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AVERE FEDE = AVERE FIDUCIA

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AVERE FEDE = AVERE FIDUCIA

Un buon viaggio, sia fisico che dell’anima

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Un buon viaggio, sia fisico che dell’anima

di  Debora Prendin

 

“Buon viaggio sia fisico che dell’anima”.Con questo augurio di un vecchio amico sono partita, nel dicembre scorso, per il pellegrinaggio in Terrasanta. Esperienza indimenticabile, sia dal punto di vista culturale, ma soprattutto religioso. Quasi ogni posto visitato valeva la pena, da solo, del viaggio.

Ma ciò che più resterà indelebile sia nel ricordo che nel cuore mio e degli altri compagni di viaggio è stata la notte di Natale. Il traffico nella notte a Betlemme ci ha fatto arrivare in ritardo a La Cloche. I ragazzi del nostro gruppo avevano preparato delle musiche col flauto per i piccoli ospiti dell’istituto. Ma quando siamo arrivati i bambini già dormivano.

La superiora ci ha condotti in chiesa e ci ha spiegato dove eravamo. La Crèche ospita circa ottanta bambini dalla nascita fino ai sei anni; di questi una quarantina sono interni. Questi bambini sono figli di ragazze madri palestinesi, destinate alla lapidazione. Sono il frutto di violenze o di incesti, sono bambini disabili rifiutati dalla famiglia. Grazie alle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, questi piccoli hanno una casa, delle cure, dell’affetto.

Dopo quelle sconvolgenti informazioni, in silenzio, ci siamo diretti verso le stanze. I bambini dormivano, divisi per età, nei loro lettini vicini gli uni agli altri. L’ultima stanza ospitava i più piccoli, quelli di pochi mesi.

Mi sono avvicinata ad una culla dove c’era un bambino di sette mesi. Era sveglio. Gli ho parlato per un po’. E nel momento in cui l’ho preso in braccio il resto del mondo non c’era più. C’era solo lui, con il suo sorriso e  una forte emozione che mi ha colmato tutta, pensando che non avrà mai un cognome, mai una famiglia, mai una mamma da cui farsi abbracciare o consolare. Vicino a me Teresa aveva in braccio un bambino di un mese, con la tutina rossa, figlio di una quattordicenne.

Quando abbiamo chiesto se potevamo portarli in Italia, la bambinaia si è illuminata e ha detto “In Europe?”. Cosa sarebbe l’Europa per quei bambini? Un futuro che in Palestina non è ricco di speranze perché l’adozione non è permessa e quindi saranno sempre cittadini di serie B.

A malincuore li abbiamo rimessi nelle culle e ci siamo diretti in chiesa. Qui è stata celebrata la S.Messa di Natale: qualcuno ha fatto le sue riflessioni ad alta voce. Il nostro cuore era gonfio d’emozione.

Penso che nessuno di noi abbia mai fatto un’esperienza, proprio la notte di Natale, con bambini soli, più soli di quel Gesù che duemila anni fa è nato proprio a Betlemme, ma che vicino aveva dei genitori, poi dei pastori, infine dei re. Il pellegrinaggio è proseguito, poi siamo tornati a casa dalle nostre famiglie e dagli amici. Siamo diversi rispetto a quando siamo partiti. Certe esperienze ti cambiano, ti migliorano, ti rasserenano.

Quello che abbiamo visto in quegli otto giorni, per un credente, è stata la conferma storica e geografica dell’esistenza di Cristo.

Antonio Girardi Poeta del vissuto

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Antonio Girardi Poeta del vissuto

di Angelo Zen

Nato nel 1954 abita in Via Giacomo Matteotti a Rosà.

Ho tra le mani un libro di poesie, pubblicato di recente. Si intitola “Battiti di Versi”. Me l’ha regalato un rosatese, casualmente incontrato.

Antonio Girardi ha concluso da alcuni anni il suo tragitto lavorativo di impiegato nel turismo come conducente di autobus ed ora può dedicare il suo tempo ai quattro splendidi  nipotini e dilettarsi nello scrivere versi.

L’esperienza vissuta nel viaggiare in molti casi è fonte di ispirazione. Ma sono altri e  più disparati i temi che egli lambisce con i suoi versi. In particolare riesce a scavare con molta efficacia nell’animo umano e coinvolgerti emotivamente.

La lettura della raccolta mi trascina. Devo rallentare la voglia che mi spinge ad inseguire di pagina in pagina il dopo, per ambire al meglio di quello che di bello ho già gustato. E questo mio modo di procedere temo  nuoccia alla distinta selezione dei sentimenti che mi assalgono.

Alla fine mi dispiace di aver esaurito tanto in fretta il prezioso scrigno di tesori, che solo la bravura dell’autore mi è stata capace di svelare.

