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Che altro mi manca?

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Che altro mi manca?

di Antonio Bonamin

 

“Che altro mi manca?” è la sollecitazione che il Vescovo Pizziol ci offre per ripensare alla nostra condizione di cristiani nella lettera pastorale 2018-2019 per lo più rivolta alle comunità suggerendo una maggiore attenzione ai giovani. È un bel quesito, tratto dal Vangelo di Matteo (Mt 19,20), quando il giovane ricco chiede a Gesù: «ho seguito tutte le regole, cos’altro mi manca per il regno dei celi».

Questa lettura ci sollecita a ripensarci come comunità, cosa altro dobbiamo fare perché Rosà diventi una Chiesa compiuta. Noi, volontari Caritas, da poco abbiamo intrapreso una strada di servizio verso i poveri, con nostra grande sorpresa scopriamo il valore universale di questa pratica.

Ogni giorno, siamo in dialogo con afflitti e sfiduciati, emarginati e abbandonati. È un dialogo costante che ci mette di fronte ad una sfida profonda verso noi stessi, ogni giorno dobbiamo ripensare alla nostra condizione di cristiano in dialogo verso il prossimo, perché piano piano, mentre fai cose per il “povero” ti accorgi che il povero sei tu.

Scopri che le povertà non sono quelle materiali ma quelle emotive, di ambizione, di infelicità nonostante hai tutto.

Ecco il messaggio universale della Carità, non è una azione che fai per il povero, ma una azione che fai per te e per la comunità.

Questa esperienza ci conferma che è più quello che ricevi in verità e fede, di quello che dai in parole di conforto e pane.

Qui capisci il messaggi: la Chiesa è carità e non c’è Chiesa senza carità.

La Caritas Diocesana ci aiuta molto, ci guida nel nostro cammino per portare il giusto messaggio nella comunità. Ci esorta ad incontrare quante più persone e annunciare con lo spirito di missionarietà che è il compito principale di Caritas.

Il 18 novembre 2018, Giornata Mondiale del Povero, è stata un’occasione unica per allenarci ad ascoltare il “grido del povero” che è compito di tutti.

Il nostro impegno è che non sia stato un momento sporadico, relegato ad una ricorrenza annuale, deve essere pratica continua e, per questo, nel 2019 intraprenderemo un’attività di sensibilizzazione con i quartieri e con le frazioni.

La prima esperienza con il quartiere Ca Minotto ha dato frutti sorprendenti. È il nostro impegno come Caritas Parrocchiale di andare nel territorio e fare degli incontri di informazione e sensibilizzazione.

 

CRONACA SPICCIOLA

Carissimi, saluti affettuosi da tutti noi… ancora una volta desidero esprimere la mia gratitudine unita a quella della comunità parrocchiale di Mugunda per il grande dono che ci avete fatto perché potessimo comperare l’ecografo.

È già in funzione da un mese e per ora tante mamme ne stanno beneficiando.

Il Tecnico che esegue le ecografie ci ha detto che è una macchina molto buona. Siamo tutti molto contenti e vi diciamo grazie, Dio vi benedica e benedica la vostra generosità. Invio alcune foto con il personale del dispensario.

Cordiali saluti,

Sr. Adriana

 

CRONACA SPICCIOLA

 

“Da un’idea di Don Alex abbiamo cercato di far conoscere, ai giovani del GREST, l’antica tradizione del suono delle campane a corda. Non si aspettavano che a suonare le campane fosse così complicato. Molti hanno dimostratointeresse, alcuni una buona abilità e qualcuno si divertiva a farsi sollevare appeso alle corde delle campane”

Fiorenzo Martinello

CRONACA SPICCIOLA

All’interno del “Parco delle rose” a Rosà, sorge un capitello. Anni fa, don Alessio Graziani, nel salutare i rosatesi, pose un’immagine di Papa Giovanni XXIII. Non si sa quale fine abbia fatto quel quadro.

Per questo motivo, prima di lasciare la parrocchia, don Alex ha voluto coprire quel vuoto con la posa della statua di Maria Ausiliatrice, la Madonna di don Bosco. La foto riprende  il momento della benedizione.

Ci si augura che l’immagine abbia a testimoniare per lungo tempo il ricordo del bene che don Alex ha dispensato in questi sette anni di permanenza in mezzo a noi.                

Angelo Zen

CRONACA SPICCIOLA

 

Fare Sagra, secondo noi Giovani, può essere intenso come un gruppo di persone che condividono un obiettivo comune: unire le proprie energie per creare un evento in cui i rosatesi possono trovarsi, sentirsi parte della grande Famiglia di Rosà. Così ci siamo raggruppati e quest’anno si è formato un gruppone: compatto, solare e mai stanco, sia di piccoli che di grandi! Da stupirsi come basti girare l’angolo della strada per trovare preziose risorse che hanno voglia di mettersi in gioco al 200%! Anche solo per pochi giorni! Il nostro motto? Fare festa servendo e coinvolgendo i visitatori, senza troppe pretese! Perchè come dice un proverbio africano: se vuoi arrivare primo, corri da solo; ma se vuoi arrivare lontano cammina insieme!

Luca Gasparotto

 

 

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Il conducente di autobus

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Il conducente di autobus

(OVVERO CRONACA DI UN MIRACOLO)

di Antonio Girardi

 

Andrea, nel corso della sua carriera lavorativa, aveva sempre fatto il conducente di autobus.

