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Anna Maria Martinello… amore per le parole

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Anna Maria Martinello… amore per le parole

di Alfio Piotto

 

Mi chiamo Anna Maria Martinello, sono nata a San Pietro di Rosà e sono un’infermiera in pensione.

Attualmente sono lettrice volontaria di LAAV – Letture Ad Alta Voce, associazione che permette di prestare il proprio tempo e la propria voce per leggere agli altri; inoltre presto servizio di lettura presso la Biblioteca a Rosà.

Scrivo poesie da circa un anno, da quando sono entrata a far parte del Cenacolo di Poesia e Prosa di Rosà.

 

Natale 

 

Anche quest’anno stai per arrivare

MAGICO NATALE

e noi speranzosi che sia diverso

ci tuffiamo nel chiacchierio

inquietante della gente

tra le bancherelle

in cerca dell’ultimo regalo;

la piazza piena di luci di stelle

di presepi e di abeti.

 

Per dirci che sta arrivando

qualcosa di nuovo

per portare nel cuore dell’uomo

salute, pace e gioia

che l’uomo ogni anno

cerca disperatamente…

 

Arrivi puntuale

ogni anno

e noi

ci vestiamo

di tutta la SPERANZA

che ci doni

 

Il Giardino del Silenzio

 

Tanti nomi scolpiti

sulle fredde pietre

attendono

nel giardino del silenzio.

L’edera, avvinta sulle croci,

sigilla anni, secoli di storia.

 

Tanti fiori profumati per tante anime

posti con affettuoso amore,

tante gocce d’umide lacrime

nella tenue luce e calore dei lumini

a ricordo di tasselli del passato.

 

Nomi assopiti nel rigoroso silenzio,

eguali nella terrena morte,

giacciono

nella speranza della resurrezione

promessa da nostro Signore.

Fare comunità per servire la Missione

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Fare comunità per servire la Missione

di Valentina Guidolin

 

Qualche tempo fa ho condiviso con degli amici italiani la storia di una piccola famiglia, una coppia e i suoi tre bambini, che, per una settimana, ha vissuto nel cortile della parrocchia con i pochi bagagli raccimolati, le sue sole proprietà, perchè la casa dove era in affitto era stata distrutta (era abusiva) e non aveva ancora trovato un altro posto in cui stare. Sono nate varie proposte per aiutare a distanza questo piccolo nucleo familiare, segno della generosità di molti cuori; ma mentre cercavo di capire la situazione particolare di questa famiglia mi sono resa conto che proveniva da uno dei tre quartieri precari (una baraccopoli di 13.000 abitanti circa) che sarebbero stati sgomberati nei mesi successivi per consentire la costruzione di un’autostrada. Quante altre persone, dunque, avrebbero cercato casa?

E così accade per molti altri problemi, come per l’analfabetismo, che interessa il 43% della popolazione, le malattie endemiche, tutt’ora presenti, il bisogno di lavoro…. Ci chiediamo spesso che cosa può fare un pugno di missionari in questo mare di fratelli in necessità

La vita ci ha mostrato l’efficacia di una vecchia strategia (che tra l’altro è descritta negli Atti degli Apostoli): «Costruire comunità», un’esperienza che assomiglia a quella di introdurre nel corpo malato una cellula staminale. Cosi, infatti, una comunità, un gruppo di persone unite da relazioni sane e armoniose, puo’ contagiare positivamente e sanare tutta la società.

Per andare sul concreto, noi, missionari della Comunità Missionaria di Villaregia, che per carisma abbiamo

messo al primo posto nella nostra vita la comunione e la fraternità, promuoviamo, nella parrocchia e nel territorio che ci è stato affidato, la crescita di gruppi di persone desiderose di formarsi e di mettersi a servizio del prossimo, lavorando insieme con uno spirito comunitario.  

E cosi, attualmente disponiamo di circa  80 persone che fanno volontariato, come maestri nella scuola per analfabeti, che conta oggi più di 570 inscritti, una quarantina di agenti caritas, che accolgono ogni anno circa 1300 persone in stato di necessità, 90 catechisti, che preparano ai sacramenti 1400 catecumeni e un gruppo di 4 persone, formate all’inserimento socio- professionale, che ha già preparato alla microimpresa 280 giovani….

La lista potrebbe continuare, ma sono solo dei piccoli esempi per sottolineare l’efficacia di cercare insieme le risposte e la potenza contagiosa di una comunità che valorizza e condivide i doni di tutti e di ciascuno. 

Il primo passo per “costruire comunità” è, infatti, credere nell’uomo: dare spazio e voce ad ogni persona, perchè si possa esprimere con i suoi talenti e bisogni. Un esempio per noi è Simplice, un giovane che da piccolo ha avuto un problema di salute per cui ha perso l’uso delle gambe. Il padre non l’aveva mandato a scuola perchè disabile. Questa condizione lo aveva escluso anche da ogni attività lavorativa. Arrivato in parrocchia per chiedere un aiuto per la sua carrozzella, ha trovato delle persone che gli hanno proposto la scuola per analfabeti, poi un piccolo lavoro, poi la catechesi. Ora è cresciuto, gioioso e aperto, ha ritrovato fiducia in sè stesso, ha fatto un corso per sartoria e si è impegnato come catechista, molto amato dai giovani. 

