Il Duomo, un viaggio lungo due secoli

di Fabrizio Parolin

 

A duecento anni dalla consacrazione del nostro Duomo di Sant’Antonio Abate: come è nato, cresciuto e come si è sviluppato nel corso dei secoli.

Il 12 settembre di quest’anno, 2019, il nostro Duomo ha festeggiato i duecento anni di consacrazione, avvenuta precisamente lo stesso giorno del 1819 , per opera dell’allora Vescovo di Vicenza, Giuseppe Maria Peruzzi, recatosi a Rosà per una visita pastorale (testimoniata da una lapide sita al fondo della navata nord).

 

Ma come è nato l’attuale Duomo? E soprattutto, come si è sviluppato e modificato nel corso dei secoli?

Faremo un breve viaggio a ritroso nel tempo per scoprirne le origini e anche alcune curiosità.

Il tutto ebbe origine da una… roggia, sì proprio così, dalla creazione del famoso canale “FLUMEN ROXATAE” (il corso della Rosata = roggia), fortemente voluto dal Signore Francesco I da Carrara per alimentare e portare acqua ai mulini di Cittadella. In questo modo, con la creazione del suddetto canale irriguo, si crearono le condizioni ideali perché la grande campagna della “Rosada” , potesse essere abitata e così, in poco tempo, sorsero i primi nuclei abitativi degli “Homines roxatae”, ovvero “gli uomini della rosta”. Intorno al 1460, gli abitanti di questo piccolo centro, col beneplacito dei cittadini di Bassano, cominciarono a costruirsi una piccola cappella dove poter pregare.

Il 6 dicembre 1525 Rosà fu eretta a parrocchia e posta sotto la protezione di S. Maria e di S. Antonio Abate.

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima parrocchiale era una chiesa piccola e semplice, con campanile incorporato di fianco e dotata di 4 altari: l’altare maggiore dedicato a S. Antonio Abate, uno alla Madonna del parto, uno al Santissimo nome di Gesù e uno a S. Rocco. A questi se ne aggiunsero in seguito altri due e, nello stesso periodo, più precisamente nel 1593, l’arciprete del tempo, Gasparo Angarano, commissionò due nuove pale: una rappresentava S. Bovo confessore e cavaliere, S. Rocco confessore e S. Pancrazio Martire (attualmente si trova sopra la porta della sagrestia); l’altra rappresentava S. Valentino prete e martire, S. Lazzaro e Santa Maria (attualmente si trova sul primo altare di destra).

Agli inizi del 1600, l’aumento della popolazione e la necessità di allargare il cimitero, spinsero i Rosatesi a costruire, sullo stesso luogo della precedente, una chiesa più grande e contenente i sei altari del preesistente edificio e uno nuovo ad opera del bassanese Orazio Marinali, dedicato alla Madonna del Rosario.

Tuttavia questa seconda chiesa sarà destinata a durare poco, infatti già all’inizio del 1700, ci furono dei notevoli cambiamenti dovuti ad un lascito testamentario di 160 ducati che, un certo Carlo Santo Austoni, donò alla nostra parrocchia. Questa piccola fortuna consentì all’allora Don Michelangelo Simeoni di costruire nel 1720/1730 circa, il presbiterio che tuttora vediamo. L’opera fu solo l’inizio di un processo di ampliamento che coinvolse inizialmente la navata centrale, modificata e ingrandita seguendo i disegni del giovane architetto Giovanni Miazzi (1699-1797) e, in seguito, le due navate laterali, separate dalla centrale per mezzo di colonne monolitiche levigate di Possagno, sormontate da capitelli corinzi ricchi di foglie d’acanto, chiaro richiamo all’arte classica in risposta al barocco dilagante dell’epoca.

La Chiesa iniziò lentamente ad assumere la forma architettonica e la planimetria dell’edificio che vediamo oggigiorno e, dalla metà del 1700 in poi, ci fu un via vai di vari artisti: pittori, scultori, artigiani che diedero il loro contributo per ornare ed abbellire il futuro Duomo della nostra città.

Il pittore bassanese Giuseppe Graziani dipinse su tela, per il soffitto del coro, l’ascensione di Gesù, poco più tardi venne invece dipinta dal pittore veneziano De Santi sul cielo della Chiesa, la monumentale Assunzione della Madonna.

Si costruì più o meno nello stesso periodo l’altare Maggiore attuale col tabernacolo e solo successivamente nel 1748 venne progettato il nuovo campanile, staccato dal corpo della Chiesa.

Le due statue che vediamo di fianco al tabernacolo e raffiguranti S. Antonio Abate e S. Spiridione, furono scolpite da Giuseppe Bernardi che con ogni probabilità, fu il primo maestro di Antonio Canova.

  Si avvertì allora (1767) il bisogno di dare una “bella facciata” ad una chiesa così imponente che si affacciava, all’epoca, sulla piazza centrale e si ricorse per questo motivo al disegno dell’abate Daniello Bernardi di Bassano.

   Nel 1796, all’arrivo di Napoleone, la facciata era terminata e, pochi anni dopo, verranno posizionate le statue esterne tuttora visibili che raffigurano le tre virtù teologali: Fede; Speranza, Carità, e i due santi, S. Antonio e S. Spiridione, tutte attribuite ai fratelli Bosa di Pove del Grappa.

Il campanile, alto 70 metri, verrà ultimato e inaugurato nel 1817; la Chiesa invece, come detto all’inizio, verrà consacrata due anni dopo, il 12 settembre del 1819, ma potrà pregiarsi del titolo di “DUOMO” più di cent’anni dopo, nel 1965 con mons. Mario Ciffo.

Nel corso del 1900 l’edificio subì alcuni interventi di restauro e alcune modifiche interne che però non alterarono il modello architettonico di fine ‘800.

Il Duomo di Rosà possiede quindi un considerevole valore storico, spirituale e artistico, tuttavia poco valorizzato forse dal fluire frenetico delle strade adiacenti che non permettono di goderne la maestosità ed apprezzarne la presenza imponente sul resto del territorio.