Carità è Comunità e Chiesa

di Antonio Bonamin

 

Novembre 2019 – 3a Giornata Mondiale dei Poveri.

“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18-24).

Da tre anni, la nostra chiesa, ha istituito la giornata dei poveri.

A Rosà da tre anni si è costituito un nucleo di persone volenterose che hanno deciso di affrontare il tema della carità.

Una fortunata coincidenza, un momento di riflessione collettivo che ha dato risposta a tanti dubbi su cui basiamo la nostra voglia di essere parte della chiesa. Capire quante altre realtà ci sono attorno a noi, che si prestano in opera di carità, è stata una rivelazione. Allo stesso tempo, l’approfondimento offertoci dalla Diocesi, il dialogo con le altre comunità Caritas locali, ci ha svelato significati profondi e ci ha guidato nelle opere.

La prima necessità soddisfatta, quindi, è stata il capire quali siano i presupposti, i principi cristiani su cui basarsi, i modi anche dell’agire pratico, per essere “Carità nella Comunità”, fino a capire che “Carità è Comunità e Chiesa”.

La Carità è virtù teologale su cui s’incardina la fede, uno stato naturale da cui non si può astenersi, non solo strumento di riscoperta delle relazioni tra sé e l’altro ma soprattutto, mezzo di riflessione e riscoperta del proprio essere cristiano. Il primo, e forse il più grande passo, quindi, è capirne il significato, per noi prima che verso gli altri. La grande intima scoperta è che essere caritativi serve a sé stessi tanto quanto serve agli altri.

È troppo diffusa la convinzione che dare ad altri tempo, beni, cibo, vestiti, sia sufficiente per essere in comunità e in dialogo con Dio. Se non c’è condivisione con l’altro e se non c’è vero amore, si sta rispondendo solo al proprio bisogno di soddisfazione, di sentirsi appagati del proprio egoismo egocentrico.

Un suggerimento semplice semplice, un facile esercizio: provate a sostituire nelle letture la parola Carità con Amore. Usata come sinonimo non cambia il significato della frase ma ne svela significati inaspettati.

Ci sono due tipi di carità ed è interessante capirne la differenza: uno è “testimoniare la carità”, l’altro è semplicemente “fare la carità”.

Che differenza c’è tra la carità fatta e la carità testimoniata?

Per fare la carità non seRve una patente speciale, non serve essere abilitati, è solo uno stato virtuoso e non serve neanche rifarsi ad una religione. Non ci si deve iscrivere alla Caritas per donare il proprio tempo o dare beni di prima necessità. Fare la carità può essere un’educazione, innata o acquisita, ed è certamente una buona cosa, ma ci espone al rischio di porsi in una

situazione speciale, di superiorità verso il debole, nella condizione di decidere se dare o no. Sono forme caritative che possono nascondere la necessità personale di appagamento, oppure avere l’idea che si può fare carità delegando il compito ad altri.

San Paolo, a proposito di carità ci dice: “se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,3).

Io posso fare la carità senza avere la carità, cioè: “la tua perfezione non serve a nulla, non serve nessuno, serve solo a te”.

Pensare che un gruppo “speciale” di persone nella comunità venga delegato a svolgere il servizio di assistenza ai poveri è un equivoco molto diffuso, ci libera la coscienza, ci fa stare bene, risponde al nostro bisogno di sentirci “buoni”, ma non risponde appieno ai bisogni della comunità.

Se, invece, pensiamo ad una vera forma di carità nella comunità, in senso evangelico, si deve parlare della “testimonianza della carità”, che deve essere un autentico ministero che è parte fondamentale e indissolubile della Chiesa, della vita della Parrocchia, in tutte le sue forme e come servizio deve essere di tutti, come appunto lo deve essere l’amore degli uni per gli altri.

Nel Vangelo la parola in greco è appunto diakonia (servizio), cioè ministero svolto dai fedeli e non solo dagli operatori “speciali”, è un’azione comune e necessaria per edificare la comunità, la Chiesa.

Ci chiediamo spesso, come operatori Caritas, quale sia il nostro ruolo all’interno della Parrocchia e come svolgerlo. In aiuto ci giungono le indicazioni ricevute negli incontri diocesani e le riflessioni comunitarie.

Essere Caritas parrocchiale significa puntare al servizio (diakonia) senza prevaricare e conquistare un primato di riconoscenza. Essere convintamente Caritas ci esorta a mettere al centro gli altri e non se stessi, a non essere degli “specializzati” che si appropriano della carità, ma diventare seme missionario, azione comune e pratica diffusa.

In particolare, la Caritas deve servire a promuovere le azioni quotidiane tra fratelli che non saranno sporadiche, fatte una volta ogni tanto, o peggio delegando il servizio, ma deve agire per “costruire assieme”, per vivere la fede cristiana come la vuole il Vangelo. In questo senso la Caritas non è gelosa della carità che ciascuno compie, anzi dovrebbe promuoverla e mai sostituirla.

A questo proposito siamo pronti a diventare Unità Pastorale con cinque parrocchie, a partire dal fondamento della chiesa che è la Carità!