La raccolta di poesie attrae anche perché non si snoda attraverso un filo conduttore ben definito ma fotografa immagini scandite da suoni che trasmettono la tensione di chi scrive e arrivano ad incidere sensitivamente in chi legge. Raccolgo alcuni versi che più mi hanno colpito, ma sono certo che la selezione ne mortifica altri, certamente più belli.

La mia penna – come la spada – fende il foglio – lacerando i versi – che non avrei – mai voluto scrivere. (pag. 1)

Vorrei scrivere … di donne – libere di sdraiarsi sopra ad un prato – con la luce del tramonto – che non inciampi – nel buio di uno spirito vigliacco. (pag. 59)

Dolomiti … scolpite – con l’accetta – dei cavatori del tempo. – Mani di artigli – protese – ad arpionare – un cielo blu cobalto … – Culla del vento – che nella quiete – dei tanti colori – trova il riposo. (pag. 133)

Lascio all’autore la scelta delle poesie che fa da corollario a questo scritto.  Mi complimento e lo ringrazio per le emozioni che è riuscito a trasmettermi. Finchè la sorte mi fa  incontrare,  casualmente, lungo una strada qualsiasi, una persona come Antonio Girardi, per Rosà rifiorisce una speranza nuova e riduce in me un nascosto, sottile scetticismo, perché è una Rosà che pur esprimendosi, lontana dai riflettori, merita grande considerazione.

 

Primavera d’autunno 

 

Amo l’autunno

quando nel cuore

batte un’anima

intrisa

dell’odore del muschio e

di castagne caduche e

di variopinte foglie

che la brezza

disperde

in pastelli sui viali.

 

Amo l’autunno e

le sue nebbie

che congiungono

la terra al cielo

in una bianca stretta

che dà voce solo al silenzio.

 

Amo il suo vestito fresco

di brina e di rugiada

dove titubanti i raggi

si attardano

nel riflesso di una lacrima

zampillata

dagli occhi della notte.

 

Amo l’autunno

l’odore acre

del fumo dei comignoli

che intreccia nell’aria

scampoli di parole

rimestate davanti al fuoco

a consumar braci di ricordi.

 

Amo l’autunno

quando ricama

sul pentagramma dell’anima

la sinfonia dei suoi colori

e i tessuti del cuore

con fili di organza

dove si trastullano

sopite emozioni

destarsi improvvise

in questa primavera … di stagione.

 

Acini acerbi

(Ad un bambino che non c’è più)

 

La mia penna

come la spada

fende il foglio

lacerando i versi

che non avrei mai

voluto scrivere

appesi come grappoli

di acini acerbi.

 

Versi di rabbia

scavano le parole

e l’inchiostro si fa lacrime

sulla tua pelle

violentata.

 

Vendemmierò

il tuo ricordo

di acini acerbi

dal filare di questo foglio

per seminare di una luce nuova

il solco del tuo sguardo.

Dolci Note

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Dolci Note

di Claudio Pegoraro

 

Potrebbe essere il nome accattivante di una pasticceria, che ci tenta e ci delizia con le sue prelibatezze, ma non è così!!! Il canto è da sempre radicato nella nostra tradizione veneta, eppure da troppi anni sta andando progressivamente in disuso; i ragazzi sono attirati in un circolo vizioso come consumatori passivi di musica preconfezionata; in tal modo vengono offuscate e penalizzate le loro potenzialità espressive e creative, che attraverso il canto potrebbero invece svilupparsi, ma soprattutto far scoprire uno strumento attraverso il quale poter esprimere le proprie gioie, le proprie paure, ma soprattutto le proprie emozioni.

Il canto corale è una delle esperienze più entusiasmanti e coinvolgenti che una persona possa vivere, perché tocca spazi e tempi interni all’uomo, libera emozioni profonde, mette le ali alla fantasia. Infatti attraverso il canto in coro i bambini si allenano all’impegno, alla responsabilità, imparano ad apprezzare le proprie capacità e quelle degli altri. Il canto corale è di per sé un importante momento di aggregazione, socializzazione e condivisione di valori.

IL PICCOLO CORO SI PRESENTA!

