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Il saluto a don Silvano Danzo

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Il saluto a don Silvano Danzo

di Alessio Graziani

     Carissimo don Silvano,

amico e fratello. Quante volte, incredulo per la tua improvvisa dipartita, mi è parso di sentire ancora la tua risata contagiosa risuonare nelle mie orecchie o la tua mano prendermi il braccio per avvicinarmi a te, come solevi fare quando volevi raccontarmi qualcosa di importante o di divertente.

Tantissimi sono i ricordi felici dei momenti vissuti insieme a Rosà, quando io ero prete novello e tu ancora seminarista e venivi per il fine settimana a condividere gioie e fatiche della vita parrocchiale. Per tre anni siamo stati fianco a fianco nelle diverse attività di catechesi, ACR, giovani e giovanissimi; con i chierichetti e nell’animazione delle Messe. Come ti divertivi a mettere tutti i registri dell’organo alla messa delle 7 per svegliare qualche fedele un po’ addormentato, o a fare le “cose solenni” alla messa delle 11 con cotte, incenso e candele. Insieme, due a due come vuole Gesù nel Vangelo, abbiamo vissuto i pellegrinaggi a Lourdes, a Santiago di Compostela, ad Assisi; le uscite animatori e i campi estivi in montagna; le feste vicariali e perfino quelle di Halloween, in veste talare. Quanto abbiamo riso vedendo le reazioni delle persone che non ci conoscevano e pensavano che fossimo solo travestiti da preti.

Avevamo entrambi ancora vent’anni e sentivamo tutto l’affetto di don Giorgio e dei nostri parrocchiani davanti alle nostre innocue marachelle.

Caro Silvano, forse non ti ho mai detto quante volte ho ringraziato il Signore nel mio cuore per il fatto che tu mi fossi accanto in quei primi anni di sacerdozio in cui tutto anche per me era nuovo e in cui tante volte da solo temevo che non sarei stato capace. La tua presenza mi ha dato gioia e sicurezza. Mi mancherà la tua amicizia che anche dopo la partenza di entrambi da Rosà, seppur vedendosi meno, ci ha sempre accompagnato. Mi mancheranno la tua allegria e il tuo entusiasmo.

Ora che sei entrato nella luce di Dio, immagino che ti sarà venuto incontro don Armido (il “capo” come lo chiamavamo noi in quegli anni felici). Tanto per cambiare si sarà messo a brontolare, questa volta perché sei arrivato troppo presto lassù. Questa volta, caro Silvano, sono d’accordo con il capo. Troppo presto te ne sei andato e davvero è fatica accettarlo. Anche per noi, che pure siamo qui con fede sincera.

Il giovedì della tua dipartita, poco prima di salutarci mi avevi confidato che volevi organizzare una colletta alimentare – come quella che avevamo fatto insieme un tempo a Rosà – ma questa volta con i giovani di Locara per i poveri di questa tua nuova parrocchia che già tanto amavi. Ecco uno dei tuoi ultimi pensieri è stato per i giovani e per le persone bisognose. Grazie Silvano per tutto il bene che mi e che ci hai donato.                                                            

Elio Bordignon: non solo poeta

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Elio Bordignon: non solo poeta

di Angelo Zen

 

     Spendo una veloce telefonata, giusto il tempo per fissare un appuntamento. All’altro capo del ricevitore trovo un’adesione gentile. La visita è programmata nell’abitazione di Elio Bordignon.

Da anni ci eravamo persi di vista. L’incontro suscita antichi ricordi, entrambi felici di conversare. Ne esce un ristoratore tuffo nel passato col riandare agli anni difficili della sua infanzia.

Con Elio voglio parlare della sua poesia. Quella che sgorga attraverso un significativo tratto di vita, che scorre dal momento della perdita del papà, avvenuta quando Elio non aveva ancora due anni, fino alla fatica assolutamente gratificante che ha accompagnato la sua vicenda umana, condivisa con la moglie Eliana ed i figli Stefano ed Elisabetta.

Noto nello sguardo di Elio la soddisfazione per aver aderito alla mia proposta. Mi parla della sua attività professionale, protrattasi nell’arco di quarantasette anni di carriera. La sua vita dedicata ai libri, con una passione unica che corre dalla progettazione fino alla realizzazione del sogno finale: la stampa. È proprio attraverso questo percorso che emerge compiutamente la sua poetica, dove viene trasferito in sentimenti forti lo stupore suscitato da una curiosità particolare.