Il secondo passo è privilegiare la relazione: non cercare solo le persone per chiedere un servizio, ma lavorare con le persone, favorendo relazioni di rispetto e ascolto reciproco. Molto spesso nei nostri

gruppi si sente parlare di assemblee generali, commissioni, laboratori: luoghi di incontro e scambio dove il moto è «meglio il meno perfetto insieme che la perfezione da soli». 

Un terzo passo è saper far partecipare le persone: spesso, infatti, ci si lamenta del fatto che c’è molto individualismo. È vero; ma ci sono problemi che interessano un po’ tutti e insieme si puo’ fare molto per affrontarli e risolverli. Un esempio ce lo dimostra quanto è accaduto ad un quartiere che da anni protestava per il degrado della strada principale che lo attraversava. Abbiamo promosso un dibattito all’interno del borgo, invitato tutta la popolazione ad analizzare il problema e proporre delle soluzioni.

Attraverso un progetto di sviluppo, abbiamo sostenuto il comitato che si è costituito e gli abbiamo proposto di fare formazione per poter scrivere un documento di plaidoyer (patrocinio/difesa dei propri diritti). Infine l’abbiamo messo in contatto con le autorità competenti. Ora non solo i lavori di rifacimento della strada sono stati avviati dal comune, la strada è stata ripulita e anche le immondizie sono raccolte con regolarità, ma il nuovo comitato, incoraggiato dal buon successo dell’attività, si sta adoperando per riunire la popolazione e risolvere altre necessità. 

Spesso parlo di formazione, perchè non bastano i diplomi per saper lavorare insieme, saper comunicare in maniera assertiva e partecipativa, potersi esprimere sulle complesse problematiche di ogni giorno.

C’è un ultimo passo da fare per «costruire comunità»: è garantire l’universalità nell’apertura. Mi preoccupa constatare come qui in missione all’interno di un gruppo parrocchiale o comunque nel territorio vengano imposte condizioni d’accesso e di partecipazione troppo restrittive. Sicuramente si lavora meglio tra persone più simili; è comprensibile che in un paese con il 25% di stranieri e con il ricordo di una guerra civile conclusa appena 8 anni fa, ci siano ancora tensioni, ma è pur vero che le ferite non si rimarginano escludendo ma cercando altre vie di dialogo. Qui ho capito che negare le differenze sociali, etniche, culturali, non è la soluzione, non porta all’unità ma all’omologazione. Ho capito anche che una comunità sana deve offrire spazi per conoscersi e mettersi in ascolto reciproco.

E di fronte a tutto questo, penso che Rosà sia un felice esempio di comunità in cammino in questa direzione.

 

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Radio #parolaigiovani: insieme per dare voce ai Giovani!

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Radio #parolaigiovani: insieme per dare voce ai Giovani!

REALTÀ PARROCCHIALI di Antonio Bonamin ed Emanuele Guidolin

 

Fondiamo una WebRadio!

Questo l’invito lanciato ai giovani di Rosà e non solo.  L’iniziativa dell’associazione Amici del Villaggio, che ha aderito ad un bando Europeo, ha coinvolto altre tre associazioni presenti nel territorio Rosatese e Bassanese.

Promotori e collaboratori del progetto sono Amici del Villaggio, associazione per i diritti dell’infanzia, Circolo Noi, che anima la vita dell’Oratorio don Bosco, Cooperativa Yumè – Sogni Controvento Bassano, che offre servizi professionali a favore di minori e famiglie con difficoltà educative e relazionali e di persone in situazione di svantaggio, e Bassano Generation, radio già presente nel bassanese che trasmette su Radio Cooperativa.

Ognuno, con le s ue peculiarità, aiuta e sostiene tutte le attività di ANG in Radio #parolaigiovani VENETO, chi con la parte tecnica, chi per la parte organizzativa, chi nell’aiutare a trovare nuovi spunti per le puntate.

Cos’è una Web radio? È simile ad una radio normale, ma invece di trasmettere in diretta, crea delle registrazioni audio di breve durata, chiamati “Podcast”, ascoltabili da computer o telefonino.

Il progetto #parolaigiovani VENETO è realizzato grazie ai fondi messi a disposizione da Agenzia Nazionale per i Giovani con il bando per la realizzazione del network delle radio digitali di “Ang Inradio”.

Agenzia Nazionale per i Giovani è l’istituzione governativa delegata dalla Commissione europea che si occupa della gestione del capitolo Gioventù del programma Europeo Erasmus+, Corpo Europeo di Solidarietà e altre iniziative rivolte alle nuove generazioni in Italia. Il direttore e lo staff nazionale sono già passati ad inaugurare la nostra sede e le  altre 2  sedi venete, e stanno facendo il giro di tutte le altre sedi italiane.