Il “CORO DOLCI NOTE” nasce nel 2014 dal desiderio di creare un coro di bambini/ragazzi con l’intento di farli divertire insieme cantando, offrendo loro un posto accogliente e l’occasione per nuove amicizie. Il coro è nato in ambito parrocchiale, con l’impegno di animare una volta al mese una S. Messa in parrocchia ed altre occasioni, come l’apertura dell’anno catechistico ed altre celebrazioni consone al proprio repertorio. Il coro attualmente è composto da 23 elementi. I bambini e i ragazzi, dalla prima elementare alla prima superiore, sono una quindicina e sono supportati anche da alcuni fuoriquota, giovani e qualche mamma. Si ritrovano ogni sabato pomeriggio dalle ore 15.30 alle 16.30, dopo l’attività dell’A.C.R. in patronato a Cusinati. È in fase di studio qualche tipo di collaborazione con il “CORO DELLE MAMME”. Naturalmente è aperto a tutti coloro che volessero farne parte. La direzione è affidata alla pazienza e competenza di Sergio Siviero, coadiuvato all’organo e tastiere da Giorgio Siviero ed alle percussioni da Marco Paolin. Ovviamente il repertorio è adeguato all’età e tratto da compositori contemporanei di canti religiosi per bambini e ragazzi. L’obiettivo del “CORO DOLCI NOTE” è quello di creare un gruppo di bambini e ragazzi che attraverso la musica imparino i valori dell’amicizia, della collaborazione, del rispetto e portatrice di un messaggio positivo.

“DIVERSE VOCI FANNO DOLCI NOTE” !!!

…e con questo fanno tre, tanti sono i cori che a Cusinati animano le liturgie durante l’intero arco dell’anno e ci auguriamo che questo sia di buon auspicio per la sopravvivenza dei cori più “adulti” e chissà che anche per loro ci siano nuove adesioni e si aprano più ampi orizzonti e nuove possibilità.

PER LA GALLERIA FOTOGRAFICA CLICCA QUI

Per chi volesse sapene di più, o tenersi informato: Sergio Siviero, cell. 366 387 3847 sergio.siviero64@gmail.com

Associazione “La Famiglia del Palazzolo”

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Associazione “La Famiglia del  Palazzolo”

di Livio Pellizzari

Voluta dall’entusiasmo di un gruppo di volontari accumunati da un comune spirito di solidarietà e già operanti all’interno dell’Istituto delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo di Rosà, nel mese di luglio 2017 è nata una nuova associazione a Rosà, l’associazione La Famiglia del Palazzolo. L’associazione svolge attività di volontariato nel settore e nell’ambito sociale verso soggetti terzi svantaggiati valorizzando e promovendo l’integrazione delle persone con disabilità e delle loro famiglie, nel comune di Rosà e zone limitrofe tutte all’interno della provincia di Vicenza. A rappresentarla è stato chiamato il sig. Livio Pelizzari che grazie  alla sua grande esperienza e preparazione nell’ambito del sociale è punto di riferimento sia per i volontari stessi che per tutti gli ospiti e gli operatori dell’Istituto Palazzolo dove l’associazione opera principalmente.

L’associazione è composta attualmente da 40 volontari: chi con esperienza nel settore del sociale tipo ex infermiere o ex operatori sociali, chi con nessuna esperienza ma con la consapevolezza che solamente la collaborazione e il lavoro realizzato a più mani sarà quello migliore.

I volontari donano un po’ del loro tempo libero, decidendo in maniera autonoma in quali giorni e orari prestare la loro attività di volontariato. Per operare all’interno della Famiglia del Palazzolo non è necessario avere nessuna particolare esperienza, non vengono richiesti corsi ma ognuno in base alla propria esperienza di vita DONA QUELLO CHE PUÒ.

È inoltre previsto anche un breve periodo di “prova” dove i neo volontari possono affacciarsi alla realtà dell’associazione, affiancati da un referente interno.

Le attività sono molteplici e variegate, ma alla portata di qualsiasi persona generosa. C’è Giovanni impegnato con l’attività del coro composto dagli ospiti dell’Istituto Palazzolo; ci sono Gioachino, Giuseppe, Giorgio e tanti altri che prestano il loro servizio quotidiano a turnazione accompagnando gli ospiti dell’istituto alla loro dimora o ad una cooperativa della zona; c’è Erika che con la propria famiglia mensilmente accompagna Sabrina ospite dell’istituto in passeggiata; c’è Antonella ex impiegata che insegna ad usare il computer; Tobia, Damiano e altri giovani che organizzano delle feste a tema; c’è Gianna che organizza e collabora ai laboratori creativi; ci sono poi tutti gli altri che per ovvi motivi di spazio non è possibile elencare ma che operarono con tantissima passione, generosità e affetto.

Tanti progetti per il futuro oltre alle varie attività comuni, l’associazione parteciperà alla manifestazione nazionale “Con il naso all’insù” festival internazionale degli aquiloni. È inoltre in via di definizione l’organizzazione del concerto del 06 maggio (Parco delle Rose a Rosà) e per questo un particolare ringraziamento va alla ProLoco che fin da subito ha sempre dato piena disponibilità e collaborazione, come pure la band musicale ospite che permetterà ad un gruppo di disabili di esibirsi con loro sul palco, il tutto finalizzato all’acquisto di ausili.

Se prima della nascita dell‘associazione il singolo volontario organizzava (vedi foto) eventi musicali o culturali finalizzati all’inclusione sociale delle persone disabili, ora il tutto farà capo all’associazione stessa. Questo è e sarà motivo di incontro e stare insieme.

