Futuro e libertà tra Mari e Monti

di Alessandro Antico

Il 22 ottobre 2011 si è tenuto presso il Teatro Montegrappa di Rosà il 6° convegno annuale, promosso dagli Amici del Villaggio di Rosà, con il patrocinio dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Vicenza, dell’Amministrazione Comunale di Rosà e con la partecipazione delle Scuole Primarie di Rosà (scuole polo per i diritti dell’infanzia della provincia di Vicenza), ospiti del Circolo Culturale del Teatro.

 Se il PIL e lo spread sembrano essere gli unici fari di Monti, secondo Mari – ironia del caso! – un tal modo di ordinare i valori ci rende più simili ad un formicaio che ad una comunità di esseri umani. Produrre per consumare e consumare per produrre va benissimo ma non è questa la caratteristica che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi.

La scriminante sarebbe invece da individuare, più ancora che nell’intelligenza, nella capacità di fare cose “inutili” come l’arte che, da un certo punto di vista, è semplicemente spreco. Svincolandosi dai condizionamenti ambientali, elevandosi al di sopra del bisogno e proiettandosi oltre l’utilità, l’essere umano realizza la sua libertà che ne esprime la singolarità.

Tuttavia, proprio nelle società occidentali, quelle con il più alto grado di istruzione e di benessere della storia, quelle in cui si è risolto il problema della sopravvivenza e in cui l’uomo, secondo le utopie dei secoli addietro, avrebbe potuto dedicarsi a coltivare se stesso, si sta verificando, anziché la sognata fioritura umana, una grave situazione di disagio a cui strettamente si collega un’emergenza educativa.  È evidente che se vacilla un’azione tipicamente umana come l’educazione e ci si chiede se e in che misura siamo ancora in grado di educare qualcuno, viene minata alla radice la libertà e quindi la natura stessa dell’uomo. La generazione più dotta e benestante della storia non riesce ad affrontare la vita in chiave progettuale. I ragazzi, quelli di buona famiglia, i nostri ragazzi (non quelli degli altri), compiono atti che ci lasciano esterrefatti e tendono a vivere esclusivamente nel presente senza affrontare la vita in termini progettuali e prospettici.  La scarsa stima di se stessi è individuata da Giuseppe Mari come possibile causa: chi non conquista nulla perché trova tutto pronto prima ancora di chiederlo non può ritenere di valere qualcosa, e chi non riconosce il suo valore non può neppure preoccuparsi per il futuro visto che non ha nulla da preservare. Soltanto il fine unifica l’azione ed essere liberi significa avere un futuro.

La grande rivoluzione del Cristianesimo – ed è qui che il relatore àncora la sua rigorosa costruzione – è l’affermazione che Dio ama l’uomo ma lo lascia libero permettendogli di praticare il bene o il male, quindi ciascuna persona vale per il solo fatto che Dio la ama. In tale ottica è possibile giudicare se una determinata azione sia veramente degna della condizione umana, pretendendo che in essa ci sia qualcosa di buono e non accontentandosi che non ci sia nulla di male. Se il valore della persona si fonda in Dio nessuno deve essere escluso o autoescludersi dalla società e l’essere umano diventa inalienabile per il solo fatto di esistere. A corollario di ciò la competenza non può riempire interamente la missione scolastica dalla quale non può tuttavia mancare l’autorità.

Rapportandosi con essa si impara a vivere il limite e al limite posto si sottoporrà anche l’educatore affinché la sua autorevolezza non degeneri in autoritarismo. Se la libertà presuppone l’educazione pur tuttavia concede infinite possibilità di recupero proprio perché è l’essere umano che vale e non l’eccellenza.  Non è vero infine che coloro che ci hanno preceduto sono stati più capaci di noi di educare: le richieste della nostra epoca sono differenti e diversi sono gli educandi: ai contestatori degli anni Settanta sono subentrati giovani bisognosi della presenza, non di imbonitori ma di adulti significativi che dimostrino loro di prendersi a cuore le loro sorti.  Forse senza la minaccia del treno per Mestre, la sede dell’Istituto Universitario Salesiano dove il prof. Mari è docente, la platea, attenta e qualificata, del Teatro Montegrappa avrebbe costretto ai tempi supplementari un relatore abilissimo nella forma e ricco ed originale nei contenuti.

Tutto visibile su: www.amicidelvillaggio.it

Giuseppe Mari, docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, membro delle Commissioni diocesane Famiglia e Vocazioni e del Consiglio Pastorale Diocesano della Diocesi di Brescia, ha dato un suo prezioso contributo affrontando il tema “Da dove parte la sfida educativa: percorso genealogico alla scoperta delle origini e dei valori dell’educare”.