I progetti ANG inRadio sono infatti 44, in tutta italia!

Ang Inradio #parolaigiovani VENETO è un programma che vuole dare voce ai giovani del territorio. Infatti ogni podcast (o puntata) toccherà diversi argomenti di attualità come ambiente, arte, economia, politica, società, dando sempre tanto spazio alla musica e cercando di privilegiare le manifestazioni e le band del territorio.

Un’attenzione speciale è riservata inoltre ai programmi Erasmus Plus e Corpo Europeo di Solidarietà, attraverso la raccolta di testimonianze, impressioni, emozioni e ricordi di coloro che hanno vissuto questa esperienza. Le opinioni dei nostri giovani, le interviste, gli ospiti e gli eventi saranno registrati dentro e fuori dallo studio in Oratorio e non solo nel nostro territorio.

Vi stiamo già aspettando online, non abbiate paura di commentare le puntate e di dire la vostra.

Siamo già a buon punto, ma se hai tra i 13 e i 30 anni e vuoi metterti in gioco, ti aspettiamo il lunedì e il mercoledì in oratorio, presso la sala prove, dalle 21 alle 23 circa.

Ci trovate supratutto in internet sul sito

www.radioparolaigiovani.it,

facebook https://www.facebook.com/parolaigiovani

instagram https://www.instagram.com/parolaigiovani/.

Parola ai ragazzi: cosa significa il campeggio

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Parola ai ragazzi: cosa significa il campeggio

dai ragazzi AC

I nostri animatori ci hanno chiesto che cosa significa fare un campeggio…beh, partecipare ad un campeggio vuol dire tante cose: innanzitutto rafforzare il gruppo ACR creato durante l’anno, stare insieme agli amici dormendo fuori casa, essere in qualche modo “liberi”, senza genitori e senza cellulari per un’intera settimana ed essere autonomi svolgendo delle mansioni per aiutarci a vivere in un ambiente pulito durante l’intero periodo. Partecipare ad un campo però significa anche essere svegliati dalle pentole o dai petardi e fare ginnastica di prima mattina per risvegliare i muscoli!

Noi ragazzi delle medie questa esperienza l’abbiamo vissuta in tenda. Che dire, un’avventura emozionante, fredda e talvolta difficile: era necessario organizzarsi bene con gli orari, i bagni erano pochi e noi eravamo più di 50! Ma nonostante ciò è stata un’esperienza indimenticabile e difficilmente replicabile!

Che cosa ci ha lasciato questo campo? Sicuramente un sacco di avventure da raccontare ad amici e genitori. I primi

giorni di ritorno dal campo capita di essere tristi, perché è finita un’avventura coinvolgente, azzardiamo “fantastica”, durante la quale abbiamo coltivato importanti amicizie; inoltre possiamo dire che si tratta di un’esperienza educativa, in quanto si ha modo di riflettere su varie tematiche grazie alle numerose attività e ai giochi svolti durante le giornate.

 

Parola agli animatori: cosa significa essere educatore AC

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Parola agli animatori: cosa significa essere educatore AC

dagli educatori AC

 

 

Ci hanno chiesto di raccontare qualcosa di noi e di quello che facciamo nel nostro essere animatori… che dire? Partiamo dalle esperienze estive… i tre campeggi a Val Malene di quest’estate sono stati delle esperienze ricche di emozioni; come animatori ci siamo dilettati nella caccia alle rane e abbiamo difeso a spada tratta i nostri animati dall’assalto dei ghiri.

Essere animatore però non si limita solo alla settimana del campeggio: vediamo crescere e maturare i ragazzi di anno in anno, inoltre ci piace pensare che ogni domenica si portino a casa qualcosa di utile per le loro vite.

Il nostro ruolo molto spesso viene sottovalutato, ma dietro al gioco della domenica, l’organizzazione delle feste e dei campeggi, si nasconde una preparazione non banale. Per fortuna tutti i nostri sforzi sono ripagati dalla gioia e dall’affetto che ci trasmettono i bambini e i ragazzi, in ogni occasione.

In fondo, ricordiamoci che il nostro obiettivo di animatore AC è quello di condividere, attraverso le attività, i valori che accompagneranno i ragazzi nel corso della loro vita cristiana. 

Un ragazzo fenomenAlen

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Un ragazzo fenomenAlen

di Fabrizio Parolin con i ragazzi : Anna Castellan, Beatrice Geron, Chiara Vendramin, Fabiola Carlesso, Giulia Baban, Barkissou Compaore, Sofia Faggion, Emma Piotto, Daniele Costa.

 

 

“È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”

     Se l’essenziale è invisibile agli occhi, a noi che cosa resta? Perché legarsi tanto a qualcosa e a qualcuno se poi dobbiamo lasciarlo?

Il Piccolo Principe (personaggio principale dell’opera di Antoine de Saint-Exupéry), durante il suo viaggio esplorativo sulla Terra, trovò le risposte che cercava grazie all’amicizia con la Volpe, un animale docile, dolce, saggio, che illuminò la strada del protagonista, consigliandogli di guardare tutto attraverso la luce del cuore.