Il cammino intrapreso è stato e sarà ricco di soddisfazioni all’insegna dei valori della solidarietà, della serenità e propositività che accomuna e che contraddistingue tutti i componenti della Famiglia del Palazzolo. A conclusione di questi primi sei mesi di vita, mesi ricchi di attività ed impegno da parte di tutti volontari stessi, l’associazione è in procinto di ricevere l’accreditamento regionale per diventare a tutti gli effetti un’associazione ONLUS.

Con l’augurio di un propedeutico, sereno e lungo futuro, l’associazione nella figura del suo presidente sig. Livio Pellizzari tel. 333 9924527 – mail: lafamigliadelpalazzolo@gmail.com è a disposizione di tutti coloro che si volessero avvicinare a tale realtà.

Per alcune foto cliccare QUI

La pagina del mondo missionario

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La pagina del mondo missionario

il Gruppo Missionario dell’U.P. di Rosà e Cusinati

 

Il Gruppo Missionario dell’Unità Pastorale di Rosà-Cusinati ha presentato al Consiglio

Pastorale di Rosà in data 21 novembre 2017 il progetto di sr. Adriana Canesso “Un ecografo per le donne in gravidanza”.

Il progetto è stato accolto all’unanimità, in quanto l’altro progetto, quello di suor Antonietta Ferraro, Honduras, consistente nella realizzazione di un frutteto a Ojojona – costo circa 800 euro – era già stato finanziato dal Gruppo Missionario.

Invece un ecografo costa circa 20.000,00 Euro! E solo questo serve per le donne incinte, ma anche per pazienti

affetti da altre patologie addominali, senza altre sonde, cioè altri pezzi che si usano per altre parti del corpo, come ad esempio

il cuore (cosa che suor Adriana non ha neanche il coraggio di chiedere).

Per il centro medico di MUGUNDA, paese alle pendici del monte Kenya a 2300 metri s/l/m, dove lavora suor Adriana, l’ecografo è uno strumento molto importante per seguire le gravidanze delle donne del paese e di quelle dei centri vicini, dato che l’ospedale dista più di 50 km.

Nei due incontri avuti tra giugno e luglio con il Gruppo Missionario e altri simpatizzanti, suor Adriana ha spiegato che il

dispensario è ben attrezzato e riconosciuto dal Ministero della Sanità: offre visite mediche giornaliere, vaccinazioni, servizio per diabetici ed ipertesi, cure per le persone sieropositive, servizi oculistici e dentistici. In esso lavorano 11 persone tra infermieri e paramedici e poi specialisti che prestano servizio saltuario.

In Kenia non esiste l’assistenza sanitaria gratuita. Tutti i servizi sono a pagamento e le suore Elisabettine rappresentano la Provvidenza per la maggior parte dei 30 mila abitanti della zona che vivono soprattutto di agricoltura, resa poco fertile dalla frequente siccità.

Anche le ecografie sarebbero a pagamento. Il costo sarebbe contenuto e servirebbe a pagare il tecnico e le spese di manutenzione dell’ecografo, non certo per recuperare la spesa dello strumento. Suor Adriana lavora lì come infermiera assieme a tre consorelle keniane e pertanto non ci può essere la collaborazione delle loro parrocchie di origine, per cui ci ha detto che confida nella Provvidenza e nei Rosatesi che vogliono dare una mano.

Come Gruppo Missionario contiamo nella sensibilità di chi risponde sempre con generosità alle nostre proposte. Ringraziamo per le offerte raccolte a Natale, il

gruppo del Presepe del duomo e l’ACR, con la consegna dell’olivo alle famiglie.

Data la consistenza della cifra che ci proponiamo di raccogliere, chiediamo un aiuto anche ai Quartieri, alle varie Associazioni, alle Ditte con offerte fiscalmente deducibili. Insieme si può raggiungere la somma in tempi relativamente brevi. Speriamo in una buona partecipazione al pranzo missionario del 15 Aprile. Un grazie fin d’ora.

Esperienza dei Cresimandi

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Esperienza dei Cresimandi

di Anna Stragliotto

 

Come afferma Papa Francesco “La cresima è dono di Dio e aiuta a vivere da cristiani”.

Anche noi ragazzi di 3° media,  che quest’anno riceveremo questo importante sacramento, dobbiamo innanzitutto imparare a vivere rispettando e aiutando il prossimo, proprio come fa un vero cristiano.

Ecco perché da qualche settimana o poco più abbiamo cominciato ad andare a visitare realtà completamente diverse dalla nostra quotidianità, che hanno lo scopo di farci riflettere e aprire i nostri orizzonti. In principio noi ragazzi siamo stati divisi in diversi gruppi, da sette persone ciascuno, e ogni gruppo aveva e ha tuttora l’impegno settimanale di partecipare alle esperienze che sono state scelte per noi dagli animatori e dai catechisti.

