Una rosatese in carcere

di Marina Bizzotto

 Il 16 e 17 novembre 2012 si è tenuto a Milano la 4° conferenza mondiale di Scienze for Peace, un progetto nato su iniziativa di Umberto Veronesi che vede impegnato il mondo della scienza per la diffusione della cultura della pace. Il tema di questa edizione, “Pena di morte ed ergastolo”, è stato affrontato da numerosi esperti di fama internazionale: accanto a Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003, Ministri di Giustizia, docenti universitari di Diritto Penale e Neuroscienze, direttori di carceri, medici e giornalisti, Veronesi ha voluto anche Nadia Bizzotto, volontaria dell’Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII.

Nadia Bizzotto è una rosatese che dal 2000 si è trasferita in Umbria ed ha cambiato radicalmente la sua vita.

Abbiamo chiesto direttamente a lei di raccontarci che cosa l’ha spinta ad abbandonare la sua terra e il suo lavoro per sostenere gli ultimi fra gli ultimi, cioè coloro che sono disprezzati dalla nostra società civile perché cattivi e colpevoli per sempre.

“In realtà nei primi anni in cui sono arrivata in Umbria, dove la Comunità era presente dai mesi successivi al terremoto del 1997, le mie esperienze furono con i nomadi e le ragazze schiavizzate, costrette a prostituirsi. Mi ritrovai con la proposta di condividere le mie giornate con un’altra ragazza che da parecchi anni stava con i rom, in una zona della periferia di Rimini. Così per sei mesi durante il giorno andavo in una baracca di questo campo nomadi e di notte dormivo in una casa famiglia a Riccione, che era una pronta accoglienza per bambini.

Seguì un altro periodo in cui feci parte del gruppo della Comunità che la notte andava nelle strade di Perugia, ma anche in quella della riviera marchigiana, a cercare le ragazze che erano costrette a prostituirsi. Dopo circa un anno passato così, quando ci fu la proposta di aprire due strutture che vivevano insieme, una casa famiglia e una casa di accoglienza, dove nella prima i responsabili sarebbero stati una coppia e nella seconda sarei stata io, la cosa mi sembrò talmente semplice che non ebbi dubbi ed accettai subito. In realtà non è stato poi sempre così facile, ma è stata la scelta più bella che potessi fare e oggi amo così tanto questo tipo di vita che non mi vedrei in nessun altro modo. E l’aver trovato la mia strada lo devo tantissimo a Don Oreste Benzi, fondatore della mia Comunità Papa Giovanni XXIII, che da profeta quale era mi ha sempre condotto in esperienze che poi hanno fatto “storia” nella mia vita. Ed è sempre grazie a Don Oreste se oggi mi occupo dei “cattivi e colpevoli per sempre”: in realtà sono convinta che questo tipo di poveri, intesi come povertà umana, siano proprio l’ “eredità” che mi ha lasciato il Don…

Nadia, ma chi sono i “cattivi e colpevoli per sempre”?

Era l’8 giugno 2007, andai con Don Oreste e altre persone della Comunità all’interno del carcere di massima sicurezza di Spoleto. Ricordo bene quel giorno, perché ha segnato la mia vita. Ero già stata in altri carceri, ma non avevo mai incontrato ergastolani, conoscevo l’alta sicurezza, persone condannate a pene molto, molto, lunghe, ma non sapevo che cosa fosse un fine pena mai.

Entrai da loro pensando, come tanti, che in Italia l’ergastolo non se lo sconta nessuno, che prima o poi escono tutti. Invece ci trovammo davanti un centinaio di persone, in carcere anche da oltre 30 anni, che ci spiegarono che non sarebbero mai uscite vive dal carcere se non fosse cambiata l’attuale legge che prevede l’ostatività ai benefici penitenziari per certi tipi di reati associativi, in mancanza di collaborazione con la giustizia. Insomma erano ergastolani ostativi.

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Ma cos’è l’ergastolo ostativo? L’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo ad un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Non è invece previsto l’ergastolo ostativo agli stupratori, ai pedofili e a tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. Chi invece non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere.

Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato.

