Un buon viaggio, sia fisico che dell’anima

di  Debora Prendin

 

“Buon viaggio sia fisico che dell’anima”.Con questo augurio di un vecchio amico sono partita, nel dicembre scorso, per il pellegrinaggio in Terrasanta. Esperienza indimenticabile, sia dal punto di vista culturale, ma soprattutto religioso. Quasi ogni posto visitato valeva la pena, da solo, del viaggio.

Ma ciò che più resterà indelebile sia nel ricordo che nel cuore mio e degli altri compagni di viaggio è stata la notte di Natale. Il traffico nella notte a Betlemme ci ha fatto arrivare in ritardo a La Cloche. I ragazzi del nostro gruppo avevano preparato delle musiche col flauto per i piccoli ospiti dell’istituto. Ma quando siamo arrivati i bambini già dormivano.

La superiora ci ha condotti in chiesa e ci ha spiegato dove eravamo. La Crèche ospita circa ottanta bambini dalla nascita fino ai sei anni; di questi una quarantina sono interni. Questi bambini sono figli di ragazze madri palestinesi, destinate alla lapidazione. Sono il frutto di violenze o di incesti, sono bambini disabili rifiutati dalla famiglia. Grazie alle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, questi piccoli hanno una casa, delle cure, dell’affetto.

Dopo quelle sconvolgenti informazioni, in silenzio, ci siamo diretti verso le stanze. I bambini dormivano, divisi per età, nei loro lettini vicini gli uni agli altri. L’ultima stanza ospitava i più piccoli, quelli di pochi mesi.

Mi sono avvicinata ad una culla dove c’era un bambino di sette mesi. Era sveglio. Gli ho parlato per un po’. E nel momento in cui l’ho preso in braccio il resto del mondo non c’era più. C’era solo lui, con il suo sorriso e  una forte emozione che mi ha colmato tutta, pensando che non avrà mai un cognome, mai una famiglia, mai una mamma da cui farsi abbracciare o consolare. Vicino a me Teresa aveva in braccio un bambino di un mese, con la tutina rossa, figlio di una quattordicenne.

Quando abbiamo chiesto se potevamo portarli in Italia, la bambinaia si è illuminata e ha detto “In Europe?”. Cosa sarebbe l’Europa per quei bambini? Un futuro che in Palestina non è ricco di speranze perché l’adozione non è permessa e quindi saranno sempre cittadini di serie B.

A malincuore li abbiamo rimessi nelle culle e ci siamo diretti in chiesa. Qui è stata celebrata la S.Messa di Natale: qualcuno ha fatto le sue riflessioni ad alta voce. Il nostro cuore era gonfio d’emozione.

Penso che nessuno di noi abbia mai fatto un’esperienza, proprio la notte di Natale, con bambini soli, più soli di quel Gesù che duemila anni fa è nato proprio a Betlemme, ma che vicino aveva dei genitori, poi dei pastori, infine dei re. Il pellegrinaggio è proseguito, poi siamo tornati a casa dalle nostre famiglie e dagli amici. Siamo diversi rispetto a quando siamo partiti. Certe esperienze ti cambiano, ti migliorano, ti rasserenano.

Quello che abbiamo visto in quegli otto giorni, per un credente, è stata la conferma storica e geografica dell’esistenza di Cristo.