“Turistici!” sottolineava, per dare enfasi ad una professione che gli permetteva di girare tutta l’Europa ma sopratutto l’Italia dove era soprattutto la città di Roma ad attirare l’attenzione dei clienti dell’agenzia per cui Andrea lavorava.

Ed anche quel giorno di fine maggio un liceo del suo paese aveva scelto la città eterna come meta per la gita scolastica di fine anno. Andrea, quella mattina, era partito di buon’ora perché la comitiva, composta da una quarantina di ragazzi, più tre professori, intendeva arrivare nel primo pomeriggio a Roma per prendere possesso delle camere dell’albergo e anche per fare una visita ad un santuario che il docente  di religione aveva declamato come un luogo mistico di grande importanza, soprattutto per la presenza di un frate che, a detta di molti, pareva fosse in odore di santità.

“È un santo! Ha poteri taumaturgici!” amava dire ai suoi studenti . Alle parole del professore i ragazzi avevano risposto con spallucce e dandosi di gomito, ignari dell’esperienza che di lì a poco avrebbero vissuto assieme ad Andrea ed al suo autobus.

Assolte le formalità per il possesso delle camere i ragazzi si apprestarono nuovamente a salire nel mezzo per recarsi al santuario che distava una quarantina di chilometri dall’albergo. Quando Andrea arrivò già le ombre cominciavano ad allungarsi e una leggera brezza piegava le cime degli alberi che facevano corona al luogo di culto. Il parcheggio era un po’ in discesa e stretto e terminava a ridosso di un muro abbastanza alto costruito per contenere un terrapieno. La manovra di retromarcia, di Andrea, non passò inosservata agli studenti che lo gratificarono con un applauso. Nel frattempo si era avvicinato al pullman un frate che, a dispetto della lunga barba, doveva essere molto giovane. Strinse calorosamente la mano ai professori, salutò i ragazzi con un sorriso, quindi invitò tutti ad entrare nel santuario.

“Dai vieni anche tu” disse rivolto ad Andrea. L’autista ringraziò motivando la rinuncia al fatto che preferiva riposare un po’.

“Come vuoi” concluse il frate dandogli un buffetto sulla guancia. Padre Luigi era il frate in odore di santità di cui tanto si era prodigato nel racconto il professore di religione. Si vociferava che avesse “ereditato” le stigmate alle mani da Padre Pio da Pietrelcina subito dopo la sua morte. I miracoli che gli venivano attribuiti erano molteplici. Aveva fondato anche un ordine religioso e ricevere i ragazzi era una sua prerogativa dettata dal desiderio di vedere avviato qualcuno di questi alla “carriera” religiosa.

Andrea non tardò molto ad appisolarsi sdraiato sui sedili in fondo al pullman. Le ore passate alla guida lo avevano particolarmente stremato.

Lo svegliarono i passi e il vocio concitato dei ragazzi che stavano salendo nel mezzo. Notò subito la loro eccitazione nelle parole che si scambiavano e nei gesti delle mani che disegnavano nell’aria qualcosa di grandioso che Andrea subito non percepì cosa fosse. Gli venne in aiuto il professore di religione nel dirgli che quei gesti alludevano alla figura di Padre Luigi.

“Piccolo di statura ma grande nello spirito” disse  “i ragazzi hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, difficile da cancellare come non cancelleranno dalla memoria le parole che Padre Luigi ha rivolto a loro. Peccato non sia venuto anche tu” aggiunse poi rivolto all’autista.

Lo sbadiglio di Andrea spiegò il motivo per cui non era potuto andare. “Sarà per la prossima volta” disse prima di mettersi alla guida e mettere in moto il pullman. Ma di ubbidire all’autista, il mezzo, sembrava non ne avesse la benché minima voglia.

La chiave di avviamento che Andrea girava nervosamente non produceva alcun rumore; nessun colpo di tosse usciva da quel bestione lungo dodici metri.

“Ma come è possibile!” gridò, flagellando, con i pugni, il volante “le batterie sono nuove, non capisco.” Poi guardando i manometri dell’aria si accorse che le lancette erano prossime al segno zero, il che significava che il mezzo era completamente bloccato e qualsiasi tentativo di spingerlo sarebbe risultato inutile. Questa constatazione la condivise anche con i tre professori che si erano avvicinati per chiedergli lumi.

Il frate, che aveva accompagnato i ragazzi al pullman, non vedendolo partire, tamburellò, con le nocche delle dita, la porta di vetro. Andrea la aprì e mise al corrente, il religioso, di quanto stava accadendo.

“Nessun problema!” disse serafico “chiamo i miei confratelli ed a spinta vedrai che lo facciamo ripartire”.

“Impossibile!” rispose Andrea scendendo dal mezzo e spiegando, con nozioni tecniche, la tipologia del guasto che praticamente

inficiava qualsiasi tentativo di spinta in quanto non essendoci aria nei serbatoi i freni erano completamente bloccati .

“E poi non vedi che il parcheggio è in salita?” rimarcò Andrea costringendo il frate a guardare la posizione di com’era  messo l’autobus.

