Mons. Ciffo, tra urgenza di santità e dedizione totale al suo popolo


di Giandomenico Cortese

 

Cosa direbbe ai “suoi” preti, oggi, mons. Mario Ciffo, quali parole robuste pronuncerebbe dal pulpito del Duomo di Rosà per ammonire i fedeli, indicare loro la strada da percorrere, gli atteggiamenti da assumere, i doveri da praticare per una vita buona.

È solo una curiosità, per non dimenticare. Il burbero parroco, nato a Maglio di Sopra in quel di Valdagno, ha “allevato” tra i suoi diversi cappellani ben due vicari generali della nostra diocesi.

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Mamma Brigida festeggia il neo Monsignore

Mamma Brigida festeggia il neo Monsignore

Mi piace ricordare la figura di questo sacerdote coraggioso e altero, profondamente buono, intriso dell’umanità della sua gente, scolpito con i caratteri duri, talvolta spigolosi di una ruralità autentica, umile, prudente e saggia, coltivata dall’esperienza del silenzio orante.

Non è facile possedere traccia incisa

nella roccia dei sentimenti di un uomo così lontano dalla contemporaneità e così presente nella saldezza dei valori essenziali di una vita cristiana ragionata e ferma, fervida e genuina.

Trent’anni fa, giusto il 26 febbraio, la sua morte privava Rosà di un caposaldo della sua storia più recente. Un uomo e un arci-prete che aveva ben salde nelle sue mani, soprattutto impresse nel suo cuore, le stimmate di una vocazione al servizio, con rare sensibilità, dietro la scorza di ruvidezza che una Chiesa preconciliare sentiva il dovere di guidare il proprio popolo senza incertezze, sfumature dogmatiche o dottrinali, aperta ai bisogni essenziali, poco incline ad accompagnare e assecondare le mire, i sogni e le chimere della contemporaneità.

Scherzosamente, ma non troppo, la canonica della parrocchia di Sant’Antonio, era considerata un po’ il Car (il Centro addestramento reclute) della Diocesi berica, tanta e tale era la capacità di plasmare i giovani preti che un “istruttore” tutto d’un pezzo, come Mario Ciffo, in grado di allenare il suo clero al sacrificio fisico della testimonianza, prima ancora che alla pratica religiosa.

Era esigente con se stesso, innanzitutto. Badava all’essenziale, sapeva “curare” la sua gente, cogliere le migliori qualità, incoraggiare e promuovere l’impegno e l’intraprendenza: un ottimo selezionatore di personale. Manager e padre, dal piglio deciso, accogliente e capace d’ascolto.

Una figura esemplare, emblematica nell’autorevolezza, con una visione capace di raccogliere ogni sfumatura del presente, preoccupato del divenire, con la grande capacità di motivare.

Se il paese, oltre la parrocchia, che ha “governato”, è cresciuto anche in benessere economico, non era casuale il suo apporto di indirizzo e di sostegno.

Le opere parrocchiali (dagli Istituti Pii e dalla Scuola Materna, alla Casa del Clero,

a quella delle Orfane, alla Casa della

Dottrina Cristiana, al Tempio dei Giovani, al Cinema Monte Grappa) che ha preservato e ammodernato, o seguito nella sua responsabilità, a partire dalla Chiesa Arcipretale, riconosciuta nel 1965 alla dignità di “Duomo” ne sono segno tangibile.Col maestoso campanile e la statua della “Rosa Mystica” erano le sue creature materiali, a cui dedicava tante attenzioni, senza mai prescindere dalle persone, di ogni età e condizione sociale che amava senza risparmio.

La preoccupazione per le associazioni, i gruppi che crescevano attorno alla parrocchia era costante e vigile. Basti pensare alla schola cantorum, ai suoi catechisti, o alla dedizione alla Banda Musicale. E come dimenticare l’occhio vigile, d’arbitro, sull’Ac Rosà. Le pratiche religiose, che voleva condivise, rimanevano uno dei suoi crucci costanti.

Prete nutrito di profonda spiritualità, non sempre accompagnata da altrettanta attenzione alla cultura, mai foto2rassegnata alle mode, ha vissuto proiettato sugli ampi orizzonti di una misissionarietà che alimentava e seguiva, accompagnava nelle vocazioni maschili e femminili, a cui continuava a dedicare profonda partecipazione, considerandole una continuità preziosa della comunità locale.

Per lui era naturale, come il solerte saluto del “Sia lodato Gesù Cristo”, girare a piedi e talora in bicicletta le vie e le contrade del paese, per incontrare anziani e malati, e portare, in costante rogazione, annunci di serenità, sollecitazioni alla preghiera, inviti ai “fioretti”, alla recita del Rosario attorno ai capitelli negli incroci delle strade, orgoglioso del “suo” Cardinale (Sebastiano Baggio), delle affollate processioni, delle festività stagionali che arricchiva di pratiche severe (la festa del patrono Sant’Antonio Abate il 17 gennaio, quella votiva del primo mercoledì di maggio, l’altra generosa di appuntamenti il 25 di agosto, il tempo della “sagra”, ancora per ricondurre in processione, al ritmo e sui tempi della gloriosa banda parrocchiale, una venerata Madonna della Salute).

Il richiamo costante alle virtù, all’urgenza di sanità, alla preghiera e alla pietà eucaristica, alla pratica della misericordia.

C’è una sua immagine che mi piace ricordare, emblematica dell’orgoglio con cui conduceva, con consapevolezza, il suo gregge.

Lo rivedo in quella foto: sguardo altero, passo marziale, sicuro di sé, pronto a guidare i suoi fedeli richiamati al suono possente della campane, deciso verso una meta di cui non si può dubitare.

Una schiera di angeli è sempre pronta ad accogliere chi sa dove andare.

Forse, mons. Ciffo, pur praticandolo nella quotidianità, non avrà mai letto il modello che Sant’Ambrogio indicava ai suoi preti in quell’inizio di Cristianesimo intrapreso a Milano:  “Guadagnatevi la stima e la considerazione del popolo con la dolcezza del carattere e con la benevolenza d’animo. La bontà infatti attrae la gente, è cara a tutti, e non v’è cosa che più facilmente penetri negli umani sentimenti. È incredibile quale e quanto affetto susciti la bontà quando si accompagna alla mitezza e alla affabilità, alla moderazione nel comando, alla mitezza del discorso, alla serietà della parola, alla pazienza nelle discussioni, alla cortese modestia”.