Queste attività si svolgono prevalentemente di pomeriggio, il giorno varia a seconda dell’ esperienza che si deve svolgere, e di solito la durata è di circa un paio d’ore. Tra le varie attività proposte ci sono: la visita in alcuni centri per disabili, l’aiuto compiti, la partecipazione alla messa dei popoli e la visita in una casa famiglia. La prima esperienza a cui il mio gruppo ha partecipato, accompagnato da Don Alex, è stato l’incontro con il personale e gli ospiti del centro diurno ANFAS di Nove. L’attività consisteva nella visita della struttura e poi, in un secondo momento, nella partecipazione ad alcuni laboratori che in quel momento stavano facendo anche le persone qui ospitate. Io per esempio all’inizio ho preso parte al laboratorio dove si facevano dei disegni con le tempere oppure si utilizzava il punteruolo. Poi sono passata al laboratorio della cera in cui venivano create delle candele con la cera naturale per essere distribuite alla chiesa vicina. Infine l’ultimo laboratorio al quale ho partecipato è stato quello della carta che consisteva nella produzione della carta riciclata.

È stato davvero un bel pomeriggio anche perché noi ragazzi abbiamo interagito direttamente con gli ospiti ed è stato interessante e allo stesso tempo divertente vederli lavorare e approcciarsi con noi. Grazie a questa esperienza ho compreso che le difficoltà non si devono vivere come un ostacolo ma come un punto di partenza per fare sempre meglio. Inoltre mi ha colpito molto il rispetto e l’affetto con cui queste splendide persone ci hanno accoltoAdesso non mi resta che attendere l’arrivo delle prossime esperienze, spero siano ricche di insegnamenti utili per imparare sempre cose nuove e utili.

Le mani in pasta Il percorso dei ragazzi di 3 media in preparazione alla Cresima

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Le mani in pasta  Il percorso dei ragazzi di 3 media in preparazione alla Cresima

di David Scaldaferro

 

Ho l’arduo compito di spiegare il percorso che, da 5 anni, nella Parrocchia di Rosà, viene effettuato per preparare i ragazzi di terza media alla Cresima. Mi sono domandato come motivare le scelte fatte in questi anni, mettendo in campo le teorie sulla catechesi esperienziale e sulle teorie pedagogiche. Mentre ci riflettevo, mi è capitato in mano un fogliettino su cui era scritto l’inno alla carità di San Paolo (1Corinzi 13,1-13) e termina con: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Questo testo mi ha dato lo spunto per una riflessione su questo percorso e soprattutto sulla sua genesi. Infatti, quando siamo partiti con i ragazzi della classe 1999 ci siamo domandati con Don Alex, Suor Roberta e gli animatori e la nostra domanda di fondo è tuttora:

“Cosa resta ai nostri ragazzi di tutte le attività e nozioni che diamo loro?”

Riuscire a colpire il cuore dei ragazzi, soprattutto di adolescenti in questa età di crisi, di scelta e di mutamento non è facile.  Una parziale risposta la possiamo avere rivolgendo la stessa domanda a noi stessi. Tutto ciò che resta nel nostro cuore è legato alle esperienze positive e/o negative che viviamo ogni giorno. Quindi la nostra idea è stata quella di strutturare un percorso che faccia fare esperienza dello Spirito Santo ai ragazzi. Non di raccontare lo Spirito Santo, ma di vederLo nelle persone che si possono incontrare nella vita. Per questo è necessaria un’educazione all’ascolto e alla relazione in un’era appiattita in uno schermo e controllata da algoritmi che mimano la vita. Un’educazione ad accorgersi dell’altro e dell’azione dello Spirito Santo nelle azioni proprie e delle persone.

Come dice San Paolo lo Spirito si riconosce dai frutti delle opere dell’uomo (S.Paolo Galati 5, 22) e anche Gesù (Matteo 7,16)  dice che ci si accorge della pianta buona dai sui frutti. Quindi il nocciolo del percorso sono gli incontri delle persone che vivono e operano in realtà particolari, dove i ragazzi non sono degli spettatori: sono luoghi dove si sperimenta in semplicità una modalità diversa di vivere la vita; dove la carità non è solo una parola ma è concretezza; dove gli ospiti, gli operatori e i volontari sono i testimoni di una forma di amore.

