Unità d’Italia e Stato della Chiesa

di Fabrizio Parolin

 

 

     “La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna Roma, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico”

(Camillo Benso, conte di Cavour, discorso al Parlamento del Regno di Sardegna; 11 ottobre 1860).

 

Quale fu quindi il ruolo della Chiesa nel percorso di unione nazionale? Ad una prima analisi sembra ci sia stata una forte opposizione papale al progetto unitario, ma essa fu il frutto di interessi politico territoriali che nel corso degli anni successivi porteranno invece ad una sorta di riconciliazione, ma partiamo dall’essenza della questione.

Il 17 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II proclamava la nascita del Regno d’Italia e proprio in questa data il processo di unificazione nazionale poteva dirsi compiuto, anche se mancavano all’appello le regioni delle Venezie, ancora in mano agli austriaci e gran parte dell’Italia centrale dove sopravviveva proprio la monarchia pontificia.

A tal proposito le parole di Cavour, citate all’inizio, possono sembrare con evidenza il principio di un lungo conflitto socio-politico tra il Regno d’Italia e lo Stato della Chiesa, poco incline ad una limitazione dei propri privilegi e poteri a scapito dell’unità nazionale.

Tuttavia, dopo le fallimentari campagne garibaldine del 1862 e del 1867 (giornate dell’Aspromonte e Mentana) l’annessione di questa parte della Penisola al Regno d’Italia sembrava ormai imminente e avvenne precisamente il 20 Settembre 1870 con la conseguente fine dello Stato Pontificio e del potere dei Papi.

La presa di Roma, più nota anche come breccia di Porta Pia, fu l’evento risorgimentale che permise l’annessione

dell’odierna capitale al Regno d’Italia; dopo cinque ore di cannoneggiamento dell’artiglieria regia, fu fatta brillare una carica esplosiva che provocò il crollo delle fortificazioni e aprì una frattura di circa trenta metri nelle Mura, attraverso la quale irruppero i bersaglieri e altri reparti della fanteria che s’impossessarono di Roma.

Successivamente, il Parlamento riunito formulò una legge detta “delle guarentigie” (guarentigia significa “concessione, garanzia”) che regolava i rapporti tra Regno d’Italia e la Santa Sede; la suddetta legge conteneva venti articoli che limitavano fortemente il potere temporale della Chiesa, ovvero il potere politico dell’istituzione ecclesiastica sui territori che precedentemente erano in suo possesso.

Fu proprio questo il motivo per cui l’allora Papa Pio IX non accettò di buon grado l’emendamento regio e, a partire dal 1871, si rifiutò di uscire dai Palazzi Vaticani in segno di protesta.

Da quell’anno ebbe inizio la cosiddetta “questione romana”, ovvero una sorta di “frattura” socio culturale tra papato e Stato che perdurò per molti anni.

Nonostante tutto, la “questione romana” non si limitava al solo problema dell’annessione territoriale di Roma, ma riportava a galla il complicato conflitto delle relazioni tra Chiesa cattolica e Regno d’Italia, già minato dall’opposizione

al Risorgimento, manifestata da Pio IX a partire dal 1849.

Questa tensione sfociò nel famoso non expedit (dal latino “non conviene”) una disposizione della Santa Sede con la quale il pontefice dichiarò inaccettabile per i cattolici italiani partecipare alle elezioni

politiche del Regno d’Italia e, per estensione, all’intera vita politica italiana.

Questa forte tensione durò circa sessanta anni e terminò con la stipulazione dei Patti Lateranensi del 1929 che segnò il riavvicinamento tra Santa Sede e Regno d’Italia.

Per concludere possiamo quindi sostenere, come hanno fatto molti storici, che questi eventi segnati da forti tensioni, scontri e compromessi, furono quasi “necessari” per la formazione dell’Italia unita nella quale viviamo oggi.