La laurea “honoris causa” all’editoria e alla comunicazione gli viene conferita nel 2009. La pubblicazione del libro, dal titolo “Lo specchio profondo dell’anima”, avvenuta nel dicembre del 2005, fa risaltare la sua grande capacità di mettere insieme poesia e immagini in una simbiosi assai avvolgente, che crea momenti di appagante condivisione.

E questo, credetemi, non è poco. I temi della sua indagine poetica sono i più disparati. Spaziano dal ricordo toccante della perdita del papà alle aspettative generate dal nascere della sua famiglia, nella quale ha coronato il suo sogno d’amore.

Così si esprime quando parla della Sardegna: “Qui ho raccolto / nel tuo giardino / il fiore più bello / gioia d’amare una terra meravigliosa”.

E significativi sono i versi dedicati alla moglie Eliana: “E il tuo cuore, amor mio, / il mio rifugio / brezza e rugiada al mattino / i tuoi occhi / son tramonti sul mare / che squarciano il cielo / oltre le nubi”. Come ha il sapore di una scultura la definizione dei due figli Stefano ed Elisabetta: “Tenere sembianze della felicità”.

Ancora molto accattivante è il ricordo di Madre Teresa di Calcutta, così definita: “Piccola vagabonda di carità”.

È tagliente il monito al consumismo sfrenato: “Importante è vivere nel Vangelo della pubblicità” e lo sfruttamento dei bambini, rappresentati come “Piccoli giunchi spezzati dall’alito atroce dell’indifferenza”.

Tutte le sue composizioni, pubblicate nel prezioso volume, sono accompagnate da foto scattate dall’autore, che formano un tutt’uno fra poesia e immagine. In tale connubio è compendiata l’esistenza di Elio, impreziosita dall’arte del tipografo, che ha accompagnato lo scorrere dei suoi anni.

Il nostro incontro si conclude nella consapevolezza di una nuova realtà che ci dona speranza, nella scoperta di preziosi gioielli nascosti che via via si svelano in mezzo a noi. E ne siamo felici testimoni.

 

A mio padre 

 

Cerco e rivolto le mie tasche

seduto sul colle dei ricordi,

occhi immersi in lacrime

di ghiaccio,

cercando di ricordare

occhi e un volto

rincorso,

desiderato e amato,

carezze vuote

mi tormentano come un’eco.

Il colore delle tue tracce

è un petalo appassito

d’un fiore raro,

il contorno del tuo sorriso

si scioglie in un’immensità confusa.

È come una nuvola il tuo ricordo

sospinto lontano dal vento,

pungolo acuto della vita

che m’insegni ad attendere

quel giorno,

che dovrò volare,

a ritrovar

quelle carezze

che scioglieranno

le lacrime di ghiaccio.

 

Diana e Teresa

(Lady Diana e Madre Teresa di Calcutta)

 

Ora vediamo,

solitari in noi,

camminare attraverso la nostra fantasia

due volti di donna!

Un fiume di luce, due tenui candele,

crudele è la verità.

Un ramo scorrea tra vallate

lussureggianti,

erba e siepi tagliate di fresco

sogno e turbine cantò dalle origini,

occhi puntati

per cogliere le minime pieghe del corpo e dell’anima,

e la musica lenta risuonava

nei ciottoli voluttuosi

di notti gioiose in castelli dorati,

una cavalcata

nella terra delle fiabe,

un volto che cantava come il mare,

sogno e turbine di tanta gente,

che versano lacrime

all’immagine d’un sogno.

Fiume che scendi

nel ramo dei moribondi,

nelle strade di fango,

tra escrementi e povertà.

Piccola vagabonda di carità.

Nel dolore dei perduti

che affidano al proprio corpo

le immonde strade di carogne,

sotto giorni che cadono nell’eterno

non rischiarati dal sole,

mani mutilate levate al cielo

come fiume grigio e nauseabondo

che scorre sopra ad un grande cuore,

una goccia d’acqua

in un giardino di fiori appassiti,

corpi dissetati nel suo sorriso,

sandali e vestiti laceri

nel battito di un cuore spento

fan sgorgare lacrime di dolore

in occhi colmi di sogni mai nati,

crudele è la verità!

Onesto è il silenzio!

