro postazioni per portare doni di qualsiasi tipo ai soldati schierati dall’altro lato; in tal modo ci fu uno scambio di tabacco, alcolici, bottoni delle divise, gavette, cappelli e quant’altro.

Il giorno seguente, ovvero il giorno di Natale, un gran numero di soldati di entrambi gli schieramenti, ripeterono l’operazione e lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi “nella terra di nessuno” con gli uomini contro i quali avevano combattuto i giorni precedenti e, oltre a celebrare comuni

cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti,

i soldati fraternizzarono a tal punto da organizzare una improvvisata

partita di calcio con un rudimentale pallone di stracci.

Gli eventi della cosiddetta “tregua di

Natale” non vennero riportati per settimane, come se ci fosse una sorta di autocensura non ufficiale, fino al 31 dicembre dello stesso anno quando la notizia venne pubblicata dal The New York Times statunitense, creando non poco scalpore; successivamente i giornali inglesi riportarono numerosi racconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie.

Questo evento venne accolto con gioia dall’opinione pubblica inglese che lo definì come “una delle grande sorprese di una guerra sorprendente”, così dall’8 gennaio 1915 iniziarono ad essere pubblicate le prime fotografie degli eventi, in particolar modo dal Daily Mirror e dal Daily Sketch che deplorarono l’assurdità della tragedia bellica sostenendo con entusiasmo l’atteggiamento dei soldati.

Tuttavia per lungo tempo l’episodio è sempre stato smentito e minimizzato per motivi d’onore e anche i libri di storia non dedicano lo spazio che meriterebbe, ma ancora una volta la memoria riemerge e resta indelebile grazie alle testimonianze scritte dai protagonisti diretti come quella del soldato inglese Bruce Bairnsfather:

“Non dimenticherò quello strano e unico giorno di Natale per niente al mondo; notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei suoi bottoni della divisa. Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca.

Poi gli diedi due dei miei bottoni in cambio; da ultimo vidi uno dei miei mitraglieri, che nella vita civile era una sorta di barbiere amatoriale, intento a tagliare i capelli lunghi di un docile tedesco che rimase pazientemente inginocchiato a terra mentre la macchinetta si insinuava dietro il suo collo”.

Poco dopo le note di Auld Lang Syne fermarono uomini e tempo e così inglesi, scozzesi, irlandesi, prussiani, wurtemburghesi si ritrovarono uniti a ballare e a cantare vicino a quelle persone che poco prima erano “nemiche”.

La canzone, meglio nota in Italia con il nome “Il Valzer delle candele” è un tipico brano della tradizione scozzese che viene cantato a Capodanno per salutare il vecchio anno e dare il benvenuto a quello nuovo, ma

spesso viene intonato anche in occasione dei congedi, degli addii, delle separazioni ed ha proprio l’intento di ringraziare e

salutare gli amici conosciuti, in questo caso i soldati avversari, prima della separazione, prima del rientro nelle trincee.

È un autentico invito rivolto alle persone a non dimenticare i vecchi amici e i “tempi andati”, è un invito a fermarsi ogni tanto per fare due passi nel passato

in compagnia della memoria e di tutti i compagni che ci hanno accompagnato nei momenti difficili, magari attorno ad un falò, fuori da una trincea, nella terra di nessuno accanto ad un “falso nemico”.

 

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