Nel frattempo si erano avvicinati altri confratelli per chiedere spiegazioni della mancata partenza e quando furono a conoscenza dei motivi non esitarono a fiondarsi dietro al pullman, nel vano tentativo di spingerlo. Andrea li guardò sorridendo ma quando vide il bestione di dodici metri muoversi sulle ruote impallidì. Le parole che gli uscirono dalla bocca si spensero come un fiammifero investito da una folata di vento. Spinto da qualcosa di arcano salì nel mezzo, rotolò letteralmente sul sedile e non seppe mai se prima innestò la marcia o la frizione oppure il momento di quando rilasciò quest’ultima. Seppe solo, ma alcuni attimi dopo, che una forza sovrannaturale aveva rimosso il pullman che ora borbottava allegro e beffardo nel bel mezzo del piazzale con le lancette dell’aria che scoppiavano di salute. Anche i frati, che si erano precipitati a spingerlo, manifestarono il loro stupore per quanto era accaduto.

All’orizzonte intanto il sole stava per tramontare dipingendo di rosso il cielo, come di rosso stava dipingendosi il viso di Andrea  che lentamente si stava riprendendo ed ora guardava con eccitazione quanto era accaduto.

E fu in quel momento che lo vide: imponente, vestito di un saio che sembrava troppo grande per la sua statura. Camminava lentamente, sembrava quasi non toccasse terra, le mani raccolte nel grembo celate da un paio di guanti neri. Andrea lo vide fermarsi, deglutì con difficoltà quando notò che lo guardava con un sorriso che mai e poi mai avrebbe dimenticato. Cadde letteralmente in ginocchio sull’asfalto del piazzale e alzando leggermente lo sguardo si accorse che Padre Luigi lo stava benedicendo. Riuscì solo a biascicare un timido grazie prima che un alito di vento, assieme a copiose lacrime, mitigasse il rossore dal suo viso.

I nomi di questo racconto sono di fantasia mentre i luoghi ed i fatti corrispondono a verità.

 

I versi della vita di Beniamino Todesco

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I versi della vita di Beniamino Todesco

di Angelo Zen

 

Nel mio peregrinare dei giorni, mai avrei immaginato di imbattermi nel commento dei versi composti da chi mi fu antico compagno di liceo, in anni lontani. Allora avemmo occasione di condividere testi scolastici che le condizioni economiche non ci permettevano di acquistare. Ora ho l’onore di condividere sentimenti e valori mai banali.

L’occasione mi si è presentata da un casuale incontro avvenuto con Beniamino Todesco, che, con fare assai garbato, mi affidò una sostanziosa raccolta di suoi componimenti poetici che, a me sconosciuti, attirarono la curiosità e il mio interesse anche per mantenere viva la pagina che ospita questo periodico.

Inaspettata è stata la proposta come impegnativo è il compito di scandagliare nei versi altrui i sentimenti. Con queste premesse spero di riuscire a dare una visione d’insieme seppur parziale, del mondo a cui si è ispirato e del suo proporsi in questa nobile arte del poetare.

Beniamino Todesco è una importante figura di cultura umanistica e locale, acquisita nei molti anni di insegnamento e di vita trascorsa a Rosà. È elemento di spicco nel variegato e multiforme panorama culturale rosatese. La sua presenza non è mai camuffata da venale interesse. Ecco perché la sua testimonianza tocca direttamente il nostro territorio e merita  condivisione.

Nello scorrere i componimenti dell’autore balza agli occhi che egli si firma con il nome di Frawal (acronimo formato dalle iniziali dei nomi dei figli).

E questa non è una secondaria attenzione di tenerezza manifestata da un genitore.

Beniamino Todesco predilige indagare nel mondo rurale. Esempio ne è  ““Elogio della vita agreste”:“ Canto i campi e le divinità campestri….”

E ben si alza il verso nel ricordo di Angelo Comunello – titano della nostra terra – con i versi composti al raggiungimento dei cento anni di vita.

“Le palme nodose / il sudor si tergeva, / lontano guardava / la nebbia mattinal / fumare… Cresceva la nidiata, / maturavan le messi dorate… Son scivolati lievi / gli anni: / i rintocchi delle / campane… Si nasce alla fede, / alla vita, / alla speranza…/ bello l’oggi,/ il diman /sarà senz’altro migliore. Cerere feconda, / i sacri Lari / e il pio Enea / Ti accoglieranno / al riverberar/ della divina / Luce.”

Da sottolineare il respiro che dà alla speranza!

Emerge ancora lo sguardo attento alla natura e lo scopri attraverso “”il tintinnio giulivo della cincia… il dolce chiacchierio del ruscello… i rami del melograno, dai frutti rossi… l’inebriante profumo dei calicanti.”

Nello scorrere dei versi scopri che è molto attento nel trasferire nitide immagini della memoria che spazia dai teneri ricordi di giovinezza, ai rumori e ai profumi della campagna, accompagnati dalla sacralità dei gesti di chi la popola, per chiudere poi con i versi:

“Sono trascorsi gli anni, è giunta la sera / è inebriante / di Dio / la pace.”

Alla fine del suo canto ti propone il parallelo fra il pessimismo leopardiano ““E il naufragar m’è dolce in questo mare.”” (da L’infinito) e l’approdo assai diverso con cui si congeda il nostro poeta.

La veloce rassegna delle numerose composizioni di Beniamino Todesco non può che trovare il giusto epilogo con un inedito, composto di recente in occasione della commemorazione del centenario della esecuzione della Canzone del Grappa.