L’organizzazione di questi incontri ci impegna molto e per questo dobbiamo ringraziare tutte le realtà che ci ospitano: le case famiglia della Papa Giovanni XXIII di Santa Croce di Bassano e di Cittadella, la casa famiglia dell’ANFFAS di  Bassano e il centro diurno ANFFAS di Nove, la cooperativa l’Apostrofo di Rosà, i dopo scuola di Rondò Brenta e Extrachè degli Scalabriniani, la S. Messa dei Popoli sempre dagli Scalabriniani, la cooperativa Conca d’oro, la Fattoria sociale a Marsan e le Suore Figlie di Maria Ausiliatrice di Ca’ Dolfin. In questo cammino, i ragazzi sono stati divisi in 12 gruppi da 6-7 persone e sono accompagnati da un educatore (catechista o animatore) È ovvio che in 2 ore non si può fare esperienza di volontariato, ma noi come animatori cerchiamo di creare il clima che permette di creare un piccolo ponte tra i ragazzi e le persone che incontrano, imparando qualcosa anche dalla più piccola persona magari in difficoltà che ci racconta la sua vita, facendo passare le nostre paturnie di tutti i giorni come facezie, fesserie, orpelli inutili. Per arrivare a questi incontri prepariamo i ragazzi attraverso tre tappe, partendo da sè stessi fino ad aprirsi agli altri con una lettura sui pregiudizi che abbiamo sugli altri e sulla diversità.

La prima tappa è la vocazione, tema difficile ma che viene sviluppato chiedendo alla gente il significato di vocazione per poi lavorare su cosa ne pensano i ragazzi, fino a chiederci cosa vuole Gesù dalle nostre vite. Emerge che in tutte le vocazioni Gesù, il filo conduttore è la chiamata ad Amare con “A” maiuscola.

Questo ci porta alla seconda tappa che parla dell’affettività scandagliando nel loro piccolo cosa intendono per amore cercando di creare un’atmosfera di ascolto reciproco. Scopo delle attività è quello di evidenziare che l’amore e l’affettività sono soprattutto relazione e ascolto.

La terza tappa è dedicata ai nostri pregiudizi sugli altri che creano dei muri che ci nascondono la realtà e soprattutto che esistono altre forme di amore verso il prossimo.  Questo serve ai ragazzi a rapportarsi con le persone che incontrano, liberi da pregiudizi, andando oltre i propri occhi e vedere più con il CUORE, organo altamente sottovalutato in questa società cinica che ci spinge a sopraffare l’altro.

Al termine di ogni tappa  abbiamo fatto incontrare i ragazzi con dei testimoni perché penso che a belle parole devono seguire belle azioni. In caso contrario, possiamo essere i più grandi teologi della terra ma il risultato sarà il vuoto spinto o peggio ancora l’opposto del nostro obiettivo educativo.

 

 

Questo percorso è di fatto un trampolino per le prossime esperienze e la quotidianità, una chiave di lettura diversa nell’ottica di fare della nostra vita un Vangelo (Buona Novella) come ci chiede Gesù. Pensando che questo Sacramento debba esse vissuto come un dono e come dono speso nella vita di tutti i giorni

A maggio concludiamo con un ritiro tutto dedicato ai ragazzi di terza media ed una biciclettata che è ormai storica: la discesa da Levico Terme  a Cismon del Grappa. Nell’uscita sono programmate le attività finali del percorso e poi una festa. Ricordo che tutti gli anni ci sono delle persone che ci aiutano per la gestione logistica dell’uscita con camioncino e furgone. Pensate che sono i genitori dei primi ragazzi che hanno fatto l’esperienza nel 2011!

Ricordo a tutti che questa estate si organizza il campeggio estivo che sarà fatto in Val di Sole a Vermiglio e sono invitati tutti i ragazzi di terza media di ACR e catechismo.

La Chiesetta di Villa Dolfin (seconda parte)

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La Chiesetta di Villa Dolfin (seconda parte)

di Giuseppe Grandesso

L’autentica delle reliquie porta la data del 28 Aprile 1783.

Nella medesima si dichiara che la reliquia fu donata dal Papa, per mezzo del cardinale Marco Antonio Colonna al Senatore Veneto Leonardo Dolfin.

Il documento attesta che il martire di Cristo, San Bono è stato tolto dal cimitero di Ponza e collocato, assieme ad un vasetto di cristallo con grumi sanguigni del Santo, in una cassa di legno, rivestita di carta ondulata e ben chiusa. Le ossa sono state collegate fra loro da un filo continuo di seta rosso (e ciò per evitare possibili manomissioni e per poter eventualmente in seguito constatarne l’integrità). La cassa infine è stata contrassegnata con il sigillo papale.

Si dichiara ancora che lo stesso Leonardo Dolfin aveva potestà di tenerla presso di sé oppure di donarla ad altri per esporla alla venerazione dei fedeli in qualsiasi chiesa, oratorio o cappella. Inoltre si concede la facoltà di celebrare la messa ed altri uffici religiosi, secondo i decreti della Sacra Congregazione, emanati l’11 Agosto 1691.