Navigando in opposte sponde

ad unico porto son giunte,

nessuno scateni le trombe giudicanti!!!

L’orologio ha bruciato l’alito

e la polvere dei morti senza più dominio

copre due volti di donna

ai loro piedi

ora ci sono solo le stelle.

Una comunità nella comunità: il seminario

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Una comunità nella comunità: il seminario

di Riccardo Fabbian

 

     La comunità come cita il vocabolario Treccani è un’organizzazione di collettività sul piano locale, nazionale, internazionale. Nel suo senso più proprio la comunità è quindi un insieme di persone con un obiettivo comune.

Può comprendere varie etnie come essere un semplice gruppo di amici, può essere legata o meno alla chiesa come essere del tutto laica, lo stato ad esempio. Nel vicentino esistono molte comunità più o meno conosciute, la nostra parrocchia, L’ACR sono comunità di fedeli  legata quindi alla chiesa però in questo articolo parlerò di un’altra comunità, quella dei ragazzi del seminario.

Non tutti sanno cos’è il seminario e spesso viene confuso credendolo una “scuola per preti”, credenza non del tutto errata ma molto generale. Il seminario della nostra diocesi vede al suo interno tre comunità ben distinte: il cammino Davide, la comunità giovanile e la comunità di teologia.

Il cammino Davide è un percorso a cui partecipano ragazzi dalla prima alla terza media incontrandosi un weekend al mese. Guidati da due animatori i giovani impareranno a conoscere questa “casa speciale” e domandarsi quale sogno Dio ha su di loro.

La comunità di teologia prevede un itinerario della durata di sei  anni  rivolto a tutti i giovani che hanno scoperto la presenza del Signore nella propria vita e, sentendosi “amati”, desiderano comprendere come realizzare il progetto di amore che Dio ha su ciascuno consacrandosi al sacerdozio.

Infine la comunità giovanile, per tutti quei ragazzi delle superiori che desiderano conoscere Gesù e crescere insieme.

Basandomi sulle mie esperienze personali posso assicurarvi che una comunità è un organismo in continuo mutamento, mai fermo ma sempre in movimento e  pronto a mettersi in gioco. Non si può essere né passivi né statici e ci deve essere sempre qualcuno che, come il parroco in una parrocchia o il primo ministro nel

governo, sproni tutti coloro che tirano indietro rimboccandosi le maniche.

In questo caso la comunità è stata per me una seconda famiglia, semplicemente allargata, un posto in cui puoi essere te stesso e venir amato comunque anche quando sbagli.

Una comunità è un sostegno che ti dà la spinta giusta quando sei insicuro, che ti aiuta a rialzarti quando cadi per terra e che sarà sempre lì quando ti sentirai solo.

In una comunità vieni attratto, quasi magneticamente, e fin da subito capisci che le amicizie che si formeranno dureranno per tutta la vita.

Concludo riprendendo Aristotele:

“L’uomo è per natura un animale destinato a vivere in comunità”.

Riconoscenti, doverosi ricordi

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Riconoscenti, doverosi ricordi

a cura di Beniamino Todesco e Angelo Zen

 

     Lo scorrere veloce della vita ci fa considerare  quanto sia tiranno il tempo. Molto spesso è il suono della campana, di nome “ANGELA”, a farci risvegliare nella cruda realtà che, per qualcuno, è arrivato il momento  del distacco.

Ci pare impossibile. Non vogliamo crederci. Purtroppo è così.

Da quando ci siamo sentiti l’ultima volta, quella campana si è fatta udire con una frequenza inusuale, per richiamarci improvvisamente a dover ricordare persone care, figure assai rappresentative della nostra comunità.

Siamo certi che rischiamo di tralasciare altre figure importanti, che ci sono vissute accanto e nel silenzio ci hanno lasciato; riconosciamo questo nostro limite.

 

GIULIO OLIVO: venuto a mancare il 17 dicembre 2018.

Personaggio di spicco della vita parrocchiale e civile di Rosà. Molto attivo nella promozione di un’infinità di iniziative. Ha visto nascere e condividere l’affermazione dei quartieri. È risultato il più longevo animatore dei festeggiamenti dell’Agosto Rosatese.

Storico presidente del Quartiere Seminarietto e coordinatore dell’attività di gruppo per tutti gli altri.

Destinatario di una recente assegnazione del premio cultura “Città di Rosà”.