“Non si vede bene che con il cuore”, questa sarà una delle frasi principali e probabilmente l’insegnamento più profondo che l’autore ha voluto trasmetterci e che ci permette di riflettere sull’origine del termine “RICORDO”.

Questa parola deriva direttamente dal latino, da DE (indietro) + COR, CORDIS (cuore), da cui il medesimo verbo

RECORDARI, ovvero “riportare nel cuore qualcosa o qualcuno che non c’è più, per farlo rivivere”.

È la possibilità di consultare il passato, di interrogarlo, non per fuggire in preda alla nostalgia, ma per capire e avere delle responsabilità nel presente e nel futuro; per non perdere niente di quello che naturalmente esce dalla nostra vita. Niente e nessuno….

Il ricordo è una delle manifestazioni più potenti dell’AMORE, parola che a noi piace credere possa significare proprio questo… assenza di morte (A privativo, “mancanza” e MORS, MORTIS “morte”).

Oggi siamo tutti dei “piccoli principi” che hanno avuto la fortuna di incontrare una “volpe speciale”, un amico autentico, sempre cortese, sempre gentile, sempre al nostro fianco e che ci ha insegnato a vedere la luce anche nelle giornate più buie….

 

“Alen, un ragazzo così perfetto, il tipico ragazzo che ogni genitore ed ogni donna vorrebbe.

Era un ragazzo d’altri tempi con dei valori veri, sempre cortese, sempre gentile e sempre al tuo fianco. Aveva una positività che poche persone hanno, sapeva sempre trovare il lato positivo delle cose e sapeva sempre cosa dire al momento giusto.

Era sempre così solare; penso di averlo visto davvero poche volte giù di morale, sempre con il suo bel sorriso e con quegli occhi chiari, bisogna ammetterlo: era davvero un bel ragazzo.

La sua passione per l’atletica l’ha fatto migliorare sempre di più, è riuscito sempre a dare il meglio di sé e lo si può vedere anche dal suo andamento a scuola, sempre bravo e responsabile.

Scherzava sempre, ci voleva poco per divertirsi con lui, un po’ di musica, tanto cibo e il pomeriggio passava in un battibaleno.

Se voleva bene ad una persona, ci metteva davvero il cuore e questo lo possono ammettere tutti.

Anche con i suoi piccoli difetti, un ragazzo come lui è difficile da trovare, tanto difficile, unico, solare, speciale.

Tutto questo mi ha fatto aprire gli occhi, mi ha fatto capire che bisogna dare importanza alle cose davvero importanti, godersi ogni attimo e godersi sempre le persone, mettersi in gioco, impegnarsi, raggiungere i propri obiettivi e soprattutto credere sempre in se stessi.

Sono triste di non aver condiviso con te tante cose negli ultimi tempi, ma sappi che i momenti belli me li porto sempre con me.

Un grande abbraccio Ti voglio bene”.

(Giulia Baban)

 

“Un evento sì negativo, ma con un’importanza fondamentale. È stato fonte d’ispirazione per chi lo conosceva e per chi non lo conosceva: a partire dalla sensibilizzazione che molti professori hanno pensato di fare, nei confronti di noi alunni del bassanese, sulla sicurezza stradale. Sono stati un grande supporto emotivo in una situazione in cui sembrava di vedere solo nero, quando invece c’è molto più bianco.

Bianco perché, chi conosce Alen, lo sa meglio di tutti che il suo primo pensiero, oltre al grande amore da dare alla sua famiglia, era il pieno svolgimento dei suoi mille impegni.

Ciò ci ha fatto riflettere in quanto ognuno di noi tende a “procrastinare” i propri doveri, ogni tanto, magari per motivi futili, invece bisogna sempre dare il meglio e fare il meglio di se stessi, perché solo così si arriva al massimo del risultato e, come io in primis so benissimo, ad Alen il “massimo” piaceva tanto.

Per non parlare del fatto che tutto non va affrontato solo guardando gli aspetti negativi che ne prevalgono, ma soprattutto quelli positivi, perché è proprio da quelli che si può iniziare a lavorare per poi produrre qualcosa di buono e forse questo è stato l’insegnamento che Alen mi ha lasciato.

Tutto questo negli anni mi ha aiutata in tutti gli ambiti: dalla scuola all’organizzazione della vita quotidiana e ciò mi sprona a dare sempre il meglio, per questo penso sia fondamentale in quanto mi ha praticamente sempre aiutata a “tirare avanti”. Perciò penso di dovergli molto, oltre ai due panini alla nutella che gli devo dalle medie.

Gli vorrò sempre un gran bene per tutta la compagnia che mi ha fatto in questi anni e anche per essere stato presente quando i rapporti si erano un po’ staccati.

Non finirò mai di portare avanti e di diffondere i suoi pensieri e la sua voglia di vivere così serena”.