 

Oltre che ai doverosi complimenti per i sentimenti suscitati dalla lettura delle numerose composizioni, non mi resta che auspicare la pubblicazione di una raccolta dei vari scritti, perché quanto ho goduto io possa suscitare intense emozioni anche per altri.

 

24/8/2018

Cento anni dopo la prima esecuzione della canzone del Grappa 

Oh Grappa,

sacro monte

coperto di candidi fiori

alla pianura ti chini

in un tenero caldo abbraccio:

tu stringi

tutti i tuoi figli per noi caduti

Antonio, Nicodemo, Simone, Rosa ….

avvolgendoli

nel morbido verde velluto dei prati:

ci aleggiano intorno, ricomposti,

sospinti dal soffio

di una brezza divina,

i cari spiriti,

un mondo

di pace e d’amore

anelanti.

 

La Passione di Cristo secondo…Cusinati

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La Passione di Cristo secondo…Cusinati

Tutto nasce da una soffitta polverosa!!! (seconda parte)

 

di Claudio Pegoraro

 

Nella soffitta abbandonata da tempo, il vento parla con la voce della notte incombente, soffiando attraverso le finestre, alzando piccole nubi di polvere. Nella penombra, abbandonato da tempo, si intravvede un grande baule di legno con qualche dipinto ormai sbiadito e dai contorni incerti.

C’è qualcosa di misterioso, che incute timore e rispetto e sicuramente nasconde qualche sorpresa.

Così iniziava l’articolo comparso nel precedente numero di “Voce Rosatese”, ma ho voluto riproporlo in segno di continuità e per riprendere la narrazione da dove l’avevo interrotta.

Sacra rappresentazione della Passione di Cristo messa in scena dagli abitanti del paese di Cusinati di Rosà (VI), uno spettacolo appassionante in grado, con il suo toccante realismo ed effetti speciali degni dei migliori kolossal, di portare lo spettatore indietro nel tempo di 2000 anni. Aprile – Maggio 2019 sarà l’anno della XII edizione. Da quasi quarant’anni si rappresenta a Cusinati la Passione di Gesù.

Il luogo della rappresentazione è un vasto spazio aperto che viene trasformato in un angolo di Gerusalemme: il sinedrio, il pretorio di Pilato, l’orto degli ulivi, il cenacolo, il Calvario, il sepolcro. Una imponente rappresentazione, sacra nell’argomento, popolare nella realizzazione.

Ogni aspetto dello spettacolo è affrontato con le sole risorse umane e tecniche locali:

il progetto scenografico e coreografico curato nei minimi particolari e di rara suggestione, la scuola di recitazione, che si avvarrà della competenza e preparazione del dott. MATTEO RINALDI, l’allestimento,

il confezionamento dei costumi e degli accessori, la colonna sonora, coinvolgente ed a volte struggente, il testo recitato da voci fuori campo, la sapiente conduzione, che quest’anno si avvale della collaborazione

della dott.ssa INES MARIA LOPEZ HERNANDEZ, esperta in regia, scenografia, sceneggiatura e costumi, con un passato di successo nella televisione cubana come attrice, presentatrice e scrittrice; tutti sono chiamati a dare il meglio delle proprie conoscenze e competenze. Si tratta certamente del più grande spettacolo corale del triveneto, impreziosito anche dalla creatività e suggestione delle luci. Il testo della rappresentazione è frutto di un attento lavoro sui quattro vangeli, ed interpretato da attori dilettanti che si preparano con serietà e dedizione.                                                                                                                              Dal 1980, a cadenza più o meno regolare, oltre trecento cusinatesi danno vita alla sacra rappresentazione della passione di Cristo. È importante sottolineare il carattere profondamente autonomo e libero di questa originale cultura locale e l’impegno che essa suscita ancor oggi negli eredi di questa tradizione. La comunità  di Cusinati si stringe attorno alla sacra rappresentazione per ben dieci mesi, tanto da diventare per i residenti quasi uno scadenzario attorno a cui ruotano le altre attività, ruoli che si tramandano di padre in figlio e custoditi gelosamente anche a dispetto dei cambiamenti temporali e generazionali e chi interpreta questi ruoli non lo fa solo per mantenere fede ad una tradizione, o perché appassionato di arte e di teatro, ma anche come gesto spirituale profondo: lo si legge nei volti e negli occhi di queste persone che inscenano la sacra rappresentazione. Un messaggio di amore, di perdono e di pace che indegnamente tentano di trasmettere a tutti, che con la risurrezione si trasforma in un messaggio universale di speranza, non prima di essere passati dalla scena madre, tragica e commovente, quella della crocifissione e della pietà, dove gli attori coinvolti in prima persona, non solo provano, ma cercano di suscitare profonde emozioni.

E lo si vede dai volti degli spettatori dai quali traspare curiosità, ammirazione e commozione.

Ciò che lo spettatore vede, non accade per caso o per magia; è il risultato finale di mesi di studio, di preparazione, di incontri, di prove, di aggiustamenti, di suggerimenti, a volte anche attraverso un confronto serrato ed un’analisi articolata e meticolosa.                                                    L’evento straordinario richiede e merita una preparazione straordinaria, per cui sono state   programmate una serie di iniziative di approfondimento culturale e spirituale, per offrire a tutti i partecipanti ed a tutta l’unità pastorale un’occasione di crescita ed agli spettatori un prodotto, che oltre ad essere artisticamente godibile, sia soprattutto capace di suscitare emozioni.