Ha voluto lasciare un libro di memorie, corredato di interessanti foto, che compendia le molteplici iniziative che lo hanno contraddistinto per intraprendenza e generosità. È un dono significativo che tiene viva la nostra storia.

 

CRISTIANO RIGONI: mancato il 21 dicembre 2018.

Nato a Marostica nel 1930, Cristiano visse un’adolescenza difficile. Il padre Albano, direttore didattico anche  a Rosà, non si allineò alle imposizioni del regime fascista e subì sanzioni che ebbero ripercussioni sulla sua famiglia, creandole gravi disagi.

Dopo una lunga vita vissuta intensamente, Rosà perde una delle sue figure più rappresentative.

Era un grande comunicatore, impegnato nel sociale, colto e sempre aggiornato; seguiva con passione i fatti di cronaca politica e l’attualità, avendo alle spalle una profonda conoscenza della storia più recente.

Grande studioso e critico dei fatti accaduti, ha curato diverse mostre sulla seconda guerra mondiale e sulla resistenza. Per questa sua cultura umanistica e storica fu insignito della laurea “honoris causa” da l’Università de la Rosa.

Ricoprì lodevolmente numerosi incarichi: fu per dieci anni consigliere comunale, per periodi più brevi, assessore, vicesindaco, membro dell’Assemblea ASL; rivestì per sei anni la carica di vicepresidente del Comprensorio di Bassano e per altrettanti Presidente del Quartiere Nuovo. Fece parte del comitato di amministrazione del Teatro Monte Grappa e Presidente per molti anni del Circolo Acli di Rosà, che egli stesso aveva contribuito a far rinasce negli anni novanta. (B.T.)

 

ADRIANO VISENTIN: ci ha lasciato il 3 gennaio 2019.

Se n’è andato alla chetichella, senza clamore, il cordiale simpatico imprenditore, dal cuore gonfio, traboccante vivacità, entusiasmo, umanità. Adriano era dotato di una simpatia coinvolgente, di modi accattivanti.

“Lascia alla moglie ed ai figli un’eredità di fede e d’amore” è scritto nell’epigrafe di commiato. Questi doni non erano riservati solo ai suoi cari, ma erano distribuiti a piene mani a tutti, indistintamente: amici, persone in difficoltà, studenti. Dino Parise, mio vecchio conoscente di Gomarolo (Conco) dice del suo professore: “Lo devo a lui se sono diventato ingegnere: quand’ero studente al Fermi di Bassano, egli notò le mie inclinazioni, mi incoraggiò, mi indirizzò e mi seguì fino alla laurea con generose disponibilità”.

Uomo abile e di successo, in continua progressione professionale, anticipava i tempi seguendo corsi di aggiornamento nelle università più rinomate. Collaborava con gruppi culturali di prestigio (Rotary), non mancava mai nelle iniziative caritatevoli, ma non trascurava nemmeno l’allegria e la semplicità paesana. Di tanto in tanto si manifestava il fanciullino pascoliano che lo portava nelle piste delle giostre con i suoi ragazzi, sugli “autoscontri” o a innalzare  sugli esili fili i “bandieroni” colorati che andavano “a fiorir lontano”.

Adriano non si vergognava di apparire un uomo semplice, alla buona, innamorato della sua terra e della sua gente. (B.T.)   

      

PIERO VETTORAZZO: ci ha lasciato il 9 gennaio 2019.

Persona mite, ha vissuto nella più rigorosa normalità.

A lui dobbiamo riconoscere alcuni tratti personali significativi. È stato il primo bidello, quando, agli albori degli anni sessanta, a Rosà nasceva la scuola media; ha militato nella neonata squadra di calcio del paese, fondata nel primo dopoguerra.

L’aver fatto parte del Gruppo della Banda Parrocchiale, come suonatore di tamburello per oltre settant’anni, era per lui motivo di grandissimo orgoglio, giustificato da una dedizione che non era mai venuta meno.

Nel giorno del suo saluto, una rara testimonianza gli è stata riservata dall’intero gruppo bandistico, accompagnandolo nell’ultimo viaggio. Tra le sue memorie è stato scoperto un dono molto significativo per il gruppo, che ha sottolineato la sua spiccata sensibilità e il senso di appartenenza.

 

MARIA BISINELLA: ci ha lasciato il 22 gennaio 2019.