 (Fabiola Carlesso)

 

“Può sembrare quasi superficiale e ripetitivo dire che Alen era un ragazzo brillante, pieno di voglia di vivere, il tipo di persona che quando se lo metteva in testa era in grado di fare qualsiasi cosa e qualsiasi cosa facesse, lui eccelleva, ma cosa ci possiamo fare? Era davvero così. Ora, quando penso a lui, penso al suo sorriso, alla sua risata contagiosa, alla sua capacità di sdrammatizzare qualsiasi situazione, anche quella più seria e che richiederebbe maggior compostezza.

Quante volte ho invidiato questa sua capacità, io che per ogni piccola banalità mi agito, mi faccio venire l’ansia e non riesco più a fare nulla.

Quante volte ho invidiato vedere come riusciva a relazionarsi con tutti senza il minimo sforzo e come riusciva a farsi volere bene, grazie alla sua spontaneità.

Era il tipo di persona che chiunque sarebbe stato fortunato ad avere al proprio fianco.

Il problema in questi casi è che ce ne rendiamo conto quando è troppo tardi e allora lì, in quell’istante, vorresti solo avere a disposizione un secondo in più, un secondo in più per sentire ancora la sua risata e per perderti per un istante in uno di quegli abbracci che solo lui sapeva darti.

Ora più che mai però lo sento al mio fianco, un pensiero fisso, un ricordo felice, il ricordo di una persona con cui ho condiviso tanto, in positivo e anche in negativo, perché l’amicizia è fatta così, è fatta di alti e di bassi ed è nei periodi più bui che capisci cosa e quanto ti lega ad una persona ed io ad Alen posso solo dire grazie per tutto quello che mi ha lasciato.

Ciao Alen Ti voglio bene”.

 (Beatrice Geron)

 

“Difficile non emozionarsi quando si pensa ad Alen, tutt’ora mi sento male al solo pensiero, ma poi, appena cado in quella pseudo “depressione”, mi rialzo subito, perché pensando a lui mi vengono in mente solo cose belle ed è così che lo voglio ricordare.

Ricordarlo con quel suo sorriso magnifico che quando ci vedevamo (vedevo più lui che mia sorella) mi faceva passare quella giornata brutta che avevo.

Le sue battute che mi facevano troppo ridere finché gli addominali non mi facevano male, i suoi occhi che con uno sguardo mi facevano capire tutto, senza l’utilizzo di alcuna parola, perché quando succedeva qualcosa di strano, ci giravamo e, solo in quei quattro secondi, avevamo capito tutto.

La tua sapienza e intelligenza mi hanno fatto imparare tante cose, cose che non mi sarei mai messa a cercare; il tuo correggermi grammaticalmente, mi ha fatto crescere, capire e accettare e ora, anch’io correggo gli altri.

Eri sempre solare, con una voglia di fare qualcosa in qualsiasi momento e questo me lo porterò con me perché io, tutto sommato, sono uguale, visto che quelle cose, per la maggior parte, le facevamo assieme.

Come persona sei speciale e lo sarai per sempre perché mi hai lasciato davvero con una sicurezza in più, con un coraggio pazzesco e con una grinta che mi porterà avanti perché, in tutto ciò, tu sei dentro di me e i tuoi sogni ora sono i miei. Non smetterò mai di dirlo e ricordarmelo, ti porterò avanti cosicché possa sempre sentirti vicino a me, ovunque vada, tu ci sarai visto che ora un pezzo del mio cuore è e sarà sempre tuo. Un bacio grande, amico mio. Ti voglio bene.”

(Sofia Faggion)

 

“Un ragazzo fenomenAlen…. Può sembrare una presa in giro e forse lo è… un gioco che gli adolescenti hanno creato per scherzare, un’espressione, usata per ridere, ma che rispecchia la realtà.

Un ragazzo fenomenale, un amico fantastico, il migliore amico che una persona possa desiderare, una persona dai grandi principi, sempre pronta ad aiutare e sostenere le persone con il suo sorriso contagioso. Alen mi ha insegnato molte cose, uscendo insieme, scherzando, aiutandomi con la scuola e anche parlando di argomenti seri; c’è sempre stato nei momenti più belli e più brutti della mia vita e così continuerà a fare.

L’insegnamento più grande che ho potuto apprendere da lui è che non bisogna dare nulla per scontato, le giornate, anche quelle più difficili si devono affrontare con il sorriso e se si trovano ostacoli per la strada… basta prendere una rincorsa e saltarli, uno dopo l’altro, consapevoli che poi tutto sarà migliore se vissuto nel lato positivo”.

 (Chiara Vendramin)

 

“Il tuo carburante erano le sfide, trovavi sfide ovunque: nell’atletica, nella scuola….

Questa tua capacità di trovare stimolante anche la più noiosa delle attività, faceva di te un instancabile guerriero, sempre a terra, ma allo stesso tempo sempre in piedi. Tra le tue qualità sono sempre stato colpito dalla caparbietà, dalla tenacia e dalla perseveranza.

Ti ho sempre visto orgoglioso dei tuoi risultati, finché non ti accorgevi di quella minima cosa che avevi sbagliato e allora sotto con gli allenamenti, perché i risultati suddetti non erano più sufficienti.