  • Dal 23 al 30 dicembre 2018

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA                                                       (occasione irripetibile, da non perdere).

  • Giovedì 10/17/24/31 gennaio 2019 CORSO DI DIZIONE SUL TESTO DELLA PASSIONE, tenuto dal DOTT. MATTEO RINALDI (“condicio sine qua non” per coloro che presteranno la propria voce ai personaggi della sacra rappresentazione).
  • 12 Gennaio 2019

FESTA DEL PATRONO SANT’ANTONIO

ABATE DUOMO DI ROSÀ concerto dell’ORCHESTRA DI PADOVA E DEL

VENETO direttore A. SEGAFREDDO.

  • 14/17/19/21/24/27 Aprile e 03/10/17

    maggio 2019

SACRA RAPPRESENTAZIONE.

  • Domenica 03 marzo 2019

visita guidata alla CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI affrescata da GIOTTO a PADOVA.

  • Domenica 07 aprile 2019

visita guidata alla “SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO” (Tintoretto) e “MOSAICI DELLA BASILICA DI SAN MARCO” a VENEZIA.

  • Sabato 04 maggio 2019

concerto BlueSingers&Orchestra coro e orchestra di Bassano del Grappa

direttore Diego Brunelli (nell’arena della sacra rappresentazione a Cusinati).

  • Domenica 19 maggio 2019

grande “CONCERTO DI RISURREZIONE” con la “BANDA MONTE GRAPPA” DI ROSÀ, direttore Stefano Fabris (nell’arena della sacra rappresentazione a Cusinati), ATTO FINALE.

  • Incontri quaresimali 2019 in programmazione.

IL RICAVATO DEI DUE SPETTACOLI MUSICALI SARÀ DEVOLUTO IN

BENEFICIENZA. UN PROGRAMMA MOLTO VASTO, AMBIZIOSO ED IMPEGNATIVO, CHE PERÒ NON MANCHERÀ DI ESSERE GENEROSO DI SODDISFAZIONI CON LA COLLABORAZIONE DI TANTI VOLONTEROSI.

Una manifestazione di grande spessore, che, tra suggestione ed incanto, contribuisce all’identità di Cusinati.

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Correva l’anno 1977 …il 1° presepe artistico in duomo a Rosà 40 anni e… non dimostrarli

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Correva l’anno 1977 …il 1° presepe artistico in duomo a Rosà 40 anni e… non dimostrarli

di Lorenzo Carlesso

 

Per raccontare una storia lunga 40 anni ci vorrebbe un libro intero, non solo due pagine, ma proviamo lo stesso.

Il tutto nasce quando ero ancora piccolo ed in ogni famiglia si faceva il presepe con materiali semplici: legnetti, sassi, uno specchio rotto facente la funzione di lago, tanto muschio ed i più fortunati potevano utilizzare una lampadina. Infine le statuine rigorosamente di gesso e scolorite.

Crescendo sembrava avessi dimenticato, invece dopo i vent’anni, notando che in chiesa nel periodo natalizio c’era sì il presepe, ma allestito sempre allo stesso modo, sentii di condividere con alcuni amici il desiderio di rappresentare l’evento della Natività in modo sempre diverso ed originale, così da contribuire a richiamare il significato autentico del Natale… e da quel momento nacque un’esperienza che dopo 40 anni è tutt’oggi gratificante per il gruppo Amici del Presepe!

Per migliorare l’allestimento andavamo a visitare i presepi dei paesi vicini, cercando di volta in volta di carpire qualche idea da poi concretizzare per il nostro presepe di Rosà. Gli incidenti di percorso non sono mancati, come l’acqua che correva sul pavimento e non all’interno del ruscello, la neve (polistirolo) che cadeva in giro per la chiesa e gli angeli che volavano al contrario… ma con il tempo ci siamo sempre più attrezzati ricorrendo al cambio luci elettronico, ai ruscelli d’acqua, alla realizzazione di alcuni movimenti ed all’acquisto di statue nuove.

Dopo i primi anni abbiamo avuto la brillante idea di organizzare il concorso del presepe in famiglia: la presenza del presepe nelle nostre case è molto importante poiché oltre a rappresentare la nascita di Dio bambino, simbolizza una nuova vita che giungerà tra di noi, un cambio che ci offre l’opportunità di “tornare a nascere” in amore e saggezza e dimenticarci i rancori e l’amarezza che ci allontanano dall’amore.

Se alla prima edizione gli iscritti erano trenta, già alla sesta edizione erano diventati quasi cento, tanto che per poter premiare tutti i partecipanti dal salone dell’oratorio si è dovuti passare al teatro.

La grande passione ci ha portato ad allestire un presepe sia presso la scuola materna Gesù Fanciullo per la gioia dei bambini sia presso l’Istituto Palazzolo per tutti i suoi ospiti.

A mio avviso, tra tutti i presepi realizzati, l’ultimo è il più significativo perchè ha visto il coinvolgimento di circa cinquanta ragazzi e ragazze. Si tratta di coloro che nel mese di luglio hanno partecipato al Grest organizzato dal Circolo Noi in oratorio ed in particolare di quelli che hanno partecipato al laboratorio di traforo, realizzando pastori, pecore, case e palme di tutte le misure, poi dagli stessi colorati: il risultato finale è stato per loro entusiasmante anche perchè poi apprezzato a Natale da tutta la comunità!