Nel salutare Maria con questo breve ricordo è d’obbligo un sentimento di riconoscenza verso una persona che ha segnato significativamente un lungo tratto di vita della nostra comunità civile e religiosa.

È stata insegnante elementare per moltissimi anni, divenendo punto di riferimento di generazioni di rosatesi che hanno attinto con dovizia dalla sua umanità e dalla sua saggezza, oltre che dall’innata predisposizione alla formazione culturale. Nel giorno del suo commiato la bandiera del circolo didattico di Rosà, portata da un ex alunno, l’ha accompagnata durante il suo ultimo viaggio.

Ha ricoperto numerosi incarichi, sia a livello sociale che nell’ambito della promozione religiosa. Fondatrice della Sezione C.I.F. di Rosà, animatrice dell’azione cattolica femminile, sostenitrice del movimento dei Focolarini. Di quest’ultimo movimento è stata entusiasta seguace, facendo trasparire, nel suo conversare, un’adesione

incondizionata agli insegnamenti della fondatrice.

È stata anche attiva  interprete della vita politica rosatese nel decennio che va dal 1975 al 1985. In tale periodo ha ricoperto anche la carica di Vice Sindaco e Assessore comunale.

In questo momento il doveroso grazie, per quanto ha donato a Rosà, non è di circostanza!

 

RENATO COMIN: mancato il 21 febbraio 2019.

Protagonista della scena politica rosatese dal 1975 al 1993.

Contribuì a fondare la Pro Loco e fu il primo presidente, agli inizi degli anni novanta. Ne fu entusiasta animatore. Promotore di numerose manifestazioni che, a tutt’oggi, tengono cartello nella vita civile di Rosà.

Era soprannominato “Ciuffo”; con questo appellativo amava identificarsi nel cantante Little Tony. Con il suo repertorio amava esibirsi nelle occasioni in cui gli era data l’opportunità. Era dotato di una chiara voce squillante.

Il ricordo di saluto è accompagnato dalla stampa di note musicali e dalla scritta  “un cuore matto…”.

 

ANGELO MARCHIORI: ci ha lasciato il 4 aprile 2019.

Avvocato, uno dei primi laureati all’Università di Padova del dopoguerra.

Con lui è d’obbligo ricordare gli altri due suoi coetanei il dott. Renato Sandri e il dott. Sergio Maccari, da anni andati avanti.

Amministratore comunale negli anni dal 1065 al 1967 ricoprì l’incarico di assessore alle finanze.

È da ricordare come lettore di “Voce Rosatese”, entusiasta dopo la ripresa della sua pubblicazione. Negli ultimi anni era interessato per le uscite del periodico. Innamorato dei luoghi vissuti durante la sua infanzia, pur nelle difficoltà che la malattia gli aveva procurato da tempo, aveva lasciato alcune testimonianze che meritarono di essere pubblicate.

Affido… in canonica

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Affido… in canonica

di Emanuele Guidolin

Abbiamo avuto il piacere di intervistare don Stefano che, dall’ottobre del 2016, con don Vittorio e don Adriano condivide il servizio nell’Unità Pastorale San Giuseppe e San Zeno di Cassola, paese che conta circa 10.000 abitanti.

Come e quando avete deciso di ospitare un migrante? Come siete entrati in contatto con l’organizzazione per ospitare il ragazzo?

All’inIzio del 2018 ci è stato chiesto di ospitare a casa nostra, la canonica di San Giuseppe, un minore migrante non accompagnato. La proposta ci è stata fatta dal CASF (Centro per l’accoglienza e l’Affido Familiare di Bassano). Si trattava di aderire al progetto Terreferme, creato dal precedente Ministero degli Interni e Unicef, che prevede di ospitare, per ora in via sperimentale, alcune decine di minori in Veneto e Lombardia.

Questo per offrire loro, o almeno ad alcuni, la possibilità di diventare grandi non nei centri di accoglienza ma in famiglia.

Abbiamo partecipato ad alcuni incontri, offerti a quanti erano interessati a conoscere il progetto, a collaborarvi, ad aderirvi.  Sulla soglia della scorsa estate, quasi un anno fa, manifestavamo l’intenzione di proseguire e quindi di concretizzare l’accoglienza, che di fatto è avvenuta il 30 ottobre 2018.