Ti ricorderò sempre come un avversario formidabile”.

 (Daniele Costa)

 

“Caro amico mio… premetto di essere veramente confusa in quanto mi risulta davvero difficile trovare un filo logico, un ordine di pensieri per esprimere tutto ciò che ho dentro, tutto ciò che mi passa per la testa.

Questo mese è stato estremamente intenso, impegnativo, difficile, ma paradossalmente sono riuscita a riscoprire alcuni importanti valori come la forza, l’energia positiva che hanno sempre fatto parte della tua persona.

Sono convinta che sei stato tu a lasciarmi tutto questo coraggio, tutta questa voglia di dare comunque il massimo. Sei costantemente nei miei pensieri. Penso a te, a quegli occhioni azzurri, a quel tanto invidiato sorriso, a quei tuoi abbracci.

E così riaffiorano mille ricordi, mille momenti trascorsi insieme a ridere, a prenderci in giro, a divertirci, aiutarci, spronarci e a sostenerci.

Sì, a sostenerci perché tu non molli mai. Mi piace pensarti come un eterno combattente, un instancabile sognatore capace di trovare spiragli di luce anche nel buio. Ed è per questo che mi sento un po’ più sicura, perché so che ci sei, perché so che continuerai imperterrito a darci tutta la tua forza di cui sei capace, a darci sempre un motivo in più per crederci, con tutto il tuo volerci bene.

Ti prometto che proverò ad affrontare la vita un po’ anche a modo tuo.

Ti porterò con me per sempre.

Ti voglio un bene infinito.

Grazie di cuore, tua Emma”.

 (Emma Piotto)

 

Carità è Comunità e Chiesa

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Carità è Comunità e Chiesa

di Antonio Bonamin

 

Novembre 2019 – 3a Giornata Mondiale dei Poveri.

“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18-24).

Da tre anni, la nostra chiesa, ha istituito la giornata dei poveri.

A Rosà da tre anni si è costituito un nucleo di persone volenterose che hanno deciso di affrontare il tema della carità.

Una fortunata coincidenza, un momento di riflessione collettivo che ha dato risposta a tanti dubbi su cui basiamo la nostra voglia di essere parte della chiesa. Capire quante altre realtà ci sono attorno a noi, che si prestano in opera di carità, è stata una rivelazione. Allo stesso tempo, l’approfondimento offertoci dalla Diocesi, il dialogo con le altre comunità Caritas locali, ci ha svelato significati profondi e ci ha guidato nelle opere.

La prima necessità soddisfatta, quindi, è stata il capire quali siano i presupposti, i principi cristiani su cui basarsi, i modi anche dell’agire pratico, per essere “Carità nella Comunità”, fino a capire che “Carità è Comunità e Chiesa”.

La Carità è virtù teologale su cui s’incardina la fede, uno stato naturale da cui non si può astenersi, non solo strumento di riscoperta delle relazioni tra sé e l’altro ma soprattutto, mezzo di riflessione e riscoperta del proprio essere cristiano. Il primo, e forse il più grande passo, quindi, è capirne il significato, per noi prima che verso gli altri. La grande intima scoperta è che essere caritativi serve a sé stessi tanto quanto serve agli altri.

È troppo diffusa la convinzione che dare ad altri tempo, beni, cibo, vestiti, sia sufficiente per essere in comunità e in dialogo con Dio. Se non c’è condivisione con l’altro e se non c’è vero amore, si sta rispondendo solo al proprio bisogno di soddisfazione, di sentirsi appagati del proprio egoismo egocentrico.

Un suggerimento semplice semplice, un facile esercizio: provate a sostituire nelle letture la parola Carità con Amore. Usata come sinonimo non cambia il significato della frase ma ne svela significati inaspettati.

Ci sono due tipi di carità ed è interessante capirne la differenza: uno è “testimoniare la carità”, l’altro è semplicemente “fare la carità”.

Che differenza c’è tra la carità fatta e la carità testimoniata?

Per fare la carità non seRve una patente speciale, non serve essere abilitati, è solo uno stato virtuoso e non serve neanche rifarsi ad una religione. Non ci si deve iscrivere alla Caritas per donare il proprio tempo o dare beni di prima necessità. Fare la carità può essere un’educazione, innata o acquisita, ed è certamente una buona cosa, ma ci espone al rischio di porsi in una

situazione speciale, di superiorità verso il debole, nella condizione di decidere se dare o no. Sono forme caritative che possono nascondere la necessità personale di appagamento, oppure avere l’idea che si può fare carità delegando il compito ad altri.

San Paolo, a proposito di carità ci dice: “se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,3).

Io posso fare la carità senza avere la carità, cioè: “la tua perfezione non serve a nulla, non serve nessuno, serve solo a te”.

Pensare che un gruppo “speciale” di persone nella comunità venga delegato a svolgere il servizio di assistenza ai poveri è un equivoco molto diffuso, ci libera la coscienza, ci fa stare bene, risponde al nostro bisogno di sentirci “buoni”, ma non risponde appieno ai bisogni della comunità.

