Ora et Labora, nella fede la speranza

 di Alfio Piotto

 Dopo i lievi segnali di miglioramento registrati nel 2011, nel 2012 la ricaduta … ed è ancora crisi …il bilancio è dunque ora di 5,7 milioni di persone in Italia senza lavoro.

   Mille imprese chiuse in tre anni nel reparto legno-arredo in Veneto, 3.800 imprese in meno nel settore delle costruzioni dal 2009 al 2012, con il numero di dipendenti che, complessivamente nei due settori, dal 2008 al 2012, è diminuito di quasi 34 mila unità. Sono alcuni dei dati resi noti dalle rappresentanze delle categorie sopra indicate. Negli ultimi quattro anni, il settore del legno-arredo in Veneto ha perso 12.500 posti di lavoro, mentre quello delle costruzioni ne ha bruciati ben 21.200, per un totale di 33.700 lavoratori in meno dall’inizio della crisi. A soffrire sono gli operai (-15%, pari ad oltre 17 mila lavoratori in meno) e, in termini relativi, gli apprendisti (-36%). Numeri da ecatombe, con aziende storiche costrette a chiudere i battenti, l’intero distretto del legno di Rosà spazzato via dall’onda lunga della crisi e il settore edile è al collasso.

E dunque cosa c’entra con questa crisi la regola benedettina “ora et labora”, pregare e lavorare, quando il lavoro non c’è e il coltivare la propria spiritualità è una moda sorpassata.

I rapidi mutamenti sociali e del mondo del lavoro interpellano la comunità cristiana chiedendo ad ogni singolo credente uno sforzo qualificato per dare speranza a tutti.

La crisi si ripercuote pesantemente nell’esistenza quotidiana di ciascuno, nelle famiglie e nella vita sociale.

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La risposta che i cristiani sono chiamati a dare è strettamente legata alla loro capacità di vivere la Speranza quale virtù essenziale in grado di illuminare le coscienze e introdurre linfa vitale nei gangli della società. I credenti sono anche invitati a proporre concreti cammini percorribili, che possano alimentare nella vita dell’uomo d’oggi, specialmente nei giovani, prospettive di fiducia nel futuro. Oltre all’impegno nella società civile, i credenti, ed in modo particolare i cattolici impegnati nel mondo del lavoro, sono invitati ad interrogarsi sul loro ruolo e sulla testimonianza che essi possono offrire in un contesto lavorativo profondamente mutato negli ultimi decenni.

Da tanti anni ci siamo abituati ad immaginare la povertà come un fenomeno lontano, che riguarda i Paesi in via di sviluppo. Ma da qualche tempo questo fenomeno sta contagiando anche le nostre comunità. I contratti a termine, il lavoro interinale, le liste di mobilità, il calo delle assunzioni colpiscono giovani e famiglie, con figli da crescere e anziani da accudire, rendono vulnerabile un sistema di vita che si riteneva perlomeno garantito nei suoi bisogni primari.

Contrastare questo stato di cose significa, per noi che professiamo un  credo, ripensare il fondamento stesso dell’economia e riportare nel mondo del lavoro il primato della persona. In questo quadro si è evidenziato il dramma della disoccupazione, che ha gettato una profonda inquietudine nella vita delle famiglie e soprattutto dei giovani: sono proprio loro ad essere i più colpiti dalla mancanza di concrete prospettive di futuro.

Affrontando la tematica del lavoro, inoltre, non va dimenticato che l’Italia è ai primi posti per il fenomeno delle “morti bianche” e per l’alto numero di invalidità permanenti legate agli infortuni in ambito lavorativo. La stessa concezione del riposo settimanale è saltata proprio perché ancora una volta prevale la logica del profitto e non quella dei rapporti sociali e delle relazioni familiari, e il capitale umano è valorizzato meno del capitale economico. La crisi che stiamo vivendo non è solo economica, è crisi sociale e morale, è la crisi di una società in cui l’uomo è stato compresso dentro i confini del mercato e del consumo. Per uscire da questa crisi occorre un nuovo pensiero che riporti il primato del bene comune e della società alla politica, la quale deve adoperarsi affinché il benessere di tutti diventi il bene-stare di ciascuno. Elaborare un nuovo modello di società per quanto impegnativo e difficile, è certamente una sfida che i credenti non possono non raccogliere.

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A tutti è chiesto di rimboccarsi le maniche riscoprendo gli atteggiamenti degli “abiti virtuosi”.

A tutti, ma in modo particolare ai cattolici è chiesto non solo di “sperare”, ma di organizzare la Speranza sviluppando una cultura della solidarietà attraverso scelte di corresponsabilità che coinvolgano lavoratori, imprese.

Ora et Labora, operare perché ci si affidi alla nostra Speranza è dunque un antidoto contro la malattia che ci sta pervadendo: l’ansia e il timore dell’avvenire.

La Speranza, dimensione dello Spirito, e si potrebbe dire della coscienza umana, è capace di trasformare la vita delle persone.

La Speranza del credente trasforma stimola “un’audacia dell’amore” che rende possibile vivere quella che per il cristiano è una dimensione fondamentale: la Carità.

La Speranza quindi diventa più forte di ogni calcolo umano e rende la vita una splendida avventura degna di essere vissuta fino in fondo. Abbiamo bisogno di vedere nella comunità cristiana la testimonianza viva ed efficace del lievito che trasforma la pasta, del sale che dà sapore alle pietanze, quell’afflato straordinario di chi, pur vivendo la precarietà del tempo presente, sa trasmettere ad altri il coraggio per costruire il domani.

 

Redatto con contributi di novaramissio – dati Istat Cigl e Cisl.