Come è stata accolta l’idea dalla comunità di San Zeno e San Giuseppe?

Le comunità sono state informate del fatto che noi preti stavamo pensando a questa possibilità. Contemporaneamente abbiamo dialogato col nostro Vescovo Beniamino e siamo giunti insieme a lui alla decisione di procedere in questa direzione.

Alle parrocchie abbiamo detto che si stava andando, a passi abbastanza spediti, verso la definizione di un abbinamento, poi successo nel corso dell’estate. Solo a fine ottobre, come dicevo, siamo scesi a Palermo dove abbiamo fatto conoscenza con A., quindicenne del Gambia che nel frattempo ha compiuto 16 anni.

Molti dei nostri parrocchiani hanno espresso stima e solidarietà, perfino ammirazione, qualcuno ha manifestato delle perplessità… Avere un adolescente in casa potrebbe voler dire sottrarre energie alla pastorale, il che è un po’ vero.

In cosa consiste a livello pratico questo affido?

Avere A. in casa significa fargli fisicamente e mentalmente spazio. Significa riservargli tempo, attenzione, cura, parole…

Ci occupiamo della sua salute (visite, esami clinici…), dei suoi studi (colloqui con i professori, giustificazioni, ripetizioni, abbonamenti…), dei suoi interessi, della sua grande passione, il calcio, delle necessità più pratiche (vestiti, telefono, bicicletta…), dei suoi documenti e di tutto quello che ha bisogno un ragazzo della sua età. In tutto siamo supportati dal CASF e dall’educatrice della Cooperativa Sociale che è partner del Progetto Terreferme.

Che storia ha alle spalle il ragazzo che ospitate?

  1. è partito tredicenne dalla sua terra in parte per necessità, in parte per dare futuro ai suoi sogni.

Il viaggio è durato un anno! A lungo è sostato nell’inferno libico. Per un anno e mezzo è vissuto in Sicilia, transitando in quattro diverse strutture. E poi siamo arrivati noi.

 

Come procede la vostra convivenza? Ci sono degli episodi che volete raccontare?

 

La vita è quella di tutti, le fatiche e le soddisfazioni si alternano, come pure l’intesa e l’incomprensione, la sfiducia e la speranza.  Siamo di culture, età, religioni diverse, A. è un musulmano. Viviamo probabilmente le sfide che ci accumunano a quanti crescono un adolescente.

 

Per quanto tempo lo ospiterete?

 

  1. resterà con noi finchè lo vorrà. Sicuramente fino ai 18 anni e poi se vorrà anche dopo. La legge Zampa (7 aprile 2017) lo tutela fino al raggiungimento dei 21 anni. È chiaro che per essere in regola con lo Stato Italiano dovrà avere un lavoro e una casa nel momento in cui vorrà essere indipendente.

 

Avete dei rimborsi/incentivi per le spese che sostenete?

Riceviamo, anche se in realtà tardano ad arrivare, 507 € al mese, quanto previsto per le famiglie affidatarie. L’ospitalità di A. non è a carico delle comunità parrocchiali.

Cosa pensate del modo con cui il popolo italiano affronta il tema dei migranti?

 

Gli italiani e i migranti? Mamma mia! Domanda impegnativa! Le teste sono tante, le sensibilità pure, gli orientamenti anche. Ci sorprende che il Vangelo non riesca a fare significativamente breccia e a forgiare, in coloro che se ne dichiarano discepoli,  cuori più accoglienti, menti più aperte, atteggiamenti meno ostili. Il cammino da fare è tanto.

ACEC: 70 anni di cultura delle relazioni

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ACEC: 70 anni di cultura delle relazioni

di Irene Minuzzo

Domenica 7 aprile in 38 sale cinematografiche parrocchiali di Veneto e Trentino è tornata in contemporanea la magia di Mary Poppins, il primo indimenticato film Disney del 1964 in versione recentemente restaurata. L’iniziativa è stata sponsorizzata e coordinata dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (ACEC) del Triveneto, di cui fa parte anche il nostro Teatro Montegrappa. ACEC quest’anno compie 70 anni e ha deciso di festeggiare con un open day (ingresso gratuito per tutti) delle Sale della Comunità questo importante traguardo associativo.

