La tavolozza dei colori della vita

di Giandomenico Cortese

 

Il colore è vita. Metafora della vita. Ciascuno di noi ha il proprio colore. Una tonalità, una luce che trapela. “Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori” sussurra Khalil Gibran, scrittore libanese, innamorato dell’amore. La vita è una enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi, suggerisce qualche altro poeta.

Ogni nuovo mattino – con Cesare Pavese, usciamo nelle strade, cercando i colori.

Anche in redazione, a “Voce Rosatese”, alla vigilia di stampare ogni numero, discutiamo, perfino animatamente di quale colore dare alla copertina, di quale messaggio trasferire con essa ai nostri lettori: il colore delicato della primavera, quello passionale e caldo dell’autunno, quello candido delle feste d’inverno. È stato così anche stavolta, per il numero che esce nel clima ancora presente della Pasqua, in un tempo di disorientamento in cui si percepisce forte il nostro essere assetati di fraternità, nel cammino di testimonianza, per sperimentare la fraternità, in cerca di fiducia e ancora condivisione.

I colori aiutano ad incontrare, emozionarci, e perseverare nella vita. Ancor più quando a travolgerci è lo scontro con l’utopia del dolore. Lo sconsolante dolore innocente. Esperienza drammatica, profondamente umana. Uno sguardo che perde di intensità, il sorriso che si spegne, le labbra che si stringono in morsa, le membra che si contraggono. E tu, posto a fianco  di chi soffre, che ti senti impotente. La scienza, la conoscenza non ti sorreggono, le stesse parole si inaridiscono, forse perdono di significato, e anche l’abbraccio più affettuoso rischia di non sembrare sincero. Ti appare il baratro, lo stomaco si contrae. È il vuoto che dà vertigini. Forse non è sufficiente aggrapparsi a quel che resta dei colori della vita, al desiderio di vita. Dietro l’angolo, aspettando la fine della tempesta, cerchi i raggi di un arcobaleno, sogni il risveglio di un’aurora infuocata, ipotizzi un nuovo percorso, la cordata, sai che il sentiero resta in salita, pieno di insidie. Sai che se il piede finisce in fallo, a lato c’è il baratro. Eppure non demordi. Ti attrezzi. Sudi, fatichi. Ti carichi di precauzioni, raccogli gli strumenti che pensi di supporto. Sogni.

Così, giorno dopo giorno. Se sei fortunato, per anni. Affrontando la sfida, fidandoti dei rimedi, cercando, cogliendo ogni opportunità.

Capisci, fin dalle tue viscere, cos’è stato il Calvario, con le sue cadute e trovi sempre un Cireneo disposto a soccorrerti, a darti una mano, per rialzarti e ricomporti sotto il peso della Croce.

Ti affidi alla riflessione, alla meditazione, alla lettura, all’ascolto, alla invocazione, all’abbraccio.

  Canti e ti sforzi, sorridi, accogli, piangi, ami, soprattutto ti impegni e ti chiedi se è possibile esser dono d’amore. Con dignità. In quel momento, forse, ti accorgi che chi ti sta accanto è stato, è un vero “dono d’amore”. E la poesia dell’intimità fa sussultare il cuore. Le lacrime, spontanee, prudenti e delicate nel bagnare le gote, segnano l’istante, ne ingigantiscono il senso, fissano un attimo che vorresti eterno.

L’utopia, appunto, quell’essere – non essere che riempie tanti nostri pensieri, è ideale, speranza, progetto, esperienza, aspirazione, si imbatte, prepotente con la realtà fisica, pure psicologica, del dolore che inquina, avviluppa, violenta, distrugge, permea, deprime, succhia, ruba l’energia vitale, annulla perfino le fantasie, le visioni e i desideri.

Ti rendi conto allora che tutto ciò non è altro da te, non è episodico, casuale, occasionale incontro. Provi a rifiutarlo, ma esso è come l’ombra, ti segue e perseguita, svanisce solo qualche istante, poi torna e si avviluppa, ti stringe, morde, asfissia, è parte della tua fragile umanità. Solo assopendoti lo allontani, credi di vincerlo, di renderlo vittima delle tue sicurezze, delle certezze sempre ricercate e rinnovate della scienza.

Il dolore, lo sa, è parte della nostra umanità. E chiede rispetto, pretende la sua dignità, invoca con determinazione il suo spazio, mette alla prova, induce alla sfida, non accetta di essere blandito da chissà cosa, chissà chi.

“Disperato dolor che ‘l cor mi preme”, invocava Dante, quasi a contenerlo entro spazi corporali ben definiti.

La forza della debolezza esalta ogni creatura, esprime la sua finitezza, le fa sentire il bisogno di stagioni da condividere, nella delicatezza degli affetti, nel rispetto dei lunghi silenzi in cerca di risposte, in quella solitudine che permette di penetrare dentro la propria anima, di dare dimensioni altre al pensiero inquietante.

Non è facile affidarsi ad una fede, invocare il miracolo. Certo c’è il conforto di dedicare il sacrificio, rinnovare una maternità che resta gaudiosa sofferenza.

Ma si può deporre il proprio dolore nelle braccia rassicuranti di chi alimenta la speranza. È questo un ritornare nel grembo rassicurante che ha cullato ciascuno di noi per tante ore, che ha dato alimento e fornito la grazia della vita. Senza enfasi o rassegnazione.

Testimoniare il dolore è impresa inquietante. Accompagnare il dolore, guidare la sofferenza resta ardua avventura. Impone il coraggio e la dignità di esistere, di resistere oltre, affrontare  ogni ostacolo, di non flettere, sapersi rialzare ogni volta, dopo la caduta.

Se riesci a nutrirlo della serenità, della dolcezza di un sorriso, di un grazie, comunque, allora questo è un miracolo, un miraggio concreto di felicità.

Molti di noi hanno vissuto questa utopia, anch’io l’ho sperimentata con chi mi è stata vicino, per tanti anni, autentico dono d’amore, cercando insieme di comporre con una tavolozza infinita di colori quell’arcobaleno che annuncia la quiete riposante che segue sempre ogni tempesta.