Per tornare a quel giorno in carcere a Spoleto, mi ricordo che quando queste persone ci chiesero di aiutarle a far sapere al mondo fuori che loro sarebbero morte in carcere, anche se erano persone cambiate, diverse, rispetto all’uomo che aveva commesso il reato tanti anni prima, Don Oreste rispose immediatamente di sì. Disse che la dignità di ogni uomo è data dall’essere figlio di Dio, che nessuno poteva dire MAI sulla libertà di un essere umano, che non si può togliere ad un uomo la possibilità di cambiare, che chi è per la vita è contro il carcere vita. Poi Don Oreste disse: “La Comunità Papa Giovanni è con voi, porteremo avanti questa battaglia insieme” si guardò intorno e continuò: “Nadia (…)”.In quel momento mi sembrò la solita frase di Don Oreste, ma lui di lì a qualche mese ci avrebbe lasciato per il Cielo: Don Oreste morì infatti il 2 novembre di quello stesso anno. Don Oreste, da sempre un po’ più avanti degli altri grazie a quella “luce” della mente che è propria dei santi anche quando sono ancora in vita, mi aveva lasciato questi “poveri” da difendere, queste persone con storie umanissime, drammi immensi e che non chiedevano sconti, né si proclamavano innocenti. Volevano solo una speranza di poter dimostrare di essere uomini anche loro.

Da quel giorno non ho più avuto pace: vado in giro per l’Italia a portare la loro voce, organizzo convegni alle camere penali (l’anno scorso anche in Senato), ho creato blog e siti internet per loro, spedisco centinaia di email con i loro scritti. Ho pubblicato e fatto pubblicare libri. Abbiamo raccolto oltre 28mila firme contro l’ergastolo nel sito www.carmelomusumeci.com. Con noi, oltre al Prof. Veronesi che abbiamo già citato, ci sono moltissimi personaggi, ne cito solamente alcuni: Margherità Hack, Gino Strada, Enzo Bianchi, Andrea Camilleri, Susanna Tamaro, Erri De Luca, ma anche Benedetta Tobagi, Agnese Moro, con cui andiamo insieme a fare presentazioni e convegni.

Anche Don Luigi Ciotti, il prete che da sempre si batte contro la mafia, è con noi e ha scritto una prefazione per un libro dove abbiamo raccolto le voci di 36 ergastolani ostativi, “Urla a bassa voce”, dove dice:

“Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a cui siamo chiamati.(…) Tenere una persona imprigionata significa, letteralmente, tenerla in cattività. Non c’è positività, non c’è il buono possibile nell’uomo in catene; c’è la sua mortificazione e semmai una spinta a essere peggiore”.

Don Ciotti cita anche il Card. Martini: «Il cristiano non potrà mai giustificare il carcere, se non come momento di arresto di una grande violenza. (…) La carcerazione deve essere un intervento funzionale e di emergenza, quale estremo rimedio temporaneo ma necessario per arginare una violenza gratuita e ingiusta» (Sulla giustizia 1999).” Continua Don Ciotti: Rimedio estremo e temporaneo. Vale a dire che il carcere deve essere considerato l’“extrema ratio”, l’ultima possibilità, non la prima, non la scorciatoia. E che la pena deve essere a termine, non perpetua.”

Nadia, con la tua sedia a rotelle e la tua tenacia hai varcato da sola soglie invalicabili, con intelligenza e maestria hai in qualche modo vinto la tua prigionia. Questo ti ha reso più vicina alla prigionia altrui?

Forse, ma come mi diceva Don Oreste “Le cose belle prima si fanno poi si pensano”. Non so cosa mi avvicina a questi uomini, ma so che ogni volta che mi trovo davanti ad uno di loro riesco solo a vedere un uomo, con la sua totale dignità, vedo un volto segnato, stanco di aspettare un giorno che non esiste, che non verrà MAI: 31/12/9999, come sta scritto nello loro cartelle. Più che uomini cattivi, vedo uomini maturati e plasmati alla scuola della sofferenza. Ogni volta che esco dal carcere dopo che sono stata con loro mi sento una persona migliore di come sono entrata, arricchita della loro umanità. Continuo a girare le patrie galere perché non posso smettere, perché “chi ha visto non può più far finta di non aver visto”, così diceva il mio Don e ogni volta torno fuori con il timore di non fare abbastanza per loro, di tradire il loro dolore. Ogni volta che varco il cancello del carcere mi sento in colpa perché posso assaporare la libertà, perché posso tornare a casa e loro no.

A volte vorrei scappare da tanto dolore, eppure ogni volta torno, a ricordargli che qui fuori c’è qualcuno che si batte per loro, che crede ancora in loro, perché, come diceva Don Oreste: “L’uomo non è il suo errore!”.