“Acec – spiega don Alessio Graziani, presidente della sezione triveneta dell’associazione e vicepresidente nazionale – nacque a Roma nel 1949 come associazione di categoria dei cinema parrocchiali diffusi in tutto il territorio nazionale. Oggi queste sale, che abbiamo ribattezzato Sale della Comunità, sono ancora più di 500 in Italia, di cui un’ottantina nel Triveneto. Si tratta di veri e propri centri culturali, gestiti da centinaia di volontari generosi e preparati, che animano culturalmente il territorio con proposte non solo cinematografiche di qualità, ma anche proponendo rassegne teatrali, concerti, conferenze e presentazione di libri. Nel pomeriggio di domenica 7 aprile, 38 di queste sale (nelle province di Padova, Verona, Vicenza, Treviso e Trento) hanno aperto gratuitamente le porte per un momento di festa costruito attorno alla visione di un classico Disney che ha fatto sognare generazioni di bambini e di famiglie e che ancora oggi ci fa sperimentare la gioia di stare insieme. Questa infatti è la mission delle sale parrocchiali: costruire comunità, relazioni buone, attorno a tutto ciò che è bello e fa crescere la nostra umanità”.

In ognuna delle 38 sale che hanno aderito all’iniziativa, i volontari che le gestiscono e le animano si sono sbizzarriti per coinvolgere la propria comunità nei festeggiamenti (con travestimenti, allestimenti della sala a tema…). In particolare il Teatro Montegrappa ha voluto far squadra con il gruppo ACR che ha riunito una cinquantina di bambini e ragazzi in una avventurosa caccia al tesoro all’interno delle mura del cinema stesso. Sempre questi bambini hanno poi avuto l’opportunità di visitare la struttura accompagnati dai tecnici che hanno svelato loro i segreti del cinema digitale (con una romantica digressione al funzionamento del proiettore a pellicola) e del sistema di comando audio-luci per concerti e spettacoli teatrali.

I festeggiamenti poi si sono conclusi appunto con la visione condivisa e partecipata del famoso film Disney.

 

Insomma, cinema non è solo film, ma rito sociale ed esperienza comunitaria: un sogno che Acec vuole continuare a costruire insieme a tutti noi.

Era il primo mercoledì di maggio 1884

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Era il primo mercoledì di maggio 1884

DALL’ARCHIVIO di fra’ Matio

 

     La nascita della festa del primo mercoledì di maggio risale a 135 anni fa. Scorro l’archivio di “Voce Rosatese” e riscontro come “Fra Matio”, così si faceva chiamare lo storico di un tempo Giacomino Alessi, si esprime.””Ci sono in archivio parrocchiale le notizie di cronaca del tempo. Un articolo di giornale da “Il Berico” del 17 maggio 1884 e nel registro dei morti il ripetersi di una stessa frase: “…e fu sepolto nel cimitero comunale di questa parrocchia, senza accompagnamento, perchè morto di difterite”. E fra questi il caso pietoso, in una sola famiglia la morte di una madre di 38 anni e di due figli di 15 e 18 anni nel giro di soli sedici giorni. Girolimetto Maria 13 aprile 1884 – Chiminello Elisabetta 26 aprile e Antonia 29 aprile.””

A tale periodo risale anche l’esecuzione della statua della Vergine, che annualmente è portata in processione.

““Trarra da un tronco d’albero di legno tenero, sagomata così alla buona, fa pensare che quel modesto artigiano rosatese non avesse a disposizione nient’altro all’infuori dell’ascia e dello scalpello…

La nostra curiosità ci spingerebbe a frugare palmo a palmo dove è possibile conoscere la storia della nostra Madonna, che purtroppo non è scritta, ma solo possiamo scoprire ammirando la sua immagine.

Le membra del Bimbo sono un pò sproporzionate rispetto alla testina. Si nota però una fattura molto più accurata di quella della Madre. L’atteggiamento è di attenzione più che di riposo; tiene sulla mano sinistra il mondo…

I riccioli sono capelli naturali. Il Bimbo si può togliere dal braccio della Madonna (è un pezzo a sè) e Lei par che ti dica: si, tenetelo pure, stringetevelo al cuore, Egli è mio ma è per Voi. Il volto di Maria sorride.

Anche i suoi capelli sono naturali. A quei tempi c’era sempre qualche giovane che donava le proprie trecce alla Vergine.

Forse un vero artista ci avrebbe dato una Madonna più bella ma non una

Madonna “popolana rosatese”, come ci è caro chiamarla.””

