Gli oggetti che perdono materialità

di Gaetano Agnini, foto di © Alessio foto studio

 

Dal fronte di guerra, dalla prigionia, alcuni sono tornati ed hanno voluto lasciare dei segni della loro sofferenza, la loro vita in quelle condizioni diverse era stata viverla proprio grazie alla Fede. Ecco che al ritorno alcuni di loro hanno edificato cappelle votive, uno ha portato un’icona durante la “Ritirata di Russia” tenendola stretta a sé, sotto il cappotto fradicio ed un altro ha voluto imparare a cucire per “fare” qualcosa di diverso, inusuale che coniugasse materia e spirito. Ed ecco l’idea della tovaglia per l’altare.

Nella ricorrenza delle festività dell’agosto rosatese 2017 l’altare maggiore del Duomo si è  vestito a nuovo. Una tovaglia eseguita in finissima rete di seta, ricamata a cotone,  che rappresenta l’“ultima cena” di Leonardo, ha ritrovato  la collocazione delle origini.  Erano  anni che non veniva esposta. Troppo ingombrante, difficile da gestire.

Questo prezioso cimelio, realizzato a mano, è  molto importante. Esso arriva  a rendere visibile uno spaccato di valori, legato ad uno scorcio di storia dell’ultima guerra.

Per la prima volta arredò  l’altare del nostro Duomo nel giorno di Natale dell’anno 1947.

La tovaglia fu donata alla chiesa da un ex-soldato rosatese, tale Pietro Baron, classe 1912 scomparso nell’anno 1987.Reduce da un periodo di prigionia vissuto in terra jugoslava negli anni 1941-1042, durante la quale aveva promesso un dono particolare alla chiesa, qualora fosse tornato sano e salvo in patria.

E questo avvenne dopo  molti stenti con una degenza di 90 giorni presso un ospedale militare.  Al ritorno in patria, il suo peso corporeo era di 37 chilogrammi. Aveva trent’anni di età.

In questo  periodo di gravi difficoltà di salute la sua mente maturò la precedente promessa.

Recuperate le forze vitali, ebbe a trascorrere i giorni successivi, fino al maggio del 1945, come sbandato e ricercato dalle forze nazi-fasciste. Con commilitoni della contrada  costruì un rifugio sotterraneo coperto di tavole, legna e fieno,  dove era possibile trovare nascondiglio durante i frequenti rastrellamenti.

Una volta realizzatasi la liberazione, si adoperò per arrivare a mantenere “il voto”. Era un umile contadino. Le mani ruvide abituate a pesanti lavori di fatica. La mente  sveglia e capace di elaborare progetti che per un uomo potevano sembrare fuori luogo.

Ebbe la fortuna di incontrare chi lo consigliò, tanto da  rivolgersi alle Suore Sacramentine del convento di clausura di Bassano del Grappa.  Esse si prestarono ad assecondare la richiesta di un uomo che voleva imparare a lavorare di rete e a ricamare.

Le suore si impegnarono a riportare su fogli protocollo quadrettati l’“ultima cena” di Leonardo. Tali poi da essere trasferiti nella tovaglia lunga 450 centimetri, alta 36, composta da oltre 200 mila minuti quadretti eseguiti in seta, sopra i quali, a mezzo ricamo vuoto per pieno, veniva rappresenta l’“ultima cena” con ai lati  i simboli della passione e dell’eucarestia.

Una volta appresa l’arte  della rete e del ricamo, l’intraprendente si mise all’opera e nel corso di  tre anni, intervallati da due inverni, arrivò a portare a termine il suo progetto. Nel periodo invernale lavorava in una piccola stalla fino alle ore mattutine. A quel tempo il calore delle mucche era una grande risorsa per ripararsi dal freddo pungente.

L’unica ambizione, che ha sempre manifestato durante la sua esistenza, è stata quella di essere felice perché si era realizzato quanto promesso nel momento del grande bisogno sorretto da una fede incrollabile.

Questa umile storia raccoglie in sé  importanti insegnamenti.

Esiste in qualsiasi uomo, in particolare quando si incontrano difficoltà che sembrano insuperabili, l’ aspirazione a legare il proprio destino a qualcosa  che sopravvivrà nel tempo.

A distanza di settant’anni il gioiello d’arte manuale, definito un capolavoro, rimane a disposizione della comunità a sollecitare  la curiosità di quanti si avvicineranno ad ammirare la originalità del dono. In questo si potrà comprendere l’importanza della fede che vivifica i più diversi avvenimenti che la vita  può riservare.

Tutto questo risulta emblematico proprio il momento in cui ha preso origine e la promessa è maturata e il valore del dono si esalta là dove riesce a superare qualsiasi  difficoltà oltre a qualsiasi pregiudizio.

Quando si crede  non esistono ostacoli. E per chi  crede, tutto questo è vita.

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