Serve una sana deroga per le campane di Rosa’

di Giandomenico Cortese

 Ho letto con viva curiosità e molto interesse i servizi sul “bavaglio” alle storiche campane di Rosà, imposto dalla intolleranza di qualche nuovo residente nella zona, evidentemente insofferente al frastuono di questa nostra società liquefatta. Ho vissuto per decenni a poche decine di metri dal grandioso campanile, così come altre migliaia di persone, senza mai patire alcun disturbo all’equilibrio psicofisico, causato dai rintocchi, nemmeno quelli – un tempo – davvero mattutini che suonavano l’Ave Maria all’alba delle 5, per la “messa prima”, ricordando ai rosatesi tutti il gioioso sopraggiungere di un’altra alba.
Capisco, oggi i ritmi di vita sono altri, il richiamo delle campane forse ci ridesta da troppi torpori, e arriva a inquietare. Mi vien da dire che ai giorni nostri fatichiamo a convivere con tolleranza, e questo sì inquieta. La storia delle campane che disturbano la quiete pubblica non è nuova nel bassanese.
Qualche anno fa un caso analogo, scoppiato a Campolongo, in Valbrenta, è già finito davanti ai giudici, producendo una salomonica decisione. L’arciprete di Rosà, mi pare di capire, per evitare strascichi giudiziari ha anticipato i silenzi, ha zittito (mi auguro solo per ora) il grande “Toni”, il mitico campanone il cui suono del mezzogiorno supera certo di qualche decibel i limiti di legge, ma è così festoso che merita deroghe salutari, e attende ora qualche concessione per annunciare, come vuole la stragrande maggioranza della popolazione, lieti e tristi eventi.
Diceva un celebre filosofo polacco del Novecento che una società in cui il culto della tradizione è onnipotente, è destinata alla stagnazione. Ma anche una società in cui la ribellione contro la tradizione sia universale è condannata all’annientamento. Le società producono sempre sia lo spirito della conservazione, sia quello della rivoluzione: entrambi sono necessari. Basta coniugarli con il buon senso, senza prevaricazioni o fastidi pretestuosi di confuse frenesie. Lasciare i campanili muti infonde sicuramente tristezza. Il suono delle campane non è soltanto musica. È anche messaggio, avvertimento, esultanza, preghiera, simbolo di una rivelazione. Dentro di noi, specie di chi vive fuori dalle metropoli, le campane sono ancora di più: sono ricordi, impressioni, cieli, sere e mattine della nostra vita, echi di paesi lontani, non indicano semplicemente l’ora.
Restano voce popolare, a scandire da lontano lo scorrere, il volare del tempo e degli eventi. Sicuramente a molti parlano direttamente al cuore. Certo, in una società in cui le tradizioni appaiono in subbuglio il loro suono può anche disturbare l’orecchio. Ma questo è un altro discorso. Spero solo che quanto sta accadendo a Rosà, come quanto successo a Campolongo, suoni di richiamo a qualche amministratore pubblico.
Visto cosa è successo in Alto Adige? La Provincia autonoma di Bolzano è corsa ai ripari, proprio in relazione ai ricorsi giudiziari per “inquinamento acustico”, a tutela del rintocco delle campane, e pure del suono dei campanacci e perfino del canto di un gallo: quello che per molti caratterizza la vita rurale in tutta la sua bellezza, per altri è un’odiata fonte di rumore che ruba il sonno già alle prime luci del giorno. «Siamo inondati di ricorsi contro i campanacci delle mucche all’alpeggio, i canti dei galli e le campane delle chiese – ha detto il Presidente della Provincia autonoma, Luis Durnwalder – ma credo che se da un lato si debba tenere conto dei problemi derivanti dall’inquinamento acustico, dall’altro bisogna anche saper rispettare le tradizioni e gli usi di un territorio». Per evitare processi e porre fine al dibattito, la giunta bolzanina ha ora approvato una apposita norma. «Non possiamo mica strozzare tutti i galli in Alto Adige, solo perché di mattina cantano», ha commentato con un pizzico di saggia ironia Durnwalder. Pare che qualcuno si stia muovendo anche in Veneto.
L’assessore regionale Renato Chisso, con due colleghi di partito, il veneziano Carlo Alberto Tesserin e il bellunese Dario Bond, ha presentato nell’aprile scorso una proposta di legge, per ora ancora ferma nei cassetti, appena tre articoli per sottolineare come il suono delle campane faccia parte delle nostre tradizioni e della nostra storia. Speriamo riescano a farla passare in Commissione e poi subito in Aula per l’approvazione. Tradizioni in subbuglio, si diceva. Quando un “foresto” pretende di cambiare le abitudini, consolidate nei secoli, di una intera comunità e si rivolge legittimamente al giudice per ridimensionare ritmi e tempi degli scampanii, esercita sicuramente un diritto ma non si può negare che faccia affronto alle consuetudini secolari.
E questo non può non far discutere, in attesa di un accordo, o della sentenza. Senza dover richiamare le celebri “querelle” di Giovannino Guareschi, tradotte nel cinema, con gli scontri tra Peppone e Don Camillo, non è proprio il caso di imbavagliare i campanili e zittire il richiamo di armoniose abitudini.
Basterebbe rileggere la storia delle campane di Rosà per rendersi conto del loro valore.