Un grazie di cuore va a tutti gli amici, e sono tanti, che hanno sostenuto e che sostengono questa bella esperienza!

Un invito ai bambini: chiedete aiuto a mamma e papà, a Natale fate il presepe, sarà la famiglia di Nazaret a rivivere nella vostra famiglia.

Buon Natale a tutti!

Gli Scalabriniani Rosatesi

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Gli Scalabriniani Rosatesi

il gruppo missionario

 

Da quando, nei lontani anni venti del secolo scorso, i Missionari di San Carlo costruirono l’attuale imponente edificio in Bassano del Grappa, parecchi ragazzi rosatesi risposero alla chiamata di Mons. Scalabrini. La missione era quella di accompagnare i nostri emigranti nelle più diverse località del mondo  avendo come mete principali i diversi paesi d’Europa e un buon numero con destinazione America del nord, America Meridionale ed Australia.

     Col passare degli anni la situazione economica ebbe a migliorare sensibilmente e il fenomeno migratorio mutò così da far cambiare radicalmente il campo d’azione dei missionari.

     Tra gli ultimi sacerdoti scalabriniani è da ricordare p. Giovanni Lino Meneghetti, che iniziò la sua opera in Gran Bretagna, tornò a Milano per seguire i migranti filippini, quindi in Svizzera e successivamente in Sud Africa. L’abbiamo incontrato a Rosà l’8 luglio scorso in occasione della celebrazione del suo 50° di sacerdozio.

     Il nostro scalabriniano più giovane è p. Giovanni Bizzotto. Iniziò il suo servizio in Canada, si trasferì in California e quindi in Messico, dove lavorò come animatore vocazionale nella capitale. Fu al confine con gli Stati Uniti d’America come responsabile di un centro di accoglienza dei migranti che tentarono di entrare clandestinamente negli U.S.A.. Da quest’anno è parroco alla periferia di Chicago, sempre a servizio di tutti, ma in particolar modo degli immigrati latino-americani.

Prima della morte, avvenuta il 16 agosto scorso, procurata da un ictus cerebrale durante la celebrazione della messa, p. Luciano Baggio, ebbe a inviare una lunga lettera da Mendoza (Argentina) con la quale ci ragguagliava sulla sua attività di prete rosatese a servizio del mondo.

“In parrocchia visito gli anziani autosufficienti, ospiti di cinque ricoveri privati… ogni venerdì mi presto a confessare in occasione della messa delle ore 12, nella centralissima chiesa dei Gesuiti. L’ospedale italiano, pur conservando il nome, ora è gestito da medici privati, così come la scuola italiana, che di italiano conserva solo il nome.

L’assillo economico più impegnativo è quello del ricovero per alloggiare i migrnati, provenienti principalmente dal Cile o da Haiti. Un gruppo di volontari svolge servizio di aiuto alla missione per un raggio di sessanta chilometri, dove non ci sono chiese ma si recano in varie baracche di immigrati boliviani…”

Giovanni Simonetto ebbe a lasciare il “suo Brasile” a 92 anni di età per divenire ospite dell’Istituto di Bassano del Grappa ove aveva iniziato i suoi studi. E lì ebbe a morire, a quasi 98 anni, dopo aver speso le sue energie per gli italiani e per tutti gli immigrati del Rio Grande do Sul, del Venezuela e aver guidato per sei anni la congregazione come Superiore generale a Roma.

Vite intense, splendidi esempi che hanno illuminato e stanno  testimoniando ancor oggi il carisma scalabriniano sulla scia dell’insegnamento del Vangelo: “Venite, benedetti del Padre mio, …ero forestiero e mi avete ospitato…

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“Rosà fra fine ottocento e la prima guerra mondiale”

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“Rosà fra fine ottocento e la prima guerra mondiale”

di Angelo Zen  

 

Mancheremmo ad una nostra aspirazione, quella di essere attenti testimoni della vita culturale rosatese,  se lasciassimo passare sotto silenzio l’avvenuta pubblicazione di un volume dal titolo “Rosà tra fine ottocento e la grande guerra” curata dal dott. Giuseppe Grandesso.

Ciò è avvenuto in concomitanza con le celebrazioni dei cento anni dalla prima esecuzione della canzone del Grappa. La grande passione e il generoso slancio del cultore di storia locale hanno portato a termine un lavoro molto prezioso per una rivisitazione accurata ed accattivante di un lungo tratto della nostra storia.

Stralcio un brano dalla prefazione fatta dall’autore: “Questo piccolo lavoro non ha le pretese di un trattato storiografico, dove ogni evento ed ogni personaggio viene sezionato nei minimi particolari, ma cerca di dare uno sguardo spesso leggero, alla Rosà di un secolo fa, una sorta di album dove scorrono tante cartoline provenienti da un passato ormai dimenticato.

Tanti personaggi, avvenimenti, aneddoti vengono raccolti certamente con passione ed un pizzico di orgoglio perché conoscere ed apprezzare la nostra storia passata è importante per comprendere il presente e guardare fiduciosi al futuro”.

Non poteva essere meglio disegnato l’obiettivo che l’autore si pone nel presentare la sua opera. Lo scorrere delle pagine fa risaltare come lo snodarsi dei capitoli, distinti per argomenti e corredati da una nutrita serie di fantastiche foto, renda anche visivamente accattivante l’interesse  per l’approfondimento delle tematiche selezionate.

