Quartieri, una sfida per diventare luoghi d’incontro, dialogo, solidarietà

di Giandomenico Cortese

 

Spunti di vita buona. L’altro come dono. L’io che diventa noi. La capacità di mettersi in gioco, di entrare in relazione. La rete che si istaura. Il tessuto, il vissuto sociale, economico, solidale, culturale, che si crea nell’incontro, nel dialogo, nell’abitare insieme nella stessa via, nel condominio, nella contrada, nel quartiere. Nell’attrezzarsi insieme per rompere silenzi e solitudini, quando la città, il paese, l’agglomerato urbano è fatto solo di pietre e non di uomini e donne, bambini e anziani, indigeni e foresti.

Lo spazio dell’abitare è un luogo di inclusione, ma può esserlo anche di esclusione, isolamento, delle opportunità o delle ingiustizie,  della solidarietà o dell’egoismo, della fiducia o delle paure. Della cittadinanza, se nella quotidianità la favoriscono anche le istituzioni, con efficienza ed accoglienza. Occorre attrezzarsi ed interpretare la realtà, nel tempo dinamico e confuso che viviamo. La qualità della vita lo richiede.

Più che la città nella sua dimensione estesa è il paese, la comunità più raccolta, ad avere e trovare in sé, i luoghi e le occasioni di ascolto, di condivisione, l’energia, la forza di resilienza per favorire comunità convergenti. È il senso stesso della “polis”, del vivere comune, dell’uscire dalla propria casa ed incontrare.

I linguaggi mutano, le esperienze cambiano, si aggiornano. Con una velocità che spesso impedisce di tenere il passo.

Pensiamo a Rosà. Le pagine della lunga storia della nostra comunità civile e religiosa sono intrise di fede, tenacia, concordia. Una storia – e sono le fonti a dircelo – che si è sviluppata in particolare attorno al campanile, e se volete, più di recente, ai campanili. Per i rosatesi hanno sempre indicato un orizzonte, un punto di riferimento, una specifica identità, il simbolo della propria individualità e appartenenza, sempre nutrite da una sete di libertà e di una consapevole autonomia. Il suono, l’eco delle campane ha accompagnato la crescita, personale e collettiva, ha forgiato  caratteri. Da ogni prospettiva, dalle borgate più distanti, lo scandire del tempo, l’evolversi delle ore, hanno avuto come riferimento il campanile. Che ha dato il senso di una unità.

È, appunto, la stessa storia a confermarlo e sottolinearlo. Non è nostalgia, ma memoria, ricordarlo. “L’unità dei quartieri e delle vicinie popolari – la resistenza, diremmo oggi – si realizzava attorno alla chiesa, che non era solo il luogo dell’assemblea liturgica e  della catechesi, ma anche il centro di raccolta per le deliberazioni civiche e le controversie amministrative, convocate le une e le altre dal rintocco delle campane”, ebbe a scrivere più di 40 anni fa uno dei nostri concittadini più illustri, il Card. Sebastiano Baggio, a introduzione della nostra prima storia, documentata, raccolta e pubblicata da mons. Giovanni Mantese.

I quartieri, le confraternite, l’organizzazione laica e religiosa del territorio e della comunità sono e restano una realtà preziosa per Rosà. Esperienze ammirate, studiate  e invidiate da molti.

Oggi, forse, non è più così. Si trovano sempre meno costruttori di ponti. Si è meglio sviluppata la propensione ad erigere muri.

In questo contesto una recente esperienza aiuta a riflettere su realtà ed opportunità.

L’ha offerta l’Amministrazione Comunale, individuando, in occasione della festa patronale di Sant’Antonio Abate,  come destinatario del Premio “Città di Rosà” 2019, l’insieme dei quartieri. Per i primi 11 in cui è suddiviso il capoluogo (altri 17 completano l’elenco, e si estendono nell’intero territorio comunale) si sta avvicinando il quarantesimo anniversario della costituzione.

Un Premio consegnato nelle mani di Mons. Angelo Corradin, l’Arciprete, individuato e scelto come interprete del coordinamento non solo religioso della più vasta comunità. D’altra parte – è noto – l’idea e la prima forma dei quartieri,  era cresciuta, si era alimentata in parrocchia, con la partecipazione dell’allora cappellano don Egidio Girolimetto. Tra i suoi più appassionati cultori e costruttori non è stato dimenticato il compianto Giulio Olivo, il “presidente dei presidenti”, che pure aveva ricevuto (nel 2011) lo stesso riconoscimento.

I quartieri sono nati e cresciuti  quali espressione di un servizio, un impregno a costruire amicizie e relazioni che diventano volontà ed esperienza di conoscenza, volontà di reciprocità, ancora volano di benevolenza, realizzata con passione ed entusiasmo. Sta in questo, se coltivano l’intenzione, la loro valenza sociale ed identitaria.

Un premio all’umanità e all’unitarietà dei quartieri, nella loro diversità e specificità, può allora sottolineare come la nostra Rosà sia felice composizione delle realtà frazionali, quelle formatesi attorno a tanti capitelli votivi, espressione di una fede popolare e autentica, attorno  alle chiese, divenute scuola di comunità, a Sant’Anna, San Pietro, nella parrocchiale di San Giovanni Evangelista a Travettore, o in quella dedicata più di recente alla Madonna Immacolata a Cusinati e innanzi tutto nel riferimento al Duomo di Sant’Antonio Abate, in centro.

Quartieri dunque come luoghi del cuore, un tessuto di incontro, di dialogo, di condivisione, di partecipazione, di sviluppo della solidarietà, di valorizzazione del vicinato, le condizioni che si rilevavano all’inizio per realizzare la “polis”, un modo per incontrare e vivere la “Parola” rivelata.

Nei quartieri si rappresentano e integrano le diversità, quando si fanno palestra di accoglienza. Di dignità e autenticità. Essi sono e restano occasione e opportunità, così rara oggi, per mettere a confronto e integrare le culture giovani con la possibilità di trasmissione di ricordi e di valori tra generazioni.

È una sfida, fatta di scelte e di sogni, che non si possono esaurire nella disputa agonistica di un Palio.

I quartieri esauriscono la loro missione se non si sforzano ad essere il luogo della riconciliazione, della inquietudine creativa, della persuasione, un ambito nutrito dalla speranza.

E così la diversa umanità che in essi si esprime diventa valore aggiunto, quando si rivela nel sorriso della reciprocità, quando sviluppa esperienze di mitezza, di umiltà, di disponibilità, perché sa vedere e cogliere i drammi della solitudine, sa offrire tenerezza, comprensione, appunto sa donare e vivere il senso e la condivisione di una famiglia più estesa.

È vero, la felicità è reale solo quand’è condivisa. Anzi non diminuisce mai dall’essere condivisa.

E nella dimensione del quartiere credo sia più facile approvare quanto indica l’autore de “Il piccolo principe”, quell’Antoine de Saint Exsupery, per il quale “Amare non significa guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta”. 

Un vecchio proverbio cinese, sempre attuale, rileva che “non è la ricchezza che manca nel mondo, ma la condivisione”.