Passione addio? No… solo rinvio!

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Passione addio? No… solo rinvio!

REALTÀ PARROCCHIALI di Claudio Pegoraro

 

Da alcuni giorni si sussurrava…ognuno, seppur a denti stretti, dava la propria interpretazione, suggeriva soluzioni suggestive, allestimenti alternativi (a volte anche frutto della grande creatività ma poco realizzabili), e si chiedeva a quando l’inizio dei lavori. Per questo motivo abbiamo voluto dissipare ogni dubbio, emettendo un comunicato ufficiale, che ha fatto seguito alla decisione unanime, presa nel pomeriggio di domenica 3 febbraio 2019.

Il comitato promotore ed organizzatore della SACRA RAPPRESENTAZIONE della PASSIONE di CRISTO di CUSINATI rende noto con grande rammarico che, contrariamente a quanto annunciato, per sopraggiunti imprevisti di carattere tecnico e burocratico, che avrebbero comportato un notevole impegno finanziario, riguardanti le normative da rispettare in occasione di pubbliche manifestazioni ed eventi di pubblico spettacolo ed indipendenti dalla nostra volontà, quest’anno 2019 la manifestazione di cui sopra non avrà luogo. Ci scusiamo per il disguido e il disagio arrecati e per l’aspettativa delusa. Ci adopereremo fin d’ora nel cercare le soluzioni opportune alle problematiche emerse, al fine di riproporre l’evento già dal prossimo anno 2020, in maniera ancora più attraente ed emozionante, non foss’altro per un debito di riconoscenza nei confronti di coloro che hanno dato vita a questa manifestazione e a coloro che nel corso degli anni vi hanno partecipato.

Si tratta di un rimando un po’ clamoroso, in quanto da tempo (giugno 2018) si era messa in moto la macchina organizzativa per questo evento molto sentito a Cusinati, e non solo. Vi assicuriamo che non è stata una decisione presa a cuor leggero, ma molto ponderata e sofferta, valutando le varie alternative che ci venivano proposte; siamo convinti che alla fine abbia prevalso il buon senso.

Ringraziamo tutti per la disponibilità, la collaborazione ed anche per la solidarietà dimostrate; l’invito è a proseguire nel proporre una manifestazione di grande spessore, che, tra suggestione ed incanto, contribuisce all’identità di Cusinati. Nelle nostre intenzioni di organizzatori, con il coinvolgimento di tante persone competenti nei vari ambiti, avremmo voluto proporre un’edizione (XII) superlativa, ma siamo altresì convinti che il lavoro fin qui prodotto, non andrà perduto.

Vi terremo aggiornati sull’evolversi della situazione ed al momento opportuno vi contatteremo e coinvolgeremo nuovamente, per avere il vostro prezioso ed insostituibile apporto e contributo.

Il tentativo di coinvolgere persone di tutta l’unità pastorale si era rivelato vincente ed aveva dato buoni risultati: l’apertura ufficiale dell’evento era coincisa con il concerto del patrono a Rosà (sant’Antonio abate il 12 gennaio 2019) con musiche di F.J. Haydn, A. Vivaldi ed in anteprima assoluta, composto per l’occasione, INNO del maestro Antonio Segafreddo, eseguite dall’orchestra di Padova e del Veneto. Buona la partecipazione al corso di dizione, tenutosi nel mese di gennaio. Circa 200 persone hanno aderito alla proposta di due viaggi culturali per ammirare e gustare come sommi artisti hanno interpretato la Passione di Cristo in luoghi ed epoche diverse (Giotto e Giusto de’ Menabuoi a Padova nel 1300 e Tintoretto a Venezia nel 1500). Iniziative che, oltre che di arricchimento culturale e spirituale, si sono rivelate opportunità piacevoli di incontro, conoscenza e scambio reciproco. Speriamo di consolidare e di implementare queste occasioni strada facendo, soprattutto in vista dell’imminente “rivoluzione” che attende la nostra comunità.

Per questo motivo rinnoviamo a tutti l’invito: seguiteci, non prendete impegni e arrivederci alla Pasqua 2020

Articolo pubblicato nel luglio 1971

Caricato da il 15-06-2019 in Educare Oggi, Vita Parrocchiale | 0 commenti

Articolo pubblicato nel luglio 1971

DALL’ARCHIVIO del dottor Giuseppe Maccari