L’autentica è firmata dal vicereggente e dal custode delle sacre reliquie, e contrassegnata dal sigillo a secco del Cardinale Colonna. È stata ricevuta a Venezia nel palazzo Apostolico presso San Francesco della Vigna il 24 Settembre 1783 dall’Arcivescovo Giuseppe Firraro, Nunzio Apostolico e Signore dell’intero dominio della Serenissima. Per constatare l’integrità della reliquia, l’autentica è stata periodicamente vistata nel tempo da illustri prelati:

II 3 Maggio 1865 dal Vescovo Antonio Farina.

II 1 Giugno 1891 dal Vescovo Antonio Maria De Pol

II 1 Giugno 1903 dal Vescovo Antonio Ferullio.

II 4 Dicembre 1950 dal Vescovo Carlo Zinato.

II 28 Novembre 1974 dal Vescovo Arnoldo Onisto.

La celebrazione religiosa e l’esposizione delle reliquie di San Bono, come da tradizione, si svolge il lunedì dell’Angelo perché molto probabilmente, anche se manca una documentazione certa, la traslazione del corpo del Martire a Rosà, nella chiesetta di villa Dolfin, è avvenuta un lunedì di Pasqua. Ai lati dell’altare, si ammirano inoltre due tele rettangolari, delle quali si ignora l’autore, opere forse di scuole minori. In una è rappresentata l’esaltazione della Santa Croce. Si vede Santa Elena, madre dell’Imperatore Costantino (che promulgò il famoso editto nel 313, in cui concedeva ai cristiani la libertà di professare la loro religione), mentre sorregge la croce con San Maccario, vescovo di Gerusalemme in quel tempo. In basso sono raffigurate le due martiri, Santa Eurosia e Santa Irene da Tessalonica, protettrici dei raccolti. Un tempo queste sante venivano invocate dai contadini per allontanare le tempeste e le bufere, un richiamo simbolico quindi visto che la cappella è situata nel bel mezzo della campagna veneta ed a quel tempo tutta la vita dipendeva dal raccolto dei campi.

La seconda tela rappresenta la Madonna con Gesù Bambino in braccio e altri santi, San Pio V e San Nicola, per ricordare la vittoriosa battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571 e festa del trionfo cristiano sui turchi. Alla battaglia contro l’esercito ottomano parteciparono anche alcuni rappresentanti di casa Dolfin, tra cui possiamo ricordare con il grado di Sopracomite di galea, Pietro, figlio di Benedetto, Gerolamo figlio di Giacomo e Francesco figlio di Giovanni.

Nelle pareti della Cappella ci sono altre sei tele di forma ovale in cui si vedono: San Ignazio di Loyola, San Antonio da Padova, San Pasquale Baylon, Beata Giovanna Maria Bonomo, San Girolamo Emiliani e San Giuseppe tutti santi ai quali la famiglia Dolfin era particolarmente devota.

Alle pareti sono presenti, su quadretti di piccole dimensioni, le stazioni della Via Crucis aggiunte il 30 ottobre del 1815, mentre una piccola acquasantiera a forma di nido di rondine posta a lato della porta principale accoglie i fedeli.

Dal soffitto, al centro della Cappella, pende un lampadario in ottone di pregevole fattura.

Nella Cappella dei Dolfin  è stata accertata la presenza di un prete fino alla fine dell’800 che viveva stabilmente nelle adiacenze della villa e che, oltre alla celebrazione della messa, aveva il compito di educare i figli del conte. Le cronache riportano il nome di alcuni sacerdoti, tra gli ultimi impegnati in questo compito si ricorda: don Giovanni Bellò (1865), don Giovanni Fenovato (1877). Anche in tempi precedenti, alcuni documenti, confermano come l’aspetto religioso venisse molto curato in casa Dolfin, nel 1742 viene infatti menzionato don Giovanni Maria Compostella, senza però approfondire l’eventuale ruolo di educatore.

Bisogna infine ricordare come tutte le figlie del Conte Francesco celebrarono le proprie nozze nella chiesetta di famiglia. Il 24 gennaio 1889 Cecilia sposa il capitano Raffaello Moccali, due anni più tardi la primogenita Lucrezia sposa il 16 novembre 1891 il sig. Gaetano Carli, mentre il 7 agosto 1895 Andriana sposa il Marchese Benedetto Selvatico di Padova; da questo momento bisogna aspettare alcuni anni prima che vengano celebrate le nozze dell’ultima nata di questa numerosa famiglia, la contessa Delfina, il 6 maggio 1911 con il Nob. Mario Cantele di Padova.

Attualmente la chiesetta non viene più utilizzata per celebrazioni religiose, ad eccezione del lunedì pasquale. Giorno che la tradizione perdendosi nella leggenda, vuole essere legato alla traslazione delle spoglie di San Bono in questo edificio. Ancora oggi la Santa Messa del mattino del lunedì di Pasqua apre le porte ad una giornata di festeggiamenti per la comunità locale.