Cito solo un esempio: l’esame della società e la politica del tempo. L’autore mette in risalto la presa di coscienza dell’economia prettamente rurale, dominata dal latifondismo. Vengono ricordati i più rappresentativi personaggi di allora e lo stemperarsi di una società assai sottomessa. Essa è guidata da autorevoli personalità che a tutt’oggi risultano monumenti di saggezza e di lungimiranza, sono molte le figure che emergono. Fra le tante balza all’occhio quella di mons. Angelo Celadon, arciprete di Rosà, costretto a subire il confino per essere stato testimone scomodo della grande guerra.

Altro personaggio  di rilevanza non trascurabile è la figura di Leonardo Dolfin Boldù (1864-1940). Protagonista della vita politica e amministrativa della prima metà del ‘900. Il suo lungo mandato alla guida del comune è contraddistinto dal fatto di aver dotato le singole frazioni comunali di autonome scuole elementari, contribuendo significativamente a debellare la piaga dell’analfabetismo. Nell’anno 1920, unitamente alla “saggezza” di mons. Luigi Filippi, fu promotore di un nuovo contratto sulla mezzadria, rendendo più favorevole la dipendenza del fittavolo.

Sfogliando le pagine del volume si rivive il lento cammino dell’affrancamento culturale. Basta citare una foto che ritrae una compagnia teatrale di Cusinati, presieduta da don Luciano, risalente agli anni ’20 o una foto che ritrae una quarantina di giovani, guidati da mons. Filippi, facenti parte di un Gruppo Culturale Cattolico, munito di bandiera.

La recensione del testo è solo sommaria ma utile a far risaltare la versatilità, duttilità e docilità di un popolo, ben sintetizzata nel giudizio espresso dal Card. Sebastiano Baggio, citato nella prefazione: È la nostra una storia senza protagonisti, senza figure di primo piano, senza eroi. Il nostro eroe… …è il nostro popolo, cui si integrano volenterosamente e spesso entusiasticamente i capi che egli stesso si sceglie”.

Lo scorrere veloce dei testi porta al racconto molto curato, con una documentazione fotografica  rilevante, tesa ad illustrare quello che l’autore ambiva dettagliatamente raccontare: Villa Dolfin e la prima esecuzione di “Monte Grappa tu sei la mia patria”.  

E per questa parte lo sforzo di raccolta di documenti è stato caparbio e minuzioso perché segna un risultato strepitoso, tale da far rimbalzare la meraviglia dai più disparati siti.

Il capitolo conclusivo del volume fa da plastica cornice e logisticamente fa da ponte con la manifestazione del 24 agosto Non poteva visivamente meglio legare con quello che nello stesso luogo era avvenuto cento anni prima.

Nel suo insieme l’opera ottiene un risultato che solo la tenacia nella ricerca poteva raggiungere. In essa si arriva a raccontare la “nostra” storia di ieri, con una semplicità unica. Lo snodarsi del testo è talmente coinvolgente che riesce ad attrarre anche chi non è specialista nel campo.

E quindi il risultato ottenuto maggiormente meritorio per l’autore.

Il volume, molto curato graficamente, rimarrà a testimoniare la passione e la tenacia di un rosatese che con grande generosità ha gratificato i suoi concittadini di un dono prezioso che darà lustro all’intera comunità.

 

Grandesso è doveroso!

 

Diversamente uguale

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Diversamente uguale

di Fabrizio Parolin

 

“No, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave…” (Michele Salvemini-Caparezza) Respirava forte forte l’aria fredda, quell’aria fredda che ti riempie i polmoni e brucia leggermente le narici.

Respirava così profondamente che sentiva quasi pulsare le tempie e gli occhi lacrimavano appena.

Si sentiva felice così, quello era il momento più bello della sua giornata, da solo senza nessun giudizio, senza nessun confronto, senza nessuna maledetta aspettativa di successo e di perfezione.

Si sentiva fuori dalla gabbia quotidiana che lo rendeva triste, infelice, troppo diverso e preferiva restare solo, seduto su quella panchina a fissare le montagne con sguardo assorto, distratto ogni tanto dal fruscìo dei pioppi e dal rumore scrosciante del Brenta che scorreva maestoso.

Allora gli venivano in mente le parole di Gianni, il padre che non c’era più… Gli bastavano quei pochi minuti per ritrovare se stesso, per capire che lui non era sbagliato, non era meno intelligente, non era diverso o forse si, lo era, ma ognuno è particolare a modo suo e questa è la cosa più bella e preziosa; gli occhi ora gli brillavano e si sentiva più sereno.

Ma perché le persone non capivano? Perché i suoi compagni di classe, di scuola, lo guardavano con diffidenza, con distacco, quasi fosse un alieno? Claudio era un ragazzo semplice, aveva molti interessi che però erano differenti rispetto a quelli dei ragazzi della sua età.

Claudio non usciva spesso, era timido, introverso, non giocava a calcio, non giocava a basket, a pallavolo, non faceva sport, si insomma, non era molto atletico e alla fatica, preferiva la quiete della biblioteca, la serenità dello sgabello che ogni sera lo richiamava di fronte al suo pianoforte.

“La gente lì fuori, a volte è davvero troppo cattiva” gli ripeteva spesso il padre.

