Una comunità nella comunità: il seminario

di Riccardo Fabbian        La comunità come cita il vocabolario Treccani è un’organizzazione di collettività sul piano locale, nazionale, internazionale. Nel suo senso più proprio la comunità è quindi un insieme di persone con un obiettivo comune. Può comprendere varie etnie come essere un semplice gruppo di amici, può essere legata o meno alla chiesa come essere del tutto laica, lo stato ad esempio. Nel vicentino esistono molte comunità più o meno conosciute, la nostra parrocchia, L’ACR sono comunità di fedeli  legata quindi alla chiesa però in questo articolo parlerò di un’altra comunità, quella dei ragazzi del seminario. Non tutti sanno cos’è il seminario e spesso viene confuso credendolo una “scuola per preti”, credenza non del tutto errata ma molto generale. Il seminario della nostra diocesi vede al suo interno tre comunità ben distinte: il cammino Davide, la comunità giovanile e la comunità di teologia. Il cammino Davide è un percorso a cui partecipano ragazzi dalla prima alla terza media incontrandosi un weekend al mese. Guidati da due animatori i giovani impareranno a conoscere questa “casa speciale” e domandarsi quale sogno Dio ha su di loro. La comunità di teologia prevede un itinerario della durata di sei  anni  rivolto a tutti i giovani che hanno scoperto la presenza del Signore nella propria vita e, sentendosi “amati”, desiderano comprendere come realizzare il progetto di amore che Dio ha su ciascuno consacrandosi al sacerdozio. Infine la comunità giovanile, per tutti quei ragazzi delle superiori che desiderano conoscere Gesù e crescere insieme. Basandomi sulle mie esperienze personali posso assicurarvi che una comunità è un organismo in continuo mutamento, mai fermo ma sempre in movimento e  pronto a mettersi in gioco. Non si può essere né passivi né statici e ci deve essere sempre qualcuno che, come il parroco in una parrocchia o il primo ministro nel governo, sproni tutti coloro che tirano indietro rimboccandosi le maniche. In questo caso la comunità è stata per me una seconda famiglia, semplicemente allargata, un posto in cui puoi essere te stesso e venir amato comunque anche quando sbagli. Una comunità è un sostegno che ti dà la spinta giusta quando sei insicuro, che ti aiuta a rialzarti quando cadi per terra e che sarà sempre lì quando ti sentirai solo. In una comunità vieni attratto, quasi magneticamente, e fin da subito capisci che le amicizie che si formeranno dureranno per tutta la vita. Concludo...
leggi

Affido… in canonica

di Emanuele Guidolin Abbiamo avuto il piacere di intervistare don Stefano che, dall’ottobre del 2016, con don Vittorio e don Adriano condivide il servizio nell’Unità Pastorale San Giuseppe e San Zeno di Cassola, paese che conta circa 10.000 abitanti. Come e quando avete deciso di ospitare un migrante? Come siete entrati in contatto con l’organizzazione per ospitare il ragazzo? All’inIzio del 2018 ci è stato chiesto di ospitare a casa nostra, la canonica di San Giuseppe, un minore migrante non accompagnato. La proposta ci è stata fatta dal CASF (Centro per l’accoglienza e l’Affido Familiare di Bassano). Si trattava di aderire al progetto Terreferme, creato dal precedente Ministero degli Interni e Unicef, che prevede di ospitare, per ora in via sperimentale, alcune decine di minori in Veneto e Lombardia. Questo per offrire loro, o almeno ad alcuni, la possibilità di diventare grandi non nei centri di accoglienza ma in famiglia. Abbiamo partecipato ad alcuni incontri, offerti a quanti erano interessati a conoscere il progetto, a collaborarvi, ad aderirvi.  Sulla soglia della scorsa estate, quasi un anno fa, manifestavamo l’intenzione di proseguire e quindi di concretizzare l’accoglienza, che di fatto è avvenuta il 30 ottobre 2018. Come è stata accolta l’idea dalla comunità di San Zeno e San Giuseppe? Le comunità sono state informate del fatto che noi preti stavamo pensando a questa possibilità. Contemporaneamente abbiamo dialogato col nostro Vescovo Beniamino e siamo giunti insieme a lui alla decisione di procedere in questa direzione. Alle parrocchie abbiamo detto che si stava andando, a passi abbastanza spediti, verso la definizione di un abbinamento, poi successo nel corso dell’estate. Solo a fine ottobre, come dicevo, siamo scesi a Palermo dove abbiamo fatto conoscenza con A., quindicenne del Gambia che nel frattempo ha compiuto 16 anni. Molti dei nostri parrocchiani hanno espresso stima e solidarietà, perfino ammirazione, qualcuno ha manifestato delle perplessità… Avere un adolescente in casa potrebbe voler dire sottrarre energie alla pastorale, il che è un po’ vero. In cosa consiste a livello pratico questo affido? Avere A. in casa significa fargli fisicamente e mentalmente spazio. Significa riservargli tempo, attenzione, cura, parole… Ci occupiamo della sua salute (visite, esami clinici…), dei suoi studi (colloqui con i professori, giustificazioni, ripetizioni, abbonamenti…), dei suoi interessi, della sua grande passione, il calcio, delle necessità più pratiche (vestiti, telefono, bicicletta…), dei suoi documenti e di tutto quello che ha bisogno un ragazzo della sua età....
leggi

Il valore delle doti umane in un’azienda

di Giulia Bizzotto      “Dalla mia esperienza personale, ho visto come gli aspetti più apprezzati dalle aziende siano due: l’impegno che una persona mette nelle cose che fa e la capacità di lavorare per gli altri, ovvero il fatto che non bisogna focalizzarsi su se stessi ma collaborare con il team e i colleghi”. Questo il messaggio principale che Giuseppe Berti, 52 anni, controller del settore operations della Luxottica, ha  trasmesso  con  trasparenza ed  umiltà al gruppo dei Giovani Laureati Rosatesi, durante il ritrovo di giovedì 21 febbraio 2019 a Rosà. La serata è stata organizzata dal Circolo Giovani Laureati Rosatesi, il cui Presidente è Ivan Ganassin e ha visto la partecipazione di molte persone,  tra giovani e “vecchi” laureati. Sono ormai diventati una prassi i due o tre ritrovi all’anno del gruppo, con lo scopo di mettere in contatto i giovani laureati del paese con personalità di spicco di diverse aziende, permettendo la condivisione delle esperienze e fornendo consigli utili ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Questo incontro è pienamente riuscito nell’intento, tanto da rendere i partecipanti positivamente coinvolti. Giuseppe Berti, rosatese di origine e laureato in Economia e Commercio presso la Bocconi di Milano, ha raccontato il suo percorso professionale che lo ha portato a cambiare impiego, dopo 15 anni di Direzione amministrativa finanziaria in Fiam S.p.a. a Vicenza, alla ricerca di nuovi stimoli per favorire la sua crescita professionale. In Luxottica – azienda leader nella produzione e distribuzione di occhiali con al suo interno un organico di circa 200.000 dipendenti e un fatturato annuo di 15 miliardi – ha trovato una nuova modalità nel perseguimento degli obiettivi, in quanto è una realtà in cui contano il lavoro di squadra e il lavorare per gli altri. Il tutto tramite una collaborazione che valorizza le differenti personalità e creatività, a discapito di chi persegue valori egoistici. Alla domanda “come hai affrontato la transizione da Fiam S.p.a. a Luxottica, due settori così diversi?” Risponde con sincerità e consiglia l’umiltà di imparare, in modo rapido e l’essere pronti a ripartire da zero. In una parola, a mettersi in gioco. Puntualizza anche come da una parte sia importante crescere professionalmente toccando diverse realtà aziendali, ma allo stesso tempo considera fondamentale restare per più di qualche anno all’interno di una stessa impresa per poter apprendere al meglio le attività svolte ed entrare nel cuore della vita aziendale. Ma non finisce...
leggi

Che altro mi manca?

di Antonio Bonamin   “Che altro mi manca?” è la sollecitazione che il Vescovo Pizziol ci offre per ripensare alla nostra condizione di cristiani nella lettera pastorale 2018-2019 per lo più rivolta alle comunità suggerendo una maggiore attenzione ai giovani. È un bel quesito, tratto dal Vangelo di Matteo (Mt 19,20), quando il giovane ricco chiede a Gesù: «ho seguito tutte le regole, cos’altro mi manca per il regno dei celi». Questa lettura ci sollecita a ripensarci come comunità, cosa altro dobbiamo fare perché Rosà diventi una Chiesa compiuta. Noi, volontari Caritas, da poco abbiamo intrapreso una strada di servizio verso i poveri, con nostra grande sorpresa scopriamo il valore universale di questa pratica. Ogni giorno, siamo in dialogo con afflitti e sfiduciati, emarginati e abbandonati. È un dialogo costante che ci mette di fronte ad una sfida profonda verso noi stessi, ogni giorno dobbiamo ripensare alla nostra condizione di cristiano in dialogo verso il prossimo, perché piano piano, mentre fai cose per il “povero” ti accorgi che il povero sei tu. Scopri che le povertà non sono quelle materiali ma quelle emotive, di ambizione, di infelicità nonostante hai tutto. Ecco il messaggio universale della Carità, non è una azione che fai per il povero, ma una azione che fai per te e per la comunità. Questa esperienza ci conferma che è più quello che ricevi in verità e fede, di quello che dai in parole di conforto e pane. Qui capisci il messaggi: la Chiesa è carità e non c’è Chiesa senza carità. La Caritas Diocesana ci aiuta molto, ci guida nel nostro cammino per portare il giusto messaggio nella comunità. Ci esorta ad incontrare quante più persone e annunciare con lo spirito di missionarietà che è il compito principale di Caritas. Il 18 novembre 2018, Giornata Mondiale del Povero, è stata un’occasione unica per allenarci ad ascoltare il “grido del povero” che è compito di tutti. Il nostro impegno è che non sia stato un momento sporadico, relegato ad una ricorrenza annuale, deve essere pratica continua e, per questo, nel 2019 intraprenderemo un’attività di sensibilizzazione con i quartieri e con le frazioni. La prima esperienza con il quartiere Ca Minotto ha dato frutti sorprendenti. È il nostro impegno come Caritas Parrocchiale di andare nel territorio e fare degli incontri di informazione e sensibilizzazione.   CRONACA SPICCIOLA Carissimi, saluti affettuosi da tutti noi… ancora una volta desidero esprimere...
leggi