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quando il Rosà batteva il Bassano Virtus

Caricato da il 23-05-2018 in Edizione Corrente, Storia Rosatese | Commenti disabilitati su quando il Rosà batteva il Bassano Virtus

quando il Rosà batteva il Bassano Virtus

di Giuseppe Grandesso

 

Rosà negli anni ’60 e ’70 era una piazza calcistica molto importante riuscendo a proporre continuamente squadre di buon livello: togliendo le serie professionistiche, era costantemente tra le squadre dilettantistiche più interessanti a livello regionale. Si era passati dalla generazione dei Brunelli, di Elio Peruzzo, di Francesco Poggiana (Resta) e di Bruno Simonetto (Manara) a quella di Pino Zanin, Gianni Marcon, Lele Simonetto ed Enzo Tonello e sempre con ottimi risultati.

In quell’anno s’erano aggiunti al gruppo due pedine importanti: Luciano Loro (Moke) che dopo una brillante carriera tra i professionisti aveva deciso di chiudere il suo percorso sportivo nella squadra del suo paese natale assumendo il ruolo di allenatore e giocatore e Ferruccio Campagnolo, dallo spirito ribelle, che dopo aver assaggiato i campi della serie A col Vicenza, non essendo disponibile ad assecondare le ferree regole del professionismo, ancor giovane, preferì trovar soddisfazione nei campi di periferia.

Era la vigilia di Natale del 1978 e sull’erba del nuovo stadio di Rosà era previsto il derby col Bassano Virtus. Un pallido sole andava ad intenerire l’aria fresca di quel pomeriggio mentre tutt’attorno affioravano chiazze biancastre, testimoni di una nevicata recente, a ricordare il periodo invernale.

L’atmosfera tra noi giocatori era di tutt’altra temperatura perché avevamo di fronte il Bassano, una storica rivale del calcio di quell’epoca. Il Bassano era una squadra ambiziosa ed in quella prima parte del campionato si era dimostrato dominatore incontrastato del torneo. Si aggiunga che in quella squadra giocava anche Giuliano Alessio (Cene), un ragazzotto ventenne di belle speranze, cresciuto nel vivaio rosatese ma che era stato prelevato dai Giallorossi ed inserito in prima squadra con ottimi risultati. Giuliano era pur sempre ed era anche amico di molti giocatori della nostra squadra e ciò bastava per far salire ancor più la rivalità e le attese per questa partita.

E venne il grande giorno! Nello spogliatoio Berto si dava da fare più del solito a massaggiar muscoli e a spalmare olio canfarato mentre Ciano Moke con un tantino di apprensione (nonostante la sua esperienza) somministrava tattiche e raccomandazioni che poi sarebbero state immancabilmente dimenticate, una volta in campo. Ancora negli spogliatoi, poco prima della partita, uno degli accompagnatori (non ricordo chi) si avvicinò a ciascuno di noi e facendo scivolare da un blister una pillolina di color rosso, ci diceva: “ciapa, toi questa che cossì te corri de pì”, solo a posteriori anche in funzione del mio percorso professionale potei comprendere cosa fossero quelle cose: intendiamoci, niente di particolare (solo cardiotonici) ma quello che rimase nella mente era la disinvoltura e l’incoscienza (nel senso di mancata conoscenza) di cosa si andava a prendere … ma tant’è.

Ancora ricordo il momento quando uscimmo in campo, a quel tempo dai sotterranei si percorreva un passaggio con scala che sboccava a pelo d’erba tra il terreno di gioco e  la pista di atletica, ci trovammo di fronte una marea umana vociante e colorata mai vista prima: non solo la tribuna era al gran completo ma tantissimi si erano assiepati lungo la rete di protezione che delimitava tutto il perimetro di gioco. Fu certo un momento emotivo molto intenso e indimenticabile che mescolava sensazioni di incredulità, timore ed un pizzico di orgoglio ad essere tra i protagonisti di quel giorno, sensazioni che sublimarono rapidamente al fischio d’inizio dell’arbitro … e fu partita!

La storia, le azioni, i protagonisti di quell’incontro, la nostra vittoria per 1 a 0 entrarono nelle cronache del tempo, ciò che invece rimase dentro fu l’immenso piacere di aver vissuto quel giorno.

Rientrati negli spogliatoi ci fu grande festa, protagonista indiscusso fu l’allora presidente Mario Bittante che ancora incredulo distribuiva baci e abbracci a chiunque spesso accompagnati da parole che a stento, data l’immensa gioia, riuscivano a plasmare un discorso normale, ma che importava … si capiva lo stesso quello che voleva dirci. Ad un cero punto spuntarono le bottiglie di champagne, di quelle magnum, e furono brindisi a non finire ed alla fin fine anche per gente come me, poco incline al bere, fu una piacevole trasgressione.