La Chiesetta di Villa Dolfin

di Giuseppe Grandesso

Percorrendo via Roncalli, una lunga sequenza di alberi che accompagna il corso della roggia Dieda lascia intravedere attraverso le sue fronde lo splendore di villa Dolfin Boldù, che nella prospettiva in cui ci troviamo fa risaltare il grande porticato che sorregge la torre campanaria e la piccola chiesetta che si propone in primo piano. Quest’ultimo edificio, in sintonia architettonica con il corpo centrale del complesso nobiliare, è un piccolo gioiello da visitare almeno una volta in quelle poche occasioni in cui viene resa disponibile al pubblico.

La chiesetta di villa Dolfin Boldù, come altre sparse per il territorio rosatese, sono il simbolo dell’opulenza e dell’orgoglio di nobili famiglie di possedere una propria sede di culto, ma aveva allo stesso tempo anche la funzione di servire tutta quella popolazione che risiedeva nelle immediate vicinanze della villa; un sicuro riferimento per la religiosità di una moltitudine di persone che  trovavano il proprio sostentamento lavorando come stallieri, contadini, carpentieri, falegnami o quant’ altro serviva all’ economia del nobile del luogo.

La struttura di questa chiesetta conferma la sua vocazione di pubblica utilità presentando due porte di entrata che si affacciano verso un esterno che attualmente è rappresentato da un’area interna alla proprietà della villa e che funge oggi da piazzola di passeggio ma che un tempo oramai lontano aveva un’impostazione assai diversa. Tale area era infatti un tutt’uno con la strada che proveniva da Bassano e costeggiando il confine ovest del parco progrediva verso San Pietro; in pratica la chiesetta dava sulla pubblica via per favorire una fruibilità non soltanto legata ai componenti della famiglia nobiliare. Altro elemento che conferma questa tesi è la presenza di una campanella esterna che doveva richiamare con i suoi rintocchi i fedeli del luogo.

Le origini di questa chiesetta sono molto lontane nel tempo e con ogni probabilità risalgono al periodo in cui i Dolfin decisero di legare parte dei loro interessi economici a questa località. Siamo attorno alla seconda metà del quattrocento, in quel secolo dove ingenti lavori promossi dalla Serenissima Repubblica di Venezia di bonifica e di canalizzazione idrica aveva permesso al territorio compreso tra Bassano e Cittadella definita “res nullius” di diventare fruibile e coltivabile.

In un documento che porta la data del 22 maggio 1582 viene menzionata la visita in questa cappella del vescovo Priuli : “visitavit ecclesiam sive oratorium gloriosissime Virginia clar. morum de Delphinis que habet duo altaria”. Poco si sa di quell’antico edificio, ma queste poche parole aprono comunque l’orizzonte a molteplici congetture di difficile verifica sulla struttura del primordiale “oratorium”, unica indiscutibile conferma è la dedica dell’edificio, anche in quei tempi lontani, a Maria Santissima Assunta.

Entrare in questa chiesetta è come aprire uno scrigno dov’è contenuta la storia ed il profondo senso della fede che ha accompagnato nei secoli i componenti di casa Dolfin, del resto uno dei moti ricorrenti della famiglia era : “Ubi fides, ego sum”.

Varcata la soglia principale, ci troviamo in un ambiente ovattato dove risalta il grande altare posto nella parete lontana, due file di banchi in legno ed una decorazione in perfetto settecento caratterizzata da riquadri e rosoni, completano il colpo d’occhio.

Una volta entrati, il primo elemento da cercare è la lapide posta proprio al di sopra della porta principale nella quale si ricorda il profondo rifacimento completato nel 1754 dal N.H. Leonardo Dolfin, artefice dell’abbellimento della Cappella in ossequio alla tradizione religiosa di famiglia, attraverso l’aggiunta di tutti quei decori e di quelle numerose opere che possiamo ammirare al giorno d’oggi.

La geometria interna evidenzia ai lati del corpo centrale altre due aree più piccole, a sud una stanzetta (matroneo) corredata da sedie ed inginocchiatoio e collegata direttamente al nucleo principale

della villa; questo era uno spazio isolato e riservato ai nobili dal quale si poteva assistere, senza essere visti, alla messa. Questo è diviso dalla cappella da una fitta grata in ferro lavorato, mentre sul lato nord e simmetrica alla precedente, un’altra grata della stessa fattura divide lo spazio adibito a sacrestia. In questo luogo venivano riposti e sono conservati tutt’ora i paramenti sacri e gli oggetti usati durante le celebrazioni.

In una parete della sacrestia si può ammirare un quadro che rappresenta la Madonna con il bambino assieme a due santi.

Nella Cappella ci sono altre grate più piccole di forma vagamente ottagonale, ubicate in alto, che fanno da corona all’altare e dalle quali la servitù di casa Dolfin poteva assistere alle funzioni religiose senza essere vista.

La Cappella è dedicata a Maria Santissima Assunta (sub nomine deipare in celum assumpte) della quale si ammira una pala, situata sopra l’elegante altare di marmo su cui si adagia l’urna contenente le spoglie di San Bono. Tale opera, in buonissimo stato di conservazione, mostra dei tratti stilistici sicuramente assimilabili ad una cultura pittorica prossima a quella sviluppata a Venezia nei primi decenni del Settecento. In particolare, per modalità compositive e conduzione pittorica, il dipinto pare riconducibile alla personalità di Antonio Arrigoni (1664-1730), il cui profilo è stato definito solo di recente.

Le spoglie del martire San Bono proveniente dal cimitero di Ponza (ex coemeterio Pontiani extractum) conservate nell’urna situata tra la mensa dell’altare e la pala dell’Assunta sono esposte alla venerazione dei fedeli. Nella medesima urna, in un bel reliquiario di cristallo, sono contenuti grumi sanguigni dello stesso martire.

In un reliquiario a parte, situato in un tabernacolo marmoreo appena sopra l’urna, è custodita una piccola teca, in argento cesellato, contenente una reliquia “ex dicito”, cioè un frammento osseo del dito di una mano del santo.

Questa reliquia venne codificata nel 1783 (die XXV septembris) quando l’arcivescovo Giuseppe Firraro, estrasse un frammento proveniente dal corpo di San Bono (ex dicito) e lo pose in questo piccolo reliquiario appositamente costruito, da usare durante le funzioni religiose per benedire e dar da baciare ai fedeli.

L’importante reliquia del corpo di San Bono è rivestita di paramenti sacri di colore rosso, ricamati in oro. Il capo è cinto da una corona dorata, le mani sono guantate di bianco, rosse sono invece le calzature ai piedi.

(continua nel prossimo numero)


1 Commento

  1. alberto

    Articolo molto interessante, una bella descrizione dell’ambiente religioso. Presso la Villa e durante le sue aperture al pubblico sarà possibile visionare la pianta architettonica del complesso, e capire le destinazioni d’uso dei vari locali?
    E’ un prezioso gioiello del nostro quartiere da valorizzare, così come sarebbe interessante scoprire la storia della “Corte reale” e in che anni fu costruita…
    Grazie
    Alberto

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.