“Ma tu fregatene, vai bene così! Il giudizio negativo degli altri fa male, lo so, fa molto male, ma non potrà mai oscurare il tuo essere speciale. Ricordatelo bene Claudio, ci sono passato anch’io e nonostante ci sia questa differenza di età, se potessi abbattere lo schermo degli anni, ti donerei l’inconsistenza dello scherno degli altri. So bene come ti senti e so quanto ti sbagli, credimi”.

Ecco, quelle parole alle quali inizialmente non aveva dato il giusto peso, ora gli risuonavano in testa come una specie di mantra, una sorta di formula magica che ogni giorno lo accompagnava ovunque.

Quelle parole gli facevano ritrovare coraggio, fiducia, voglia di fare, di conoscere, di sapere, perché si ricordava che è sempre così: i giorni tristi e difficili ci sono stati, ci sono e ci saranno, ma qualcuno lì fuori ti riconoscerà per quello che sei, ti apprezzerà per quello che vali, sarà con te perché non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave…

“Rimani zitto, niente pareri, il tuo soffitto, stelle e pianeti, a capofitto nel tuo limbo in preda ai pensieri, procedi nel tuo labirinto senza pareti” di Michele Salvemini.

P.s. La storia è ispirata al testo del brano intitolato “Una chiave” di Michele Salvemini, in arte Caparezza e ne contiene alcuni  iferimenti testuali.

 

I cento anni della Canzone del Grappa

Caricato da il 9-02-2019 in Edizione Corrente, Storia Rosatese | 0 commenti

I cento anni della Canzone del Grappa

di Giuseppe Grandesso

Le meraviglie di villa Dolfin hanno accolto il 24 agosto scorso, la festa per il centenario della “Canzone del Grappa”. Una data importante per la storia di una comunità che ha voluto così ricordare come le note di “Monte Grappa tu sei la mia patria” siano state composte ed eseguite ufficialmente, per la prima volta proprio a Rosà.

A quel tempo, fu la tiepida aria di quel mattino del 24 agosto 1915 che accolse le neonate note di quello che diverrà uno degli inni patriottici più noti ed ascoltati della storia nazionale. Sotto la guida di un capitano collocato sopra un improvvisato piedistallo fatto di una sedia impagliata, si levò solenne da un folto gruppo di musicanti e di coristi, una melodia che avvolse e conquistò tutti i presenti. Lo stesso re, presente alla festa dell’Armata del Grappa, volle congratularsi con gli autori… in quel momento era nata una stella.

Oggi, l’evento ha saputo raccogliere e mettere assieme tante realtà provenienti dal mondo civile, militare e religioso riuscendo nello stesso tempo a proporre una solenne e rispettosa commemorazione dei tanti morti della Grande Guerra ed un gioioso quanto apprezzato concerto della Banda Monte Grappa e del Coro Improvviso.

Fra le tante autorità presenti, non ha voluto far mancare la sua presenza nemmeno Giove pluvio che a braccetto col Fato ha creato quel gioco di incertezza tra scrosci di pioggia, folate di vento e schiarite improvvise: un copione scherzoso che dapprima ha preoccupato non poco l’organizzazione e che poi ha dato spazio allo svolgimento di una serata esaltante.

Una manifestazione riuscita quella del centenario della canzone “Monte Grappa tu sei la mia Patria” frutto del lavoro di un gruppo di appassionati che in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e col supporto di numerosi Sponsor, hanno saputo proporre una festa che è andata oltre la semplice commemorazione del centenario bellico riuscendo a condensare i propositi nel semplice motto: “la guerra divide, la musica unisce”.

Oltre un migliaio di persone hanno seguito la manifestazione che dapprima si è snodata attraverso gli interventi delle autorità: si è voluto riproporre un percorso storico della nascita della Canzone del Grappa, attraverso gli interventi del sindaco di Galliera Veneta (nella cittadina padovana il neonato inno veniva proposto all’ascolto del gen. Giardino), del sindaco di Cartigliano (nel piazzale di villa Capello, la prima grande prova pubblica) e del sindaco di Rosà (la prima esecuzione ufficiale); apprezzati inoltre gli interventi dei rappresentanti nazionali delle associazioni dei Fanti, Alpini e Bersaglieri.

Molte iniziative hanno fatto da contorno alla manifestazione: nel grande porticato della villa era presente una mostra di foto d’epoca ed il pianoforte dove venne composta la musica della celebre canzone, in anteprima anche il libro “Rosà tra fine ottocento e la Grande Guerra” che racconta la Rosà di 100 anni fa e la “Grappa del Centenario”, una preziosa e storica bottiglia proposta dalla distilleria Capovilla a ricordo dell’evento.

Il grande concerto della Banda Monte Grappa e del Coro Improvviso hanno infine completato una giornata memorabile che rimarrà a lungo nella memoria di tanti appassionati; all’interno delle melodie proposte altre iniziative hanno coinvolto i presenti come: il canto della prima strofa della canzone “Monte Grappa tu sei la mia Patria” alle 21:00 in contemporanea da vie, piazze, circoli culturali e caserme; il rinnovo del gemellaggio con le città di Schallstadt e La Crau; e l’esecuzione di una nuova canzone “Rosa Rosà” che richiama nei suoi versi personaggi legati al nostro paese e che hanno attraversato quell’epoca.