Se, invece, pensiamo ad una vera forma di carità nella comunità, in senso evangelico, si deve parlare della “testimonianza della carità”, che deve essere un autentico ministero che è parte fondamentale e indissolubile della Chiesa, della vita della Parrocchia, in tutte le sue forme e come servizio deve essere di tutti, come appunto lo deve essere l’amore degli uni per gli altri.

Nel Vangelo la parola in greco è appunto diakonia (servizio), cioè ministero svolto dai fedeli e non solo dagli operatori “speciali”, è un’azione comune e necessaria per edificare la comunità, la Chiesa.

Ci chiediamo spesso, come operatori Caritas, quale sia il nostro ruolo all’interno della Parrocchia e come svolgerlo. In aiuto ci giungono le indicazioni ricevute negli incontri diocesani e le riflessioni comunitarie.

Essere Caritas parrocchiale significa puntare al servizio (diakonia) senza prevaricare e conquistare un primato di riconoscenza. Essere convintamente Caritas ci esorta a mettere al centro gli altri e non se stessi, a non essere degli “specializzati” che si appropriano della carità, ma diventare seme missionario, azione comune e pratica diffusa.

In particolare, la Caritas deve servire a promuovere le azioni quotidiane tra fratelli che non saranno sporadiche, fatte una volta ogni tanto, o peggio delegando il servizio, ma deve agire per “costruire assieme”, per vivere la fede cristiana come la vuole il Vangelo. In questo senso la Caritas non è gelosa della carità che ciascuno compie, anzi dovrebbe promuoverla e mai sostituirla.

A questo proposito siamo pronti a diventare Unità Pastorale con cinque parrocchie, a partire dal fondamento della chiesa che è la Carità!

 

Sr. Antonietta Ferraro, una vita per i poveri

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Sr. Antonietta Ferraro, una vita per i poveri

dal Gruppo Missionario

 

Il 30 maggio 2019 Suor Antonietta, della famiglia Ferraro di Borgo Tocchi, ha terminato la sua esperienza missionaria in America Centrale come suora della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Partita nel 1955 per il Costa Rica all’età di 26 anni, lì rimase per circa 30 anni con incarichi diversi: insegnante di taglio e cucito, economa e insegnante nella scuola primaria. Per qualche anno operò nello stato di San Salvador e poi in Nicaragua. Nel 1989 passò in Honduras dove ebbe molti ruoli, sempre svolti con competenza, spirito di iniziativa e tanta energia. Visitava i villaggi di

montagna e si preoccupava delle persone più povere. Con la sua Rosà tenne un rapporto sempre molto vivo, era infatti costante nella corrispondenza con i familiari, i conoscenti e il Gruppo Missionario. Quando aveva bisogno di aiuto economico per andare incontro a qualche necessità nel campo scolastico o in quello assistenziale, scriveva al Gruppo Missionario, perché si sentiva sempre con noi. Nel 2015 ha lasciato  Ojojona e si è trasferita in capitale perché necessitava di cure mediche. Anche in questo periodo, quando ne aveva l’occasione, tornava comunque a visitare il paese che aveva servito con tante premure. Nel marzo di quest’anno ha inviato al Gruppo Missionario un’e-mail, descrivendo la situazione di parecchie famiglie provate dalla siccità; poi, per ringraziare del contributo ricevuto, mille euro, ci ha inviato in aprile le due foto che qui riportiamo, specificando anche quali viveri aveva comprato e messo in quei sacchi. Purtroppo a fine maggio la sua salute è peggiorata e un arresto cardiorespiratorio l’ha portata tra le braccia del Padre, che aveva tanto amato e servito. In ottobre l’hanno raggiunta anche la sorella Maria e il fratello Giovanni.

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Il Duomo, un viaggio lungo due secoli

Caricato da il 4-01-2020 in Edizione Corrente, Storia Rosatese | 0 commenti

Il Duomo, un viaggio lungo due secoli

di Fabrizio Parolin

 

A duecento anni dalla consacrazione del nostro Duomo di Sant’Antonio Abate: come è nato, cresciuto e come si è sviluppato nel corso dei secoli.

Il 12 settembre di quest’anno, 2019, il nostro Duomo ha festeggiato i duecento anni di consacrazione, avvenuta precisamente lo stesso giorno del 1819 , per opera dell’allora Vescovo di Vicenza, Giuseppe Maria Peruzzi, recatosi a Rosà per una visita pastorale (testimoniata da una lapide sita al fondo della navata nord).

 

Ma come è nato l’attuale Duomo? E soprattutto, come si è sviluppato e modificato nel corso dei secoli?

Faremo un breve viaggio a ritroso nel tempo per scoprirne le origini e anche alcune curiosità.

