quando il Rosà batteva il Bassano Virtus

di Giuseppe Grandesso

 

Rosà negli anni ’60 e ’70 era una piazza calcistica molto importante riuscendo a proporre continuamente squadre di buon livello: togliendo le serie professionistiche, era costantemente tra le squadre dilettantistiche più interessanti a livello regionale. Si era passati dalla generazione dei Brunelli, di Elio Peruzzo, di Francesco Poggiana (Resta) e di Bruno Simonetto (Manara) a quella di Pino Zanin, Gianni Marcon, Lele Simonetto ed Enzo Tonello e sempre con ottimi risultati.

In quell’anno s’erano aggiunti al gruppo due pedine importanti: Luciano Loro (Moke) che dopo una brillante carriera tra i professionisti aveva deciso di chiudere il suo percorso sportivo nella squadra del suo paese natale assumendo il ruolo di allenatore e giocatore e Ferruccio Campagnolo, dallo spirito ribelle, che dopo aver assaggiato i campi della serie A col Vicenza, non essendo disponibile ad assecondare le ferree regole del professionismo, ancor giovane, preferì trovar soddisfazione nei campi di periferia.

Era la vigilia di Natale del 1978 e sull’erba del nuovo stadio di Rosà era previsto il derby col Bassano Virtus. Un pallido sole andava ad intenerire l’aria fresca di quel pomeriggio mentre tutt’attorno affioravano chiazze biancastre, testimoni di una nevicata recente, a ricordare il periodo invernale.

L’atmosfera tra noi giocatori era di tutt’altra temperatura perché avevamo di fronte il Bassano, una storica rivale del calcio di quell’epoca. Il Bassano era una squadra ambiziosa ed in quella prima parte del campionato si era dimostrato dominatore incontrastato del torneo. Si aggiunga che in quella squadra giocava anche Giuliano Alessio (Cene), un ragazzotto ventenne di belle speranze, cresciuto nel vivaio rosatese ma che era stato prelevato dai Giallorossi ed inserito in prima squadra con ottimi risultati. Giuliano era pur sempre ed era anche amico di molti giocatori della nostra squadra e ciò bastava per far salire ancor più la rivalità e le attese per questa partita.

E venne il grande giorno! Nello spogliatoio Berto si dava da fare più del solito a massaggiar muscoli e a spalmare olio canfarato mentre Ciano Moke con un tantino di apprensione (nonostante la sua esperienza) somministrava tattiche e raccomandazioni che poi sarebbero state immancabilmente dimenticate, una volta in campo. Ancora negli spogliatoi, poco prima della partita, uno degli accompagnatori (non ricordo chi) si avvicinò a ciascuno di noi e facendo scivolare da un blister una pillolina di color rosso, ci diceva: “ciapa, toi questa che cossì te corri de pì”, solo a posteriori anche in funzione del mio percorso professionale potei comprendere cosa fossero quelle cose: intendiamoci, niente di particolare (solo cardiotonici) ma quello che rimase nella mente era la disinvoltura e l’incoscienza (nel senso di mancata conoscenza) di cosa si andava a prendere … ma tant’è.

Ancora ricordo il momento quando uscimmo in campo, a quel tempo dai sotterranei si percorreva un passaggio con scala che sboccava a pelo d’erba tra il terreno di gioco e  la pista di atletica, ci trovammo di fronte una marea umana vociante e colorata mai vista prima: non solo la tribuna era al gran completo ma tantissimi si erano assiepati lungo la rete di protezione che delimitava tutto il perimetro di gioco. Fu certo un momento emotivo molto intenso e indimenticabile che mescolava sensazioni di incredulità, timore ed un pizzico di orgoglio ad essere tra i protagonisti di quel giorno, sensazioni che sublimarono rapidamente al fischio d’inizio dell’arbitro … e fu partita!

La storia, le azioni, i protagonisti di quell’incontro, la nostra vittoria per 1 a 0 entrarono nelle cronache del tempo, ciò che invece rimase dentro fu l’immenso piacere di aver vissuto quel giorno.

Rientrati negli spogliatoi ci fu grande festa, protagonista indiscusso fu l’allora presidente Mario Bittante che ancora incredulo distribuiva baci e abbracci a chiunque spesso accompagnati da parole che a stento, data l’immensa gioia, riuscivano a plasmare un discorso normale, ma che importava … si capiva lo stesso quello che voleva dirci. Ad un cero punto spuntarono le bottiglie di champagne, di quelle magnum, e furono brindisi a non finire ed alla fin fine anche per gente come me, poco incline al bere, fu una piacevole trasgressione.