Il tutto ebbe origine da una… roggia, sì proprio così, dalla creazione del famoso canale “FLUMEN ROXATAE” (il corso della Rosata = roggia), fortemente voluto dal Signore Francesco I da Carrara per alimentare e portare acqua ai mulini di Cittadella. In questo modo, con la creazione del suddetto canale irriguo, si crearono le condizioni ideali perché la grande campagna della “Rosada” , potesse essere abitata e così, in poco tempo, sorsero i primi nuclei abitativi degli “Homines roxatae”, ovvero “gli uomini della rosta”. Intorno al 1460, gli abitanti di questo piccolo centro, col beneplacito dei cittadini di Bassano, cominciarono a costruirsi una piccola cappella dove poter pregare.

Il 6 dicembre 1525 Rosà fu eretta a parrocchia e posta sotto la protezione di S. Maria e di S. Antonio Abate.

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima parrocchiale era una chiesa piccola e semplice, con campanile incorporato di fianco e dotata di 4 altari: l’altare maggiore dedicato a S. Antonio Abate, uno alla Madonna del parto, uno al Santissimo nome di Gesù e uno a S. Rocco. A questi se ne aggiunsero in seguito altri due e, nello stesso periodo, più precisamente nel 1593, l’arciprete del tempo, Gasparo Angarano, commissionò due nuove pale: una rappresentava S. Bovo confessore e cavaliere, S. Rocco confessore e S. Pancrazio Martire (attualmente si trova sopra la porta della sagrestia); l’altra rappresentava S. Valentino prete e martire, S. Lazzaro e Santa Maria (attualmente si trova sul primo altare di destra).

Agli inizi del 1600, l’aumento della popolazione e la necessità di allargare il cimitero, spinsero i Rosatesi a costruire, sullo stesso luogo della precedente, una chiesa più grande e contenente i sei altari del preesistente edificio e uno nuovo ad opera del bassanese Orazio Marinali, dedicato alla Madonna del Rosario.

Tuttavia questa seconda chiesa sarà destinata a durare poco, infatti già all’inizio del 1700, ci furono dei notevoli cambiamenti dovuti ad un lascito testamentario di 160 ducati che, un certo Carlo Santo Austoni, donò alla nostra parrocchia. Questa piccola fortuna consentì all’allora Don Michelangelo Simeoni di costruire nel 1720/1730 circa, il presbiterio che tuttora vediamo. L’opera fu solo l’inizio di un processo di ampliamento che coinvolse inizialmente la navata centrale, modificata e ingrandita seguendo i disegni del giovane architetto Giovanni Miazzi (1699-1797) e, in seguito, le due navate laterali, separate dalla centrale per mezzo di colonne monolitiche levigate di Possagno, sormontate da capitelli corinzi ricchi di foglie d’acanto, chiaro richiamo all’arte classica in risposta al barocco dilagante dell’epoca.

La Chiesa iniziò lentamente ad assumere la forma architettonica e la planimetria dell’edificio che vediamo oggigiorno e, dalla metà del 1700 in poi, ci fu un via vai di vari artisti: pittori, scultori, artigiani che diedero il loro contributo per ornare ed abbellire il futuro Duomo della nostra città.

Il pittore bassanese Giuseppe Graziani dipinse su tela, per il soffitto del coro, l’ascensione di Gesù, poco più tardi venne invece dipinta dal pittore veneziano De Santi sul cielo della Chiesa, la monumentale Assunzione della Madonna.

Si costruì più o meno nello stesso periodo l’altare Maggiore attuale col tabernacolo e solo successivamente nel 1748 venne progettato il nuovo campanile, staccato dal corpo della Chiesa.

Le due statue che vediamo di fianco al tabernacolo e raffiguranti S. Antonio Abate e S. Spiridione, furono scolpite da Giuseppe Bernardi che con ogni probabilità, fu il primo maestro di Antonio Canova.

  Si avvertì allora (1767) il bisogno di dare una “bella facciata” ad una chiesa così imponente che si affacciava, all’epoca, sulla piazza centrale e si ricorse per questo motivo al disegno dell’abate Daniello Bernardi di Bassano.

   Nel 1796, all’arrivo di Napoleone, la facciata era terminata e, pochi anni dopo, verranno posizionate le statue esterne tuttora visibili che raffigurano le tre virtù teologali: Fede; Speranza, Carità, e i due santi, S. Antonio e S. Spiridione, tutte attribuite ai fratelli Bosa di Pove del Grappa.

Il campanile, alto 70 metri, verrà ultimato e inaugurato nel 1817; la Chiesa invece, come detto all’inizio, verrà consacrata due anni dopo, il 12 settembre del 1819, ma potrà pregiarsi del titolo di “DUOMO” più di cent’anni dopo, nel 1965 con mons. Mario Ciffo.

Nel corso del 1900 l’edificio subì alcuni interventi di restauro e alcune modifiche interne che però non alterarono il modello architettonico di fine ‘800.

Il Duomo di Rosà possiede quindi un considerevole valore storico, spirituale e artistico, tuttavia poco valorizzato forse dal fluire frenetico delle strade adiacenti che non permettono di goderne la maestosità ed apprezzarne